Dopo tutto aveva ragione il luogotenente R.E. Brown della Polizia dell’Arkansas, quando alle due di notte del 7 dicembre 1955 fermò sulla strada di Dermott quell’uomo «con accento straniero, malvestito, mal rasato e bisognoso di una doccia », alla guida di una Ford usata piena di libri «in lingue straniere», che gli parve «la spia di una potenza nemica, probabilmente un comunista », e per non sbagliare lo sbatté in gattabuia per due giorni. Aveva visto giusto, perché di lì a tre anni Robert Frank assestò agli Usa un colpo mortale da cui l’American Dream non si riprese più. Frank invece è vissuto libero fino a lunedì scorso, quando a 94 anni ha lasciato il mondo orfano di uno dei più grandi fotografi del Novecento. Ma in fondo, di sfidare tutto da solo l’America the Beautiful, lui, mite svizzero un po’ misantropo e senza patria, non aveva alcuna intenzione. Anzi, nella domanda per una borsa di studio Guggenheim, che ottenne, aveva promesso educatamente di produrre «un documento semplice e senza confusione sullo stato della popolazione americana». Era solo un giovane artista di Zurigo che dopo aver girato in moto Parigi senza trovare lavoro aveva detto addio all’Europa. Ma due guru della fotografia americana credettero in lui: Alexey Brodovitch, potentissimo direttore di Harper’s Bazaar, e Walker Evans, mito della fotografia sociale degli anni Trenta, photoeditor di Fortune.
Ma quando tornò da quel suo viaggio di tre anni e 27 mila scatti sulle strade di 48 States, tutti quelli a cui mostrò le sue foto, da Life al New York Times, se ne ritrassero orripilati, sdegnati, furiosi. Quel reportage fatto di scene di strada stralunate, dettagli insulsi, paesaggi senza valore, ritratti grotteschi era, dissero, «un deliberato attacco all’America». Il libro, Les américains, glielo pubblicò allora a Parigi, nel 1958, un grande annusatore d’aria fotografica, Robert Delpire. E si capì subito che un’epoca della fotografia del Novecento era finita. Chiusa, ammazzata. L’epoca della fotografia sicura di sé, del fotogiornalismo di «quelle maledette storie con un inizio e una fine », l’era dell’istante rivelatore di Cartier-Bresson, che Frank aveva amato e ripudiato. «L’aria è infetta dal puzzo di fotografia», disse impietoso di quella cultura. Antisettica varechina visuale, le sue fotografie (come quelle di William Klein, l’altro dioscuro di quella insurrezione micidiale) rinunciarono a dimostrare, forse perfino a mostrare qualcosa. Granulose, imprecise, mal composte, spesso scattate senza guardare nel mirino; prima ancora che ironiche e feroci apparvero insensate a un pubblico abituato alla pienezza umanista della mostra epocale The Family of Man, che aveva trionfato solo tre anni prima. Con le 83 immagini di quel libro Frank demolì in un colpo solo l’autostima della fotografia e quella dell’America. In realtà, vista dal retrobottega della sua provincia e dal retroscena delle sue metropoli, l’America non era così insulsa: piuttosto nevrotica, farsesca nei suoi riti e ipocrita nei suoi miti. Di quello stato della democrazia americana Frank, occhio forestiero, fu il nuovo e disilluso Tocqueville. Poi accadde che il libro, appena un anno dopo, trovò un editore americano, col titolo The Americans. Perché l’America intanto stava cambiando, diventava come Frank l’aveva raccontata. «Dopo che hai visto queste immagini finisci per non sapere se sia più triste un juke-box o una bara», scrisse entusiasta nella prefazione Jack Kerouac, che Frank manco conosceva. Diventarono amici dopo, e lo “svizzero discreto e carino” assurse a fotografo della Beat Generation. Come Klein, Frank si dedicò poi al cinema ( Pull my Daisy è un cult degli anni Sessanta), di fatto rimanendo come fotografo, nonostante ne abbia fatti altri, l’uomo di un solo libro. L’ironia è che oggi quell’immagine di un’America di pompe di benzina desolate, bandiere patriottiche, drugstore miserabili, televisori accesi nei motel, poliziotti grotteschi (be’, un po’ Frank si vendicò del luogotenente Brown…) ci sembra quasi classica, comunque corrispondente all’idea che abbiamo del mito americano. Ripudiato come anti-americano dai nonni dei forgotten men che votano Trump, Frank in realtà fu americano, troppo americano.
Salvatore Mannuzzu, detto Toti, era forse l’uomo più schivo del mondo. Certamente il letterato più schivo dell’Italia contemporanea. Il suo rifiuto della mondanità, del futile e del superfluo, della mediatizzazione parossistica delle culture e dei linguaggi, era innanzitutto un’istanza morale e un’esigenza estetica. Quella estraneità allo spirito dei tempi non esprimeva risentimento, né tanto meno rancore, verso la società organizzata, le sue forme di vita, le sue istituzioni civili e culturali. Con tutto questo, Mannuzzu intratteneva lunghi commerci, parola, quest’ultima, che amava decontestualizzare attribuendole il senso di uno scambio intenso e appassionato. Non era nichilista né apocalittico, non certo a motivo di un sentimento di fatuo ottimismo o di una incrollabile fede nel progresso, ma perché «la catastrofe è così piccola che può essere già successa » (come recita un verso di una poesia di Corpus , 1997).
Con quella piccola catastrofe in cuore, nella sua lunga vita quell’uomo riservatissimo morto ieri mattina a Sassari a 89 anni, è stato magistrato per 21 anni, fino al 1976, deputato indipendente nelle liste del Pci, presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere e scrittore. E tante altre cose ancora.
Il suo primo romanzo, Procedura , fu pubblicato da Einaudi nel 1988, ma già venticinque anni prima, sotto pseudonimo, Mannuzzu aveva scritto per Rizzoli Un Dodge a fari spenti , opera che ricordava così: «Cosa ne posso dire, oggi? Dirò questo: il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto». Procedura è un giallo ambientato nel palazzo di giustizia di Sassari e il meccanismo dell’indagine poliziesca consente all’autore di condurre la sua investigazione psicologica sulle figure che abitano l’universo in cui si amministra la giustizia. Un mondo dove si pretende di distinguere il male dal bene, di individuare le colpe e i colpevoli, di infliggere i castighi e indurre al pentimento. Ma il ricorso al genere del giallo non è solo un pretesto. Per Mannuzzu scrivere è raccontare un enigma. «La letteratura è la presa d’atto, in modi specifici, del nostro comune stato di precarietà e incompletezza. In quei modi specifici, quindi, è anche una sorta di preghiera ». Scriveva, Mannuzzu, con il desiderio del senso e con l’intelligenza della nostra fragilità, scriveva accettando la fatica dell’approssimazione senza rinunziare alla verità, scriveva di una giustizia e di un Dio che, se ci sono, sono “amore a perdere”. Dopo Procedura ci sono stati altri romanzi, l’estate subacquea all’Asinara di Un morso di formica , l’amore al telefono tra un magistrato e la “squaw bambina” “di una fragilità impudica” de La ragazza perduta , e ancora Le ceneri del Montiferro , Il terzo suono , Snuff, o l’arte di morire ,
la raccolta di versi già citata, i radiodrammi Polvere d’oro , e i tanti saggi, da Il fantasma della giustizia a Giobbe , a Cenere e ghiaccio. Undici prove di resistenza , a
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio . Della sua produzione letteraria hanno scritto con entusiasmo critici tra i più lontani, come Geno Pampaloni e Goffredo Fofi. Eppure il successo fra i critici e la ricchissima produzione non lo hanno sottratto alla sua appartatezza. Lontano, sì, dai clamori del mercato culturale, Mannuzzu tuttavia è sempre stato coinvolto profondamente nelle vicende collettive, nella “barca sociale”.
Sospettoso delle proprie nostalgie, che tendeva a castigare senza sentirsene mai più che prigioniero, qualcuna, rarissima, se la concesse. Fra tutte, quella dei rapporti caldi e vivi con le masse di poveri, di persone con le più varie difficoltà, che da pretore coltivò in ragione di un altissimo senso del dovere e insieme di affetto per l’incontro. «Il fiato della gente addosso è la parte più bella della politica» e, come rappresentante nelle istituzioni, Mannuzzu ha agito guidato dalla convinzione che la soluzione dei problemi politici debba venire dal profondo, cercando di cambiare in primo luogo le anime degli uomini, poi le leggi. La sua vita personale fu segnata da molti patimenti. E fu questo, come diceva lui stesso, a condurlo alla meditazione su Giobbe. Una figura esemplare dello squilibrio tra innocenza e ingiustizia, della sospensione tra dolore e desiderio. «Solo il desiderio ci può tenere vivi», scriveva, ricercando un equilibrio nella tensione tra un desiderio inesauribile e il limite, durissimo, dell’infelicità che circoscrive la nostra vita. Leggeva quotidianamente la Bibbia, per trovare più che consolazione un approccio alla verità, alla vita. La sua fede nasceva da un’esperienza comune. «In ogni uomo resiste un fondo di innocenza che getta almeno un’ombra di ingiustizia su qualunque dolore che gli capiti di soffrire».
Il progresso sociale era per Mannuzzu l’alleviarsi dei dolori e la sua fede si accendeva per la misericordia, ma ciò richiedeva la disponibilità a combattere l’insensatezza, a tentare tutto il possibile per emancipare coloro che soffrono. Questa attitudine alla lotta e quel suo senso tragico dell’esistenza non devono indurre a considerare Toti come un uomo triste. Chi lo ha conosciuto e chi ha saputo leggere i suoi libri ha potuto rintracciare una tonalità ironica costante. La grazia della sua scrittura e la levità nella descrizione di luoghi e relazioni indicano un umore composto allo stesso tempo di compassione e gioco. Quella più alta forma di attenzione che è l’indagine della storia e il gusto della bellezza.
Caro direttore, guardiamoci attorno. Il fatto che Salvini non sia più ministro dell’Interno e che il governo 5 Stelle-Lega “non sia più” genera in sé sollievo nelle persone che non danno per normali le disuguaglianze e la povertà e pensano che la cura garantisce più sicurezza del rancore, che ritengono possibili politiche di tutela e rigenerazione ambientale, che vedono nel riequilibrio delle relazioni di genere una prospettiva indispensabile e giusta, e nell’incontro delle diversità una fonte di ricchezza interiore e maggiori possibilità di lenire le proprie ingiustizie.
Nello stesso tempo vediamo e ascoltiamo che il consenso sociale della destra è tutto lì, nella pancia e nella testa delle persone. L’adesione alle sue posizioni più rancorose e all’individuazione di un nemico su cui scaricare colpe e responsabilità. La convinzione che quanto avvenuto sia solo una “questione di poltrone”.
È un rancore che viene da lontano e tanto radicato da non vedere che la deriva liberticida serviva a coprire l’incapacità negoziale con l’Unione europea e la volontà di perseguire le politiche inique di sempre, a cominciare dai regali ad abbienti ed evasori, e persino l’abbandono della proclamata vocazione di attenzione ai territori. Ma così è stato ed è ancora.
Ci troveremmo dunque in una situazione ancor più grave di prima se, al di là delle molte parole, il nuovo governo dovesse scegliere la strada di “un’ordinata gestione degli affari”, scantonando da scelte radicali. Dovesse pensare che il popolo italiano si raccolga ordinato attorno allo “scampato pericolo”. E si permettesse di lasciare inattuati gli impegni per contrastare le disuguaglianze e le dichiarazioni sul “pieno sviluppo della persona”, “sull’equità intergenerazionale”, sul “Green New Deal”, sulla “politica industriale”, sul “nuovo umanesimo”, “sull’effettività del diritto allo studio”.
È nella povertà e nelle disuguaglianze che si è alimentata tra le persone più fragili e ai margini la distanza dalla politica e da una prospettiva di emancipazione, perché quelle persone si sono sentite abbandonate, tradite, non riconosciute. Una sorta di esodo dalla cittadinanza, con la rinuncia a ogni idea di responsabilità verso i beni comuni e la cosa pubblica e la penosa rivalsa su chi sta ancor peggio di te. È allora priorità assoluta riconnettere i diritti, in particolare quelli degli ultimi con quelli dei penultimi e dei vulnerabili — si tratti di insegnanti, precari, operai, artigiani, agricoltori o piccoli imprenditori — perché nella faglia della loro separazione, orchestrata magistralmente da una politica spregiudicata, si sono incistati rancore e rifiuto. Come germi di un’infezione aggressiva, sono cresciute lì le spinte allo smantellamento dei diritti. Non è questo solo un messaggio al nuovo governo e ai suoi ministri e ministre. Pensiamo debba essere l’impegno rinnovato del mondo della cittadinanza attiva, del privato sociale, della società in movimento, che nell’azione autonoma luogo per luogo e nella pressione sociale sui governi possono svolgere un ruolo. Sarebbe una iattura adagiarsi nel sollievo per la caduta del precedente governo, cadere nella sindrome del governo amico, fare, come si dice, “sconti”.
Serve piuttosto chiedere segni robusti di una svolta radicale. Segni che non vedremo più corpi lacerati e prigionieri in mezzo al mare sacrificati in nome della propaganda e che sia massimo l’impegno per una politica europea delle migrazioni. Che la progressività fiscale torni a essere un metro delle decisioni.
Che gli impegni puntuali assunti per il lavoro trovino attuazione. Che essi siano accompagnati dall’introduzione di modelli partecipativi di governo di impresa, capaci di ricomporre la filiera del lavoro e dar voce alle comunità interessate alla sostenibilità sociale e ambientale. Che venga data una missione strategica alle imprese pubbliche. Che siano compiuti i passi per indirizzare la rivoluzione digitale verso la giustizia sociale — tema assente nelle parole del governo — a cominciare dal rendere accessibili in formato aperto tutte le banche dati pubbliche. Che le politiche per le aree fragili del Paese rilancino e diano vita a strategie di area vasta centrate sui Comuni e sulla partecipazione dei cittadini. Che ogni misura per la transizione energetica sia prima di tutto a beneficio dei ceti più deboli. Che l’amministrazione pubblica sia messa in condizione di fare questo e altro, garantendole discrezionalità e cogliendo la straordinaria occasione del rinnovamento di mezzo milione di pubblici dipendenti.
Come ha scritto Marco De Ponte, la cittadinanza attiva è chiamata oggi a promuovere e organizzare mobilitazione, protesta esigente, disegno e pratica di alternative radicalmente visionarie. Può e deve raddoppiare l’autonomo impegno per diffondere e sperimentare le proprie proposte. Può e deve sollecitare il governo a tenerne conto e chiamarlo a motivare e discutere gli interventi che si appresta a realizzare, a costruire un dialogo strutturato con la società che manca da anni. Questo, sentiamo, deve essere l’impegno del Forum Disuguaglianze e Diversità
e delle altre alleanze sociali cresciute nel Paese. È un impegno che può aiutare anche a costruire le basi e le intese, dentro e fuori dei partiti esistenti, di una forma di organizzazione politica più adatta ai tempi. Quella che migliaia di giovani e meno giovani, in ogni angolo del paese, vanno discutendo e tentano di praticare in questa stagione.
Barca, economista, è stato ministro per la Coesione territoriale nel governo Monti Morniroli, esperto di immigrazione e di lotta all’esclusione sociale, collabora con diversi enti e amministrazioni Entrambi sono promotori del Forum Disuguaglianze e Diversità
Wayne Gladstone, fra gli altri, lo ha immaginato nel 2014 e descritto nel romanzo Internet Apocalypse : un mondo che d’improvviso si ritrova senza più il Web. Niente Facebook né mail, niente Whatsapp, Instagram e soprattutto niente Google. Dal suo motore di ricerca a You-Tube, dal browser Chrome alle mappe, si spegnerebbe tutto. E sarebbe un problema non da poco, perché il colosso di Mountain View ha radici profonde nella vita di miliardi di persone. «Specialmente da noi», fanno sapere dalla ComScore che da sempre monitora il traffico dati. «Su un totale di 38,2 milioni di persone che hanno accesso alla Rete in Italia, 37 milioni frequentano i suoi servizi». Significa il 98 per cento di chi naviga da smartphone e il 99 di chi lo fa da computer. Senza dimenticare che ha in mano poco più del 30 per cento del mercato pubblicitario mondiale online, settore da 340 miliardi di dollari l’anno stando alla eMarketer. Si potrebbe quindi fare a meno dell’universo di questa multinazionale nata con le ricerche in Rete 21 anni fa? Si, sopravvivremmo, ma a fatica. Di alternative ce ne sono, difficile però che riuscirebbero a compensare il vuoto all’inizio. Prendete il sistema operativo Android per smartphone: l’unica altra scelta è iOs di Apple, legato a doppio filo con i costosissimi iPhone; Windows Mobile, stabile e ben disegnato, lo hanno invece mandato in pensione per assenza di app; il finlandese Sail-FishOs, eredità della Nokia, prometteva ma è stato acquisito dalla Russia; Harmony Os della cinese Huawei deve ancora dimostrare di poter competere. Nei motori di ricerca Google ha ancora meno concorrenti. Da Qwant a Bing di Microsoft, finora non è andata bene a chi ha provato a cambiare le cose. Ad agosto Google poteva contare su una quota di mercato del 92 per cento. Bing è in seconda posizione, con il 2,6.
In Italia l’app di YouTube, fra le prime venti più usate da noi non ci sono altri servizi puramente video, ha davanti solo Whatsapp e raggiunge l’81 per cento delle persone. Google Search arriva al 77 per cento, le mappe al 73. A proposito di mappe. Google ha il 67 per cento del mercato, eppure è uno dei pochi terreni nei quali le alternative non mancano. Here, Moovit, Bing Maps, Apple Maps sono solo alcuni esempi. La sua posizione in pratica è meno schiacciante rispetto ad altri ambiti, dove i problemi non sono mancati.
L’Antitrust italiano da maggio sta indagando per abuso di posizione dominante riguardo Android Auto, sistema operativo per automobili dal quale è stata esclusa la app Enel X Recharge. E a marzo Google è stata multata dal commissario Margrethe Vestager, futura vicepresidente della Commissione Europea con delega al digitale. Un miliardo e mezzo di euro, sempre per abuso di posizione dominante, anche se nel settore pubblicitario. L’ultima di una lunga serie di sanzioni. Insomma, se Google sparisse domani non si dovrebbe tornare agli sms, alle cartine stradali, alle enciclopedie (magari su cd-rom come ai tempi di Encarta), alla televisione tradizionale, ai cd e al vinile. Ma certo le nostre abitudini cambierebbero. «Quando ci fu il grande crash non andò affatto come temevamo. Non ci fu panico. Niente lacrime. Solo gente che batteva i pugni sul tavolo e imprecava. Internet non funzionava più, e cliccare su Aggiorna non serviva a niente», scriveva Gladstone. Ed è quel che probabilmente accadrebbe se invece di tutto il Web crollasse uno dei suoi pilastri che oggi sembra invulnerabile.
Un immenso uragano, senza più ostacoli politici, né barriere geografiche, si sta dirigendo minaccioso contro i giganti della Silicon Valley. Amazon, Apple, Facebook e soprattutto Google sono nel mirino di nuova leva di “sceriffi” dell’antitrust che si muovono a tutti i livelli, federale e statale, americano ed europeo. Otto stati americani hanno aperto venerdì una inchiesta antitrust su Facebook. Poi lunedì, quarantotto stati americani hanno annunciato un’ indagine giudiziaria su Google per scoprire, come ha detto il repubblicano del Texas, Ken Paxton, capofila di questa iniziativa, «eventuali comportamenti anti- competitivi ai danni dei consumatori nella pubblicità online e nel motore di ricerca». E ieri, a Bruxelles, Margrethe Vestager che negli ultimi anni non ha dato pace ai colossi hi-tech, è stata riconfermata all’Antitrust.
I colossi rischiano grosso. Anche se fanno finta di essere tranquilli e promettono collaborazione, si preparano alla battaglia giudiziaria. Temono multe miliardarie, aperture forzose alla concorrenza, break-up societari e, in definitiva, una perdita del loro immenso potere. In un paio d’anni, azzarda qualche esperto, il mondo dell’hi-tech potrebbe essere molto diverso – meno ricco, invadente e arrogante – di quello che abbiamo conosciuto finora. Gli Stati Uniti si sono mossi in ritardo nel contrastare lo strapotere delle multinazionali tecnologiche. Pesava forse l’umiliante sconfitta del governo federale nella causa antitrust contro la Microsoft persa da Bill Clinton. E mentre i democratici difendevano a oltranza i liberal (miliardari) della Silicon Valley e i repubblicani sventolavano la bandiera del liberismo e della supremazia tecnologica americana, nessuno si occupava veramente dei problemi di privacy e concorrenza. Lo scandalo di Facebook e Cambridge Analytica, con i suoi contraccolpi in termini di interferenze elettorali, ha lanciato un primo segnale d’allarme. Così, invece di raffreddare gli animi, la multa di 5 miliardi di dollari a Facebook, proprietaria anche di Instagram e Whatsapp, per l’uso improprio dei dati personali di 87 milioni di utenti ha accelerato le offensive giudiziarie e politiche. Il dipartimento della giustizia di Washington e la Ftc (Federal trade commission) hanno avviato indagini sulle quattro Big: Amazon, Apple, Facebook e Google. Il Congresso ha varato un programma di udienze e indagini. E Donald Trump non perde occasione per criticare non solo Google, il cui motore di ricerca non darebbe abbastanza spazio alle posizioni della destra, ma anche Amazon, che danneggerebbe i piccoli commercianti e che ha un boss, Jeff Bezos, proprietario anche del Washington Post , da sempre molto critico della Casa Bianca.
L’ultimissima mossa contro Google dei 48 stati americani (con l’eccezione della California e dell’Alabama) è di gran lunga la più seria. Se fosse dimostrato che la multinazionale di Mountain View ha danneggiato consumatori e concorrenti nella gestione del motore di ricerca e della pubblicità online, con comportamenti monopolistici, ci sarebbero conseguenze gravissime. Forse le multe non fanno molta paura ma non si può escludere che la pena per una violazione delle norme anti-monopolio arrivi alla frammentazione del gruppo in varie società, come accadde al gigante telefonico At&t e come suggerisce Elizabeth Warren, una delle tre democratiche nel plotone di testa per la Casa Bianca. Sundar Pichai, chief executive del motore di ricerca ha subito sguinzagliato i suoi lobbisti. Grazie ai loro profitti miliardari, tutte le aziende hi-tech non badano a spese in questo settore, oltre che nel finanziare i partiti politici. Facebook “investe” 12,6 milioni di dollari all’anno in contributi elettorali, Amazon 14,2 e Google 21. Somme e uomini per bloccare l’offensiva a Washington e a Bruxelles.
Ora sappiamo anche il nome della “spia estratta dal freddo”. Si chiama Oleg Smolenkov l’agente segreto reclutato dall’intelligence Usa ai vertici del Cremlino. Sposato con figli. E la sua fuga dalla Russia è degna dei migliori spy-thriller. Si trovava in vacanza con la famiglia in Montenegro il 14 giugno 2017 quando scomparve all’improvviso. A riprova che i suoi capi russi non sospettavano la sua seconda identità come 007 al servizio di Washington, fecero denuncia alla polizia locale temendo un incidente. Molti mesi dopo, Smolenkov è riapparso in un sobborgo residenziale, villetta con giardino, nello Stato Usa della Virginia. Può darsi che perfino i suoi familiari fossero all’oscuro del suo mestiere segreto. Questo spiegherebbe perché rifiutò la prima offerta della Cia di “estrarlo”, il termine che indica l’operazione top secret per mettere in salvo un agente in pericolo.
A fare il nome di Smolenkov è stato un giornale russo, Kommersant, vicino al governo. Ha “bruciato” l’ex-spia per ridimensionarne l’importanza: “funzionario di medio livello, non aveva accesso diretto a Putin”. I media Usa avevano evitato di svelarne l’identità, per non aggiungere pericoli. Lo scoop originario è della Cnn, lunedì. Altri media mettono in dubbio il nesso stabilito dalla Cnn fra le imprudenze di Trump e la necessità di organizzare un salvataggio. È certo che Smolenkov era una delle talpe più importanti per la Cia, fu cruciale per conoscere il coinvolgimento di Putin nell’interferenza contro Hillary Clinton. La tesi della Cnn è che Trump in vari incontri coi russi, Putin incluso, abbia rivelato informazioni top secret che hanno messo a repentaglio la spia di Mosca.
Non andavano più d’accordo su nulla, Donald Trump e il suo superfalco John Bolton. Afghanistan, Iran, Corea del Nord, Venezuela: ovunque Bolton avrebbe voluto un’America “imperiale”, aggressiva e determinata, fino all’uso delle armi se necessario. Trump è fedele allo slogan America First che incarna l’anima di un’altra destra: isolazionista, ripiegata sui propri interessi materiali, protezionista, stufa di fare il gendarme del mondo, pronta a voltare le spalle anche ai propri alleati. Due destre lontane anni luce fra loro. Bolton divenne una celebrity ai tempi in cui i neoconservatori ispiravano la politica estera di George W. Bush, progettavano l’invasione dell’Iraq (2003) e poi sognavano anche quella dell’Iran. Falchi sì ma globalisti. Bolton, molto più del pittoresco Steve Bannon, poteva fare da punto di riferimento per i sovranisti del mondo intero, da Salvini a Orbán a Bolsonaro. Unilateralista ma capace di pensiero strategico, Bolton aveva conquistato alleanze tattiche con alcuni dei vertici del Pentagono. Per esempio nell’ostacolare il ritiro totale delle truppe Usa dall’Afghanistan. Oppure nel resistere alla tentazione di altri summit-burla fra Trump e Kim Jong-un, col nordcoreano che continua imperterrito i suoi test missilistici e dà zero garanzie sul nucleare. Su altri temi i militari sono decisamente più cauti, Bolton è l’uomo delle fughe in avanti come ai tempi di Dick Cheney e Donald Rumsfeld: voleva usare maniere forti contro l’Iran e contro Maduro in Venezuela.
Quest’estate il presidente ci scherzava sopra: «Se fosse per Bolton avrei già dichiarato almeno un paio di guerre». Poi la voglia di scherzare gli è passata. Gli scontri più recenti fra i due sono stati furibondi sull’Afghanistan. Trump ha sperato fino all’ultimo di orchestrare un clamoroso colpo di scena, un vertice a Camp David per siglare l’accordo coi talebani, e poi annunciare il ritiro di tutti i 14.000 soldati americani prima dell’anniversario dell’11 settembre. Bolton giocava d’intesa coi generali per dissuaderlo, 18 anni di guerra non gli sono bastati, la missione afgana resta incompiuta. È stato il disaccordo fatale, preludio al divorzio tra i due. Che ora continuano a litigare a distanza, “you are fired!”, “non mi hai licenziato tu, mi sono dimesso io”. La cacciata del collaboratore caduto in disgrazia è uno dei massimi godimenti per Trump. Gli ricorda il suo successo più bello, il reality- show The Apprentice, l’unico vero trionfo nella sua controversa carriera di businessman. La lista dei licenziati da questa Casa Bianca è impressionante, il ritmo delle porte girevoli è vorticoso. Prima di Bolton sono spariti dalla scena ben tre generali, Kelly Mattis e Mc-Master. Segretari di Stato, ministri di Giustizia, capi della Cia, a tutti è toccato l’urlo “you are fired!”
Il paradosso è che Trump si libera di un uomo considerato come pericoloso da gran parte dei governi mondiali, alleati o nemici. Sospiri di sollievo ovunque. L’avventuriero Bolton disprezzava gli europei come pusillanimi. Non ebbe mai tentazioni russofile come il suo capo, anzi ne condannava i flirt con Putin. Puntava alla resa dei conti con la Cina prima che quest’ultima abbia superato il punto di non ritorno nella corsa al sorpasso sull’America. Trump si muove in un universo parallelo, da businessman che vuole solo portare a casa l’affare più redditizio, in tempi rapidi, e gloriarsene con gli elettori. Trump è felice di aumentare il budget della Difesa ma preferisce che i militari restino a casa, non li vuole in giro a rischiare la vita e sprecare i soldi del contribuente.
Resta la domanda da un milione di dollari. Perché Trump scelse Bolton per un ruolo di primissima importanza, a dirigere quel National Security Council dove ci fu Henry Kissinger ai tempi della guerra del Vietnam e del disgelo Nixon-Mao? Perché, come già accadde coi tre generali, o con Rex Tillerson segretario di Stato, questo presidente così bravo a licenziare è un disastro al momento di assumere? La risposta è chiara. Trump continua a scegliere gli uomini sbagliati perché quelli che la pensano come lui scarseggiano, nelle alte sfere. L’establishment di destra storicamente si forma ai piani alti del capitalismo, o nelle accademie militari, o nei think tank sovvenzionati dai miliardari. Esiste un establishment di destra, ma è una destra globalista. I chief executive, i generali, i teorici della deregulation economica, affondano le radici nella rivoluzione neoliberista di Ronald Reagan, nell’escalation del riarmo con l’Unione sovietica. E’ tutta gente che pensa in grande, vuole un mondo soggetto alla Pax American, alle priorità di Washington. La ritirata strategica di Trump è popolare nella pancia di un’America profonda che non esprime élite, e deve fidarsi dell’istinto dello showman.
Stefano Delle Chiaie, morto lunedì notte a 83 anni, non era uno spettro del passato, ma una figura chiave per comprendere la galassia neofascista italiana di oggi, la sua mentalità, le mitologie e la sua peculiare narrazione della storia patria. È stato infatti uno dei suoi eroi, sin da quando, nel 1959, fondò Avanguardia nazionale, che, piccolo ma agguerrito, fu il principale gruppo storico dell’estrema destra radicale insieme a Ordine nuovo di Pino Rauti, protagonista di molti episodi violenti (fu in prima fila tra i “boia chi molla” dei moti di Reggio Calabria del 1970) e sciolto nel ‘76 per ricostituzione del partito fascista.
Nato a Caserta ma romano d’adozione, detto “er caccola” per la bassa statura e “il bombardiere di Roma” per la propensione a usare l’esplosivo, gli occhi sempre nascosti dietro ai Ray Ban a goccia scuri, amava definirsi «un rivoluzionario al servizio dell’Idea» — quella fascista, ovviamente. Latitante dal 1970, condannato in via definitiva come leader di Avanguardia nazionale e in primo grado — poi assolto — per il tentato golpe Borghese (i suoi ragazzi fecero irruzione nottetempo, armati, in una sede del Viminale), all’inizio degli anni Ottanta è l’uomo più ricercato d’Italia. Lo accusano di essere tra i mandanti della strage di Bologna, di piazza Fontana e dell’omicidio Occorsio. Dalla latitanza (figura di spicco della cosiddetta “internazionale nera” è stato gradito ospite prima della Spagna franchista, poi nell’America latina delle dittature) invia memoriali ai tribunali e concede un gran numero di interviste (la più clamorosa a Enzo Biagi nel 1983, in un luogo imprecisato della giungla tra Venezuela e Colombia). Delle Chiaie insiste su una tesi ben rodata: in quanto esponente duro e puro del “movimento nazional-rivoluzionario” è un perseguitato dal “sistema”, come gli altri militanti dell’estrema destra eversiva, inclusi i killer dei Nar. Le stragi sono di Stato, frutto di «manovre dei servizi segreti e delle centrali di potere», e lo Stato legittima ogni violenza con la sua repressione. Disse all’epoca, sibillino: «È possibile [che io conosca i nomi dei manovali delle stragi]. Ma non è essenziale renderli noti […] intanto pretendiamo che vengano richiamati nelle aule di giustizia e processati tutti coloro che hanno prima istigato e poi protetto i responsabili delle stragi». Un tema su cui doveva saperla lunga: lo ha sempre accompagnato il puzzo di zolfo della collaborazione con i servizi segreti, in particolare con il famigerato “ufficio bombe”, l’Ufficio Affari riservati del Viminale di Umberto Federico D’Amato, che nell’inchiesta su piazza Fontana firma il depistaggio a danno del gruppo anarchico di cui fa parte il “provocatore” Mario Merlino. Fedelissimo di Delle Chiaie, nel 1968, prima di convertirsi all’anarchia, partecipa a un viaggio nella Grecia dei colonnelli, con Rauti e il “caccola”, che prevede corsi accelerati in tecniche d’infiltrazione: inserire provocatori nei gruppuscoli di estrema sinistra per alimentare il disordine e promuovere una svolta a destra. E, sebbene loro abbiano sempre negato, negli anni Novanta, morto D’Amato, un ex vicedirettore degli Affari riservati ha confermato i rapporti stretti e durevoli tra Delle Chiaie e il suo vecchio capo: «Lo agevolavamo per passaporti, porto d’armi e quant’altro », ha detto alla magistratura. Alla faccia della purezza rivoluzionaria.
Arrestato ed estradato in Italia nel 1987, Delle Chiaie è stato prosciolto da ogni accusa: la sua è una delle tante storie che alimenta tra i camerati la mitologia di una destra rivoluzionaria eroica, innocente e perseguitata, soprattutto nei processi per strage. Ha pubblicato le sue memorie, L’aquila e il condor , e ha continuato a fare politica; in anni recenti, da una telefonata intercettata del leader di Forza nuova, Roberto Fiore, risulta essere stato un pontiere tra estrema destra ed esponenti leghisti. Come tanti altri, ora si è portato tutti i suoi segreti nella tomba, mentre i neofascisti continueranno a venerarlo nel pantheon degli eroi.
Chiusa una piazza virtuale, è subito pronta un’altra. Reti alternative a Facebook e Twitter, canali dove l’estremismo di destra può esibire i muscoli senza tanti problemi, diffondendo contenuti che richiamano direttamente il fascismo. Bacheche che garantiscono anonimato e sicurezza, da usare per il reclutamento. La rete più nota è la russa Vkontakte (“In contatto”), sempre pronta ad accogliere i supporter di Vladimir Putin. Per chi preferisce guardare verso Trump e Bannon, c’è Gab.ai (divenuta ora Gab.com), social nato all’interno del mondo
alt-right statunitense, caratterizzato dal Meme di “Pep the frog”, la rana simbolo del mondo identitario di oltreoceano. Qui si rifugiano i bannati da Mark Zuckerberg, quel popolo dell’odio con il profilo oscurato.
CasaPound su Vkontakte è presente fin dal 2012. Video delle adunate ad Acca Larentia, immagini di coltelli e pistole, scritte e tatuaggi che inneggiano a Mussolini. L’account è una vetrina di tutto quello che su Facebook il gruppo di estrema destra non ha mai potuto mostrare. Come le foto delle bandiere del gruppo Azov, lo squadrone paramilitare ucraino filo-nazista, gli slogan sulla Siria filo-Assad e i guerriglieri Karen armati di fucili con la bandiera della tartaruga frecciata. Pubblicare su Vkontakte difficilmente crea problemi, nessun account riconducibile ai gruppi di estrema destra è stato mai chiuso.
La funzione dei social, però, non è solo la propaganda. La rete giusta può diventare il punto di aggancio per nuovi militanti, la porta ingresso per chi è pronto a diffondere i contenuti delle organizzazioni di estrema destra. Le bacheche di discussione 4chan e 8chan — siti Usa dove è possibile postare messaggi anonimi, frequentatissimi dai militanti dell’alt- right — hanno anche una funzione specifica di reclutamento. Il centro studi londinese sull’estremismo Isd ha dedicato il report Meanstreaming Mussolini al monitoraggio dei canali social prima delle elezioni politiche italiane del marzo 2018: «L’ecosistema dei media usati per il reclutamento, la mobilitazione e il coordinamento attorno al voto italiano segue gli stessi percorsi di precedenti campagne dell’estrema destra: vengono utilizzati 4chan e 8chan come hub di reclutamento ». I ricercatori hanno seguito e monitorato «le discussioni avviate specificamente per reclutare italiani da utilizzare per operazioni di informazione in vista delle elezioni ». Il primo passo è l’aggancio ideologico, poi arriva l’invio di link d’invito a specifici canali Telegram. La piattaforma, nota per offrire chat criptate, è il rifugio preferito delle organizzazioni identitarie e sovraniste. Ha il vantaggio della diffusione capillare e permette di creare canali e sistemi di diffusione di contenuti difficilmente tracciabili. I numeri non sono paragonabili a Facebook, ma Telegram permette di diffondere contenuti poi riutilizzati su altre reti dagli utenti. Una sorta di super rete, con gallerie di meme, video e biblioteche virtuali dedicate alle pubblicazioni naziste e negazioniste. Canali che si presentano con la sigla “Meridiano zero” e il simbolo del disciolto Ordine nuovo.
«Bene» l’oscuramento sui social, ma «non basta»: i partiti e i movimenti fascisti «vanno sciolti». Perché «incitano all’odio» e perché «calpestano i principi antifascisti e antirazzisti della Costituzione». Il giorno dopo la cancellazione dei profili di CasaPound e Forza nuova dalle piattaforme di Facebook e Instagram, politica, sindacati e associazioni vanno all’attacco. E riprendono un appello lanciato da Repubblica (per la prima volta due anni fa). «Lo ribadisco: si sciolgano le organizzazioni fasciste — dice la presidente dell’Anpi, Carla Nespolo — . La provocazione dei saluti romani sotto il Parlamento (lunedì mattina, ndr) è l’ennesima prova che siamo di fronte a un fenomeno che va fermato. Bene ha fatto Fb a oscurare le pagine di Cpi e Fn — continua Nespolo — . Ora mi appello al governo e alla magistratura: basta tentennamenti, stop ai partiti e ai gruppi neofascisti. Applichiamo fino in fondo la Costituzione».
Nel neo-governo giallo-rosso e nei partiti che lo compongono la chiusura («per incitamento all’odio ») operata da Facebook è stata accolta con favore. Il segretario dem Nicola Zingaretti — che ha parlato di «scelta giusta e coraggiosa» — rilancia: «Dobbiamo mettere fine alla stagione dell’odio. Ci sono persone che se vincessero negherebbero ad altre persone il diritto di esistere ». Da sempre in prima linea contro l’ultradestra, il deputato Emanuele Fiano è sorpreso di fronte alle proteste dei leader di Cpi e Fn per la censura decisa dai social. «Ma come, gente che si dice orgogliosamente fascista protesta, peraltro contro una società privata, per essere stati discriminati in nome della battaglia contro le idee discriminatorie? Adesso fanno gli agnellini, le vittime sacrificali? La battaglia contro la diffusione delle idee di odio o discriminatorie, qualsiasi ne sia l’origine ideologica o il colore, è sacrosanta». Dal M5S arrivano le parole di Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare Antimafia. «Io sono per la libertà di opinione e di parola. Ma questo non può significare, in nessun caso, legittimare l’odio».
Morra, riferendosi ai gruppi neri, spiega che «il materiale di prova contro chi incita all’odio e alla violenza non manca. Va sferrato un attacco su fatti precisi». Ci sono. Dal 2011 al 2017 — dati del Viminale — Cpi e Fn hanno collezionato complessivamente oltre mille denunce (dirigenti, militanti, simpatizzanti) e decine di arresti: violazione delle leggi Scelba e Mancino, razzismo, violenza, omicidio e tentato omicidio. A Bari la Cassazione ha confermato il sequestro della sede di Cpi, finita sotto inchiesta per tentata riorganizzazione del partito fascista (aggressione squadrista del 21 settembre 2018 a persone che manifestavano contro l’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini). Nel caso di Fn già due sentenze, sempre della Suprema Corte, 2010 e 2011, hanno riconosciuto la natura fascista del partito di Fiore. Dice Laura Boldrini (LeU): «Per arginare la politica dell’odio di Cpi e Fn bisogna procedere al loro scioglimento, visto che si dichiarano apertamente fascisti, ponendosi fuori dal perimetro costituzionale». Da Sinistra italiana, Nicola Fratoianni non usa giri di parole: «Non lasciamo che sia (solo) Facebook a far rispettare la natura antifascista della Costituzione. Politica e magistratura facciano la loro parte. I gruppi fascisti vanno sciolti».
Se il segretario della Cgil Maurizio Landini ribadisce che «è ora di far applicare la Costituzione anche da chi sulla Costituzione ha giurato », la presidente dell’Arci, Francesca Chiavacci, ragiona: «Fare i saluti romani sotto Montecitorio, compiere azioni violente e rivendicarle con orgoglio sono caratteristiche di movimenti che con la democrazia non hanno grande dimestichezza. Vanno fermati non perché erano in piazza a criticare il neo governo. Il problema è l’apologia del fascismo e l’odio che diffondono».