Nella sua autobiografia pubblicata nel 2012 ( L’aquila e il condor – Memorie di un militante politico , edita da Sperling&Kupfer), Stefano Delle Chiaie commenta così la strage di piazza Fontana: «Quel giorno l’Italia si scontrò con il mistero della violenza nichilista. Fu l’inizio di anni tormentati che permisero errori, depistaggi, falsificazioni e strumentalizzazioni di parte a danni della verità. Con inimmaginabili conseguenze per molte persone strette nella morsa di quella macchinazione». Lui — il Comandante neofascista morto ieri a Roma tre giorni prima di compiere 83 anni — per la strage del 12 dicembre 1969 fu inquisito, processato e assolto, come per molti altri attentati o progetti aversivi degli anni Sessanta e Settanta; fino alla bomba di Bologna del 2 agosto 1980.

Sospettato, accusato e infine scagionato sul piano della responsabilità penale. Ma la propria appartenenza al mondo nero che fece da sfondo e coltivò la «strategia della tensione», con tanto di protezioni e coperture negli apparati statali, l’ha sempre rivendicata, senza però mai svelarne i misteri. Anzi, spesso negandoli, a cominciare proprio dal disegno complessivo che teneva insieme i diversi episodi.

«Certamente in quel periodo la tensione era presente nel Paese — sosteneva Delle Chiaie —; non per una strategia studiata a tavolino, ma come conseguenza di una situazione storica obiettiva. La “strategia della tensione” e lo “Stato parallelo” sono formule che hanno istigato una violenza antifascista, che venne poi giustificata con la difesa della democrazia». Come se le vittime fossero lui e la sua parte; come se le trame che hanno inquinato e deviato la storia del Paese non fossero state tessute anche tramite lui e i movimenti della destra extraparlamentare di cui è stato protagonista: da Ordine nuovo a Avanguardia nazionale, fino a quella sorta di internazionale nera che gli ha garantito diciassette anni di latitanza all’estero, prima nella Spagna franchista e poi nel Sud America dei generali golpisti; Cile, Argentina, Bolivia, infine Venezuela.

A chi gli chiedeva perché non si decidesse a raccontare quello che sapeva rispondeva che era compito degli inquirenti ricostruire la verità. Lui s’è limitato — nelle deposizioni, nelle memorie e nelle interviste — a dire quel che riteneva necessario per essere scagionato dai reati e provare a difendere la genuinità politica delle proprie gesta. Per esempio quando raccontò che nel 1964, 14 anni prima che ci pensassero le Brigate rosse, un gruppo di ex repubblichini gli propose di sequestrare il presidente del Consiglio Aldo Moro; richiesta rifiutata con un freddo e sbrigativo saluto, ha precisato il militante all’epoca non ancora trentenne ma già tra i protagonisti più importanti del neofascismo italiano. Dai forti legami con Junio Valerio Borghese, quello del tentato colpo di Stato del 1970, per il quale pure Delle Chiaie è stato chiamato in causa. Lui però diceva che all’epoca era in Spagna, ma ha sempre mostrato di sapere molte cose. Forse troppe per uno assente. Come su altre vicende oscure della storia italiana.

Il sedicente anarchico Mario Merlino, accusato insieme a Valpreda per piazza Fontana, era anche un fascista di Avanguardia nazionale a stretto contatto proprio con Delle Chiaie. E per la strage di Bologna il «Caccola» (un soprannome che gli fu affibbiato da ragazzino per la bassa statura) era stato inserito nella catena che da Licio Gelli e la P2 portava agli esecutori materiali; anelli che uno dopo l’altro si sono spezzati, ma senza mai cancellare i sospetti di complicità e connivenze. Estradato in Italia nel 1987 e finito il tempo delle inchieste e dei processi, Delle Chiaie ha tentato nuove avventure politiche con scarso successo, che ieri gli sono valse il saluto solidale dell’ex eurodeputato leghista Mario Borghezio a «un alfiere della lotta contro la sovversione comunista». E sono rimasti i legami con i «camerati» di ieri e di oggi. Fino a Massimo Carminati, che intercettato nel 2014 diceva ai suoi amici: «Io sono un soldato politico… io i soldi li do al Caccola».

SUL VOLO PAPALE L’aereo sorvola il Kilimangiaro quando Francesco raggiunge i giornalisti che lo hanno seguito in Mozambico, Madagascar e Mauritius. All’andata, nel commentare un libro sugli attacchi contro di lui dell’ultradestra cattolica americana, il Papa aveva esclamato: per me è un onore che mi attacchino. Ora risponde sereno ma secco: «Io prego che non ci sia uno scisma, ma non ho paura. Nella Chiesa ci sono stati tanti scismi». Negli occhi ha l’immagine di innumerevoli bimbi: «L’Africa è un continente giovane. Come ho detto a Strasburgo la madre Europa è quasi diventata la nonna Europa, è invecchiata, stiamo vivendo un inverno demografico gravissimo. Ho un’opinione personale: penso che la radice sia il benessere, attaccarsi al benessere. Sì, ma stiamo bene, io non faccio figli perché devo comprare la villa, fare turismo, un figlio è un rischio, non si sa mai…».

Santità, negli Usa ci sono forti critiche e alcune persone a lei vicine parlano di un complotto contro di lei…

«Le critiche non sono soltanto degli americani ma un po’ dappertutto, anche in Curia, almeno quelli che hanno l’onestà di dirlo. E a me piace, non mi piace quando le critiche stanno sotto il tavolo, ti fanno un sorriso che mostra i denti e poi ti pugnalano da dietro. La critica delle pillole di arsenico non serve, non aiuta. Aiuta i piccoli gruppetti chiusi che non vogliono sentire la risposta. Invece una critica leale è aperta alla risposta e costruisce. Fare una critica senza voler sentire risposta e senza dialogo è non volere bene alla Chiesa, è andare dietro ad un’idea fissa, cambiare Papa, stile, o fare uno scisma».

Ha paura di uno scisma nella Chiesa americana?

«Nella Chiesa ci sono stati tanti scismi. Dopo il Concilio Vaticano I e l’ultima votazione, sull’infallibilità, un bel gruppo si è staccato dalla Chiesa e ha fondato i veterocattolici. Anche il Vaticano II ha creato queste cose, forse il distacco più conosciuto è quello di Lefèbvre. Sempre c’è l‘azione scismatica nella Chiesa, è una delle azioni che il Signore lascia sempre alla libertà umana. Io non ho paura degli scismi. Prego perché non ce ne siano, perché c’è di mezzo la salute spirituale di tanta gente, prego che ci sia il dialogo e la correzione se c’è qualche sbaglio, ma il cammino nello scisma non è cristiano. Pensiamo all’inizio della Chiesa: tanti scismi, basta leggere la storia, ariani, gnostici, monofisiti… È stato il popolo di Dio a salvare dagli scismi. Gli scismatici hanno sempre una cosa in comune: si staccano dal popolo, dalla fede del popolo di Dio. Uno scisma è sempre una situazione elitaria, l’ideologia staccata dalla dottrina. Per questo io prego che non ci siano. Ma non ho paura. Questo è uno dei risultati del Vaticano II, non è che questo Papa o un altro Papa… Ad esempio le cose sociali che io dico sono le stesse che ha detto Giovanni paolo II, le stesse, io copio lui. “Ma il Papa è troppo comunista, eh”! Entrano delle ideologie nella dottrina, e quando accade lì c’è la possibilità di uno scisma. E c’è ideologia, cioè la primazia di una morale asettica sulla morale del popolo di Dio. Oggi abbiamo tante scuole di rigidità dentro della Chiesa, che non sono scisma, ma sono vie cristiane pseudo-scismatiche che alla fine finiranno male».

Cosa pensa del fenomeno della xenofobia in Africa?

Sul volo dall’Africa

«La lotta più grande

è per la biodiversità Sono i giovani a difendere l’ambiente»

«Non è solo dell’Africa, è una malattia umana, come il morbillo. Ti viene, entra in un Paese, in un continente. I muri lasciano fuori tanta gente, ma coloro che li fabbricano rimarranno dentro soli e alla fine della storia saranno sconfitti da invasioni potenti. La xenofobia è una malattia, “la purezza della razza”, per nominarne una del secolo scorso. Le xenofobie tante volte cavalcano i cosiddetti populismi politici. Delle volte sento in alcuni posti discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel ’34. C’è un ritornello in Europa, ma anche in Africa c’è una xenofobia interna: il tribalismo».

In Madagascar ha parlato della crisi ambientale…

«Esiste un inconscio collettivo che dice: l’Africa va sfruttata. Dobbiamo liberare l’umanità da questo. La lotta più grande è per la biodiversità. La plastica negli oceani — in Vaticano abbiamo proibito la plastica —, i grandi e piccoli polmoni della Terra, i ghiacciai… La difesa dell’ambiente la portano avanti i giovani che dicono: “Il futuro è nostro”».

I governi stanno facendo tutto il possibile?

«Alcuni di più, altri di meno. Alla base dello sfruttamento ambientale c’è la corruzione. Pensiamo ai tanti sfruttati nelle nostre società, in Europa. Il caporalato, non lo hanno inventato gli africani. E così la domestica pagata un terzo del dovuto, le donne ingannate e sfruttate e costrette alla prostituzione nel centro delle nostre città… Tutto questo è sfruttamento ambientale e anche umano, per corruzione».

E ora che il governo Conte II ha avuto la fiducia anche dal Senato — 169 sì, 133 no, 5 astenuti — le aule parlamentari dominate dalla maggioranza M5S-Pd-Leu sono in attesa dei primi provvedimenti da votare che però, al momento, neanche sono stati messi in calendario: a partire dalla riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari, il cui voto definitivo previsto alla Camera slitta a ottobre perché le forze di maggioranza non hanno un accordo in tasca sull’incastro con la legge elettorale proporzionale.

Così il professor Giuseppe Conte, affiancato in Aula da Luigi Di Maio (Esteri) e da Luciana Lamorgese (Interno), ha incassato il via libera di Palazzo Madama con due voti in meno del Conte I (171): «Ora il primo obiettivo è governare, dopo questa fiducia che è un nuovo inizio per l’Italia», ha detto il presidente del Consiglio. E il capo politico del M5S si è subito messo in sintonia: «Conte è il garante del programma, ero scettico sul Pd ma mi ha stupito positivamente». Toni simili utilizzati anche dal segretario del Pd, Nicola Zingaretti: «Ora inizia la grande sfida, cambiamo insieme l’Italia». «Sarà il governo della lotta alle diseguaglianze», ha chiosato il ministro della Salute Roberto Speranza (Leu). Invece Matteo Salvini, protagonista di uno scontro in Aula con il premier — che ha puntato il dito contro «l’arroganza» di chi ha chiesto «pieni poteri» — ha liquidato la maggioranza con due parole: «Fritto misto».

Il Conte II ha ottenuto un buon margine di vantaggio anche al Senato perché i contrari sono stati 133 (FI, Lega, FdI) e 5 senatori azzurri (tra i quali Donatella Conzatti: «Ho avviato una riflessione politica…») erano assenti. Mentre il senatore a vita Giorgio Napolitano, a casa per motivi di salute, ha fatto sapere di essere favorevole alla nascita del nuovo governo. Ci sarebbero da aggiungere altri due senatori, uno del Pd e uno del M5S (Deledda e Rojc), assenti anche loro per motivi di salute. Infine, i tre della Südtiroler Volkspartei, astenuti «nel voto» pigiando il tasto della luce bianca, hanno detto che valuteranno di volta in volta i provvedimenti del governo.

Chi invece guarda al bicchiere mezzo vuoto punta sui voti arrivati al Conte II al di fuori del recinto M5S-Pd-Leu. A 169 ci si arriva, infatti, sommando anche voti di 3 senatori a vita (Liliana Segre, Elena Cattaneo e Mario Monti) e dei tre della autonomie (Bressa, che poi è del Pd, Casini e Lanièce dell’Union Valdôtaine) e dei 2 del Maie che però sono sempre in area governativa.

Archiviata la fiducia, alla Camera la maggioranza ha già preso tempo sul taglio dei parlamentari che avrebbe dovuto essere calendarizzato per settembre e che, invece, slitta: «A ottobre si devono tagliare definitivamente», ha detto Di Maio. Al Senato c’è in ballo solo un decreto sui riders, ereditato dal Conte I. Mentre la nuova legge elettorale è in alto mare e ieri è stata bloccata la fuga in avanti di chi, nella maggioranza, aveva già fissato un vertice tra i capigruppo.

Si gode ancora il successo della sua piazza Giorgia Meloni: «Una manifestazione di lunedì mattina era un grande rischio, e invece è stata la più partecipata di sempre. È un governo che nasce contro la volontà degli italiani, e sono fiera di aver dato agli italiani la possibilità di dirlo».

Non tutti hanno apprezzato però.

«Ci hanno dato degli eversivi, quando è un diritto esprimere il proprio dissenso. Era una piazza pacifica, di cittadini normali e arrabbiati perché si impedisce loro di scegliere da chi essere governati. Una Repubblica parlamentare non autorizza a fregarsene della volontà popolare: in piazza c’erano elettori di FdI e del centrodestra, ma anche tanti delusi dal M5S».

Certo i saluti romani non sono apparsi espressione di democrazia…

«C’erano 30 mila persone. Io dal palco non ho visto nessuno fare il saluto romano e possono testimoniarlo le foto dall’alto della folla. Poi è vero, abbiamo riempito non una ma quattro piazze di Roma. E quello che i grillini alla caccia dell’incidente sono riusciti a riprendere sono tre, dicasi tre, persone che facevano il saluto romano. Una foto pubblicata dai giornali era di un anno fa, un’altra mostrava una signora che ha querelato. Questo qualifica una manifestazione?».

FI però ha preso le distanze: non è un segnale?

«Non li ho veramente capiti. Ma come, io sono cresciuta con Berlusconi che parlava dei “due milioni in piazza contro i comunisti” sui quali è nato il centrodestra, e adesso la piazza è una cosa brutta? Credo che non abbiano partecipato più per il morettiano “mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” che per convinzione, visto che molti azzurri avrebbero voluto essere presenti. E io avevo rinunciato alle bandiere di partito per accogliere tutti».

E Salvini alla fine è dovuto venire da lei.

«Non ne farei una questione di imprimatur, sono contenta che dopo aver detto che non sarebbe sceso in piazza abbia cambiato idea».

Sono contenta che Salvini abbia cambiato idea e sia venuto.

Berlusconi? Bisogna chiarirsi

sui temi, perché se poi si accet-ta una legge elettorale proporzio-nale non ci siamo

Il centrodestra sembra però ormai fatto da entità a sé stanti: che succederà?

«Il centrodestra dovrà ristrutturarsi, è un’esigenza sotto gli occhi di tutti. Io sono molto fiera di FdI, che per tutti i sondaggi è ormai il secondo partito della coalizione».

Sul palco c’era Toti: è il possibile sostituto di FI?

«Va sicuramente messo qualche paletto nella coalizione, ma dovrà essere ampia e aperta. Giovanni è importante, anche se non abbiamo idea di quanto possa pesare la sua creatura, ma non lavoro affinché qualcuno escluda l’altro».

Berlusconi ha precisato di non aver mai detto di volerla fuori dalla coalizione e ha lanciato un tavolo dell’opposizione: è d’accordo?

«Mi fa piacere che non l’abbia detto, anche perché non si vede da cosa mi avrebbe dovuto cacciare… Io rivendico di aver lavorato sempre e solo per un centrodestra vincente. Poi, con un tavolo o meno, ben venga un’opposizione comune. Chiarendosi sui temi però, perché se poi si accetta di lavorare a una legge elettorale proporzionale, allora non ci siamo. Il proporzionale servirebbe solo a fare del M5S l’ago della bilancia, e noi siamo contrarissimi».

Si rischia che un centrodestra di protesta e piazza perda il suo ruolo di rappresentanza dei ceti produttivi?

«Ma per noi la piazza non sostituisce il Parlamento. Ci saremo, su ogni tema, con le nostre proposte. Tra dieci giorni si apre la nostra festa di Atreju, avremo ospiti tutti i presidenti delle principali associazioni di categoria e imprenditoriali. La nostra “Sfida alle stelle”, come da titolo della manifestazione, per un grande governo del miracolo italiano è viva. Senza una visione comune della Nazione non si governa in un tempo di intemperie come questo. Noi ce l’abbiamo, loro no».

La protesta

Ci hanno dato degli eversivi. Era una piazza pacifica, di cittadini normali e arrabbiati

Matteo Salvini apre la campagna acquisti. «Fino alla settimana scorsa avevo dato lo stop — dice —. Però, è vero che i miei continuano a dirmi che c’è un sacco di gente interessata a quello che diciamo noi, dai consiglieri di zona ai parlamentari». E dunque? «Dunque ho detto che se sono brave persone, perché no?».

È vero che la prima provenienza che venga in mente è Forza Italia. Ma il leader leghista è convintissimo che raccoglieranno l’appello «parecchi e parecchi» eletti a 5 Stelle: «Gente con la schiena diritta che è disgustata da tutto quello che sta accadendo». Perché, come il leader leghista ha detto ieri in Senato rivolto agli stellati, «non penserete davvero che vi abbiano eletti per chiedere la fiducia di Monti e di Casini…».

E così, il panorama dell’opposizione potrebbe progressivamente cambiare. Tanto per cominciare, la riunione degli amministratori di centrodestra che Salvini ha convocato per sabato a Milano assume un altro sapore: sarà interessante, per esempio, annotare chi parteciperà a un’assemblea in cui, fino a ieri, i partecipanti non leghisti erano soltanto i governatori delle regioni guidate dal centrodestra. Ma con Silvio Berlusconi, Salvini dice che si incontrerà a breve: «Il rapporto con lui non l’ho mai interrotto — ha detto a Bruno Vespa —, ci sono le Regionali. Se il programma è chiaro e condiviso io non dico no a nessuno».

Gli ultimi fuochi, tutt’altro che pallidi, del duello con Giuseppe Conte sulla caduta del governo gialloverde ancora non si sono spenti. Ma ormai Salvini sa che l’opposizione al governo «legittimo formalmente ma abusivo nella sostanza» potrebbe non essere breve. E così, ieri sera ha cominciato a mettere a punto la macchina del partito riunendo i gruppi parlamentari: «Abbiamo parlato della Pontida di domenica che sarà la più partecipata di sempre e della manifestazione del 19 ottobre a Roma a cui porteremo il mondo. Sono contento perché ho trovato i parlamentari molto motivati. Anche Giorgetti…».

In Lega, però, c’è chi ha fatto notare all’ex ministro dell’Interno che il cambio della legge elettorale in senso proporzionale rischia di spedire il partito all’opposizione per un bel pezzo. E lui, che fin qui aveva liquidato la questione con un «vinciamo lo stesso», ieri al Senato è entrato diritto: «Pensate che stasera tra M5S e Pd ci sarà una riunione sulla legge elettorale, vogliono tornare al proporzionale… Pensate un po’, il giorno della fiducia già si trovano a parlare della legge elettorale».

E dunque, Salvini promette guerra: «Vogliono preparare il terreno per gli inciuci a vita? Noi raccoglieremo le firme, altro che 500 mila, ne porteremo 5 milioni. Perché per noi, chi prende un voto in più governa». Nel mirino anche i senatori a vita: «Quelli nooo, con tutto il rispetto… È la casta della casta della casta». Poco più tardi il segretario leghista si spingerà anche a parlare di modifiche alla forma di governo: «Penso a una riforma presidenzialista con l’elezione diretta del presidente della Repubblica».

Sono le due misure simbolo del primo governo Conte, quello sostenuto dalla Lega insieme al Movimento 5 Stelle. E non hanno avuto il successo sperato visto che le domande sono state inferiori alle attese, liberando un tesoretto di 2-3 miliardi di euro, che già la maggioranza gialloverde pensava di dirottare verso altre voci di spesa. Ma su Quota 100 e reddito di cittadinanza si concentra l’attenzione del nuovo governo in vista del disegno di legge di Bilancio.

«Quota 100 rimane. Poi se ci saranno dei miglioramenti da fare, per quota 100 o per il reddito di cittadinanza, li faremo. Ma le due misure restano» dice il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, del Movimento 5 Stelle. Per poi aggiungere che «bisogna lavorare al potenziamento dei centri per l’impiego». Una difesa quasi d’ufficio visto che è stata proprio lei, ormai sei anni fa, a presentare la prima proposta di legge per il reddito di cittadinanza. Ma, anche se è ancora presto per capire quale sarà il punto di caduta finale, qualche correttivo è allo studio per tutte e due le misure. E del resto se ne parla fin dai primi giorni del confronto tra M5S e Pd che ha portato al Conte II.

Quota 100 è la misura che consente di andare in pensione quando a fare 100 è la somma tra l’età anagrafica, a patto che gli anni siano almeno 62, e 38 gli anni di contributi versati. È stata introdotta dal primo governo Conte in via sperimentale e solo per tre anni: 2019, 2020 e 2021. Nel 2022 non ci sarà, a meno di una proroga che al momento viene esclusa. Sempre che da qui alla fine del 2021 ci sia ancora questa maggioranza, ma qui entriamo davvero nel campo dell’imperscrutabile. I possibili correttivi sono al momento tre. Il primo è chiudere Quota 100 un anno prima del previsto, quindi alla fine del 2020. Il secondo è lasciare il meccanismo in piedi fino alla sua scadenza naturale, quindi fino alla fine del 2021, ma dando una stretta ai requisiti oggi previsti: ad esempio alzando l’età minima da 62 a 63 anni. Il terzo correttivo allo studio è lasciare Quota 100 sempre in piedi fino alla fine ma allungando le finestre, cioè il periodo che deve passare tra il momento in cui si maturano i requisiti per lasciare il lavoro e quello in cui effettivamente si va in pensione.

Le minori spese

Dalle domande inferiori alle attese si è liberato un tesoretto di 2-3 miliardi

I tre interventi, fra loro alternativi, non smonterebbero del tutto Quota 100. Anche se darebbero una stretta significativa. Ma potrebbero essere compensati con un potenziamento delle misure in favore di chi svolge lavori usuranti, che già oggi hanno dei vantaggi sull’età pensionabile, o dell’Ape sociale, che consente di anticipare la pensione alle categorie più deboli come i disoccupati o le persone con disabili a carico.

Sul reddito di cittadinanza i margini di manovra sono più stretti. Soprattutto perché si tratta della misura simbolo del Movimento 5 Stelle, ancora al governo. Due cose, però, potrebbero essere fatte. La prima è un ulteriore rafforzamento delle sanzioni a carico di chi prende il sussidio ma lavora in nero. Oggi è prevista la reclusione da due a sei anni. La seconda, meno scenografica ma forse più opportuna, è un revisione dei criteri per ottenere il sussidio. In questi primi mesi di applicazione ci si è accorti che le regole tendono a svantaggiare le famiglie numerose, premiando invece chi vive da solo. Un effetto non voluto, anzi. Ma causato dalla metodo di calcolo delle graduatorie rispetto all’Isee, l’indicatore che misura la ricchezza dei nuclei familiari. È probabile che questo metodo venga rivisto per riequilibrare i rapporti tra famiglie numerose e single. Naturalmente con un gioco a somma zero: dando qualcosa in più alle prime e qualcosa in meno ai secondi.

Non è non è e non sarà un giubileo. Sarà un test di lungimiranza, ancora tutto da superare. La nomina di Paolo Gentiloni come commissario Ue per l’Economia non significa che per l’Italia inizia un periodo nel quale sarà esente dalle regole. E il fatto che un ex premier italiano del Pd rappresenti la prima linea della vigilanza su un governo con un ministro dell’Economia del Pd, Roberto Gualtieri, non lascia né all’uno né all’altro le mani libere. Piuttosto, Gentiloni avrà bisogno di tutto il suo tatto e peso intellettuale per perseguire un duplice obiettivo: sospingere l’area euro verso politiche che non ripetano gli errori del passato e l’Italia — a parità di deficit — verso scelte che non puntino a fiammate di consenso ma a gettare le basi di un’economia più vitale.

Ursula von der Leyen, presidente entrante della Commissione, ha subito intravisto un rischio nella richiesta italiana di dare a Gentiloni l’incarico che oggi è di Pierre Moscovici. In molti l’avrebbero accusata di innescare un conflitto d’interessi: l’ex premier dello Stato dal deficit più alto dopo Francia e Spagna, dal debito più alto dopo la Grecia, quello che cresce meno in assoluto, a guardia di un governo che include il suo stesso partito. La tedesca ha sciolto il dilemma in stile cristiano-democratico, senza scontentare nessuno. Il commissario Gentiloni coprirà le materie che chiedeva, anche più numerose e promettenti di quelle affidate oggi a Moscovici. Ma Valdis Dombrovskis, ex premier lettone e già oggi vicepresidente a Bruxelles piuttosto propenso al rigore di bilancio, su quelle stesse materie diventa «vicepresidente esecutivo».

È una sottile differenza rispetto al passato. Anche con Juncker i vicepresidenti c’erano, ma avevano funzioni di «coordinamento». Con von der Leyen invece tre di loro diventano «esecutivi» — ha scritto la tedesca nelle lettere di missione — con potere di «gestire le aree politiche». Significa che l’ex premier di un Paese fondatore e di un’economia da 1750 miliardi di euro dovrà riportare all’ex premier di un Paese entrato nell’Unione europea 15 anni fa e di un’economia da meno di 50 miliardi di euro. Il primo avrà bisogno dell’assenso del secondo. In parte è il prezzo che Gentiloni paga per l’essere stato nominato per ultimo nel ruolo a Bruxelles, per le note vicende, da un Paese che resta oggetto di timori e diffidenza per la debolezza cronica della sua economia. Per Gentiloni e al suo Paese si aprono però due finestre preziose. Nella sua nuova posizione, l’ex premier alla prova dei fatti finirà per incidere sul sistema europeo in misura del peso specifico e della qualità politica della sua presenza. Lui stesso dev’esserne consapevole e per questo non sembra preoccupato di avere un «vicepresidente esecutivo» accanto a sé.

Quanto all’Italia, nella lettera di missione a Gentiloni von der Leyen sembra indicare una strada: con la prossima Commissione sarà probabilmente più facile accettare certi livelli di deficit fra il 2% e il 3% del Pil se le risorse vengono usate per tagliare i nodi indicati da Bruxelles, quelli che paralizzano il Paese da anni. Investire in tribunali delle imprese per una giustizia più rapida e certa non è inutile come gettare le stesse somme nel calderone della spesa corrente. Offrire sgravi per le tecnologie in azienda o l’assunzione di giovani qualificati, prima che fuggano all’estero, non è come riesumare le baby pensioni. Qui il ruolo di guida e mediazione del commissario italiano può diventare prezioso. Sempre che qualcuno a Roma trovi il tempo di dargli ascolto.

L’Italia ha raggiunto il suo obiettivo: il portafoglio dell’Economia, nuovo nome per gli Affari economici e monetari. L’ex premier Paolo Gentiloni è riuscito a convincere anche i Paesi nordici, sostenitori di una politica rigorista sui conti pubblici. Non è stato semplice. Ma avere schierato un peso massimo come un ex premier con la reputazione internazionale di Gentiloni è stata una mossa vincente e ha permesso al Paese di tornare protagonista dopo la parentesi sovranista anti-Ue dei mesi passati, durante la quale la Spagna ha tentato di giocare nel ruolo finora occupato dall’Italia nella costruzione europea.

Alla vigilia dell’ufficializzazione della nuova Commissione, il commissario tedesco uscente Günther Oettinger aveva fatto capire che la riserva era stata sciolta: un ex primo ministro che giunge da un grande Paese membro — aveva commentato — ha sempre la competenza per prendere un portafoglio importante. L’Italia ha l’Economia ma non seguirà direttamente la riforma del Patto di Stabilità che è uno degli obiettivi del nuovo governo Conte. Le Riforme tra cui anche quella per la creazione di un bilancio dell’Eurozona, sono state affidate alla portoghese socialista Elisa Ferreira. In più Gentiloni «dovrà collaborare», così come aveva dovuto fare il suo predecessore Pierre Moscovici, con il vicepresidente (in questa legislatura anche «esecutivo») Valdis Dombrovskis. Il portafoglio assegnato all’ex premier lettone (Ppe) ha contribuito a convincere i falchi: mercati finanziari, euro, partecipazione della Commissione all’Ecofin e all’Eurogruppo, dialogo con il Parlamento Ue e con la Bce. Ma alla domanda se Dombrovskis avrà l’ultima parola, Ursula von der Leyen ha risposto che «qualsiasi decisione finale sarà presa dal Collegio dei commissari». La presidente eletta ha ben chiari i ruoli e a trattare per la legge di Bilancio dell’Italia sarà il ministro dell’Economia: «Gualtieri sa quali siano le aspettative nei confronti dell’Italia e credo che riusciremo a fare progressi su questi aspetti nel quadro delle regole concordate». Anche Gentiloni ha chiaro quale sia ora il suo ruolo, ben definito nella lettera di incarico. Tra i vari punti «assicurare l’applicazione del Patto di Stabilità e crescita, usando tutta la flessibilità permessa dalle regole».

Ieri sera al Tg1 Gentiloni ha parlato da commissario, pur ricordando che dobbiamo avere «un ruolo da protagonista». Sulla revisione del Patto di Stabilità, ha spiegato che «la grande discussione si farà nel 2020: è chiaro che noi non immaginiamo una Ue senza regole di bilancio, immaginiamo politiche di bilancio espansive». Ha poi sottolineato che in Europa «ci sono opinioni, punti di vista, interessi diversi. Ma un traguardo comune: avere un’economia stabile e in crescita in un contesto internazionale molto incerto». La lettera gli affida anche il compito di lavorare a uno schema europeo di riassicurazione per i sussidi di disoccupazione, a un nuovo piano di investimenti e a una nuova politica fiscale.

La stessa promessa elettorale di sei mesi fa, questa volta ripetuta con la mappa sullo sfondo e qualche dettaglio in più. Fra una settimana gli israeliani tornano a votare e il premier Benjamin Netanyahu sa che i sondaggi gli danno un solo seggio di vantaggio (e in alcuni casi uno in meno) sull’avversario Benny Gantz, l’ex capo di Stato maggiore entrato in politica proprio per batterlo. Così ha annunciato di essere pronto ad annettere la valle del Giordano e le aree a nord del Mar Morto, se gli israeliani dovessero garantirgli il quinto mandato, è al potere dal 2009, ha già battuto il record di David Ben-Gurion, il padre fondatore della nazione. I territori indicati dal primo ministro e leader della destra rappresentano oltre il 30 per cento della Cisgiordania, quella che dovrebbe diventare il centro dello Stato sognato dai palestinesi. Che proclamano: «L’ipotesi dell’annessione seppellisce qualunque speranza di pace», in realtà le trattative sono già ferme dal 2014. I coloni applaudono ma restano scettici: «Ha avuto dieci anni per inglobare le terre arabe, se davvero avesse voluto. Staremo a vedere». I rivali accusano Bibi di sfruttare il suo ruolo per raccogliere consensi, sostengono che l’annuncio di lunedì — ha rivelato l’esistenza di un sito iraniano per la produzione di armi nucleari, distrutto da Teheran dopo essere stato scoperto — faccia parte della stessa strategia elettorale. È più probabile che Netanyahu abbia mandato un messaggio all’amico americano Donald Trump avvertendolo ancora una volta (con le foto satellitari a far da prova) di non fidarsi degli ayatollah. Il licenziamento di John Bolton da consigliere per la Sicurezza nazionale sembra preludere a quello che per il primo ministro israeliano è un incubo geopolitico: il tentativo di un incontro tra Trump e il presidente iraniano Hassan Rouhani.

Domenica mattina, l’ultimo strappo. Solo il segretario di Stato Mike Pompeo fa il giro dei talk show per provare a spiegare perché Donald Trump avesse invitato i leader dei talebani a Camp David, salvo poi annullare «il negoziato di pace». John Bolton, invece, è sparito. In quel momento il consigliere per la sicurezza nazionale di fatto è già fuori dall’Amministrazione. Nei giorni scorsi era andato allo scontro frontale con il presidente: non si possono ospitare i terroristi o gli amici dei terroristi sul suolo americano, per di più proprio alla vigilia dell’11 settembre.

Per una volta Bolton poteva contare sull’appoggio di una larga parte dei repubblicani, di molti democratici e, per il poco che vale, del vice presidente Mike Pence. Non è servito a nulla. Trump lo ha licenziato ieri mattina con il solito tweet: «Ho informato John Bolton ieri notte (il 9 settembre ndr) che il suo servizio non era più necessario. Sono fortemente in disaccordo con molti dei suoi suggerimenti, così come lo sono altri nell’Amministrazione, e quindi ho chiesto a John di dare le dimissioni, cosa che ha fatto questa mattina (10 settembre ndr). Nominerò un nuovo consigliere la settimana prossima». In realtà un’ora prima del messaggio presidenziale, Bolton stava coordinando una riunione. Subito dopo anche lui si è affacciato su Twitter: «Non sono stato licenziato; ho offerto le mie dimissioni ieri sera e il presidente mi ha risposto: “Parliamone domani”». La sostanza, però, non cambia. La posizione di Bolton vacillava almeno dalla primavera scorsa.

L’ex ambasciatore Onu, 70 anni, era entrato alla Casa Bianca il 9 aprile 2018, prendendo il posto del generale H. R. McMaster che a sua volta aveva sostituito Michael Flynn. Il nuovo assetto di comando ruotava su due personalità: Pompeo al Dipartimento di Stato e Bolton, appunto, a un passo dallo Studio Ovale. Non ha funzionato.

«Sono un patriota, sono “Pro America”, metto gli interessi del Paese al primo posto»: Bolton si era illuso di essere stato scelto dal presidente per questo motivo. Si era illuso di poter imporre una linea intransigente, talvolta fino all’estremismo. Più che un errore, un’ingenuità. In poco più di un anno si è trovato in minoranza su tutti i dossier principali: Nord Corea, Iran, Venezuela, Siria, Russia, Cina e, infine Afghanistan. Il consigliere per la sicurezza nazionale aveva dovuto accantonare le tesi spericolate sostenute, da opinionista, su Fox News: attacchi «preventivi» contro Kim Jong-Un e «i dittatori» di Teheran; misure punitive per colpire gli interessi personali di Vladimir Putin e così via. Una volta al potere si è ritrovato spiazzato dall’imprevedibile ed erratico pragmatismo di Trump. Ma non è solo questo. Ha gestito male anche i pochi casi nei quali si è potuto muovere con autonomia. Ad esempio il Venezuela: per settimane ha tramato con gli oppositori di Nicolas Maduro, senza alcun risultato.