Tutto si può dire di Hillary Rodham Clinton, meno che sia una figura in disarmo. A 71 anni, dopo una delle più devastanti sconfitte che si ricordino in democrazia, Hillary è se stessa più che mai. O almeno riesce, senza difficoltà apparente, a farlo credere. Non è il suo «buongiorno» in italiano mentre si aggira per Villa d’Este, quasi perfetto, da globalista: una donna che continua a viaggiare e conosce esattamente come dire poche parole chiave in ogni lingua. Non è neanche l’abito di gusto asiatico, la borsa di gran marca, o il quaderno nero fitto di note sotto mano; Hillary non riesce proprio a calarsi nel ruolo della celebrità che compare agli eventi solo per i suoi tre quarti d’ora sotto i riflettori. Lei resta una «geek», una che non la smette di fare tutti i compiti — anche quando non servirebbe — e infatti al Forum Ambrosetti è rimasta per due giorni seduta al primo bancoaascoltare e prendere appunti mentre gli altri parlavano. No, che Hillary non sia in disarmo lo si vede soprattutto da come ha parlato ieri al Forum. Aveva una carica di fuoco in pancia come se la campagna elettorale non fosse finita tre anni fa, ma dovesse ancora iniziare. Hillary Clinton non ha perso un’oncia di energia neanche quando si è avvicinata ai temi più delicati del Paese che oggi la ospita. La giornalista Rula Jebreal le ha chiesto se per caso il populismo almeno in Europa abbia superato il suo picco d’intensità. «Difficile dirlo», ha risposto un filo enigmatica Hillary. « Per esempio qua in Italia è appena nato un governo che ha lasciato fuori una delle figure politiche più entertaining». Alla lettera: «divertente». Da ex capo del dipartimento di Stato, è così che Hillary sceglie di definire Matteo Salvini. Senza una parola di più, senza neanche nominare il leader della Lega. Ancora meno diplomatica, al confine dell’incidente, è poi quando Jebreal la mette davanti alla domanda più dura: «Secondo lei, Donald Trump è il presidente legittimo degli Stati Uniti d’America?». L’intervistatrice non specifica. Non chiarisce se siriferisca alle interferenze russe, o a quel netto vantaggio nel voto popolare che a Hillary non è bastato. Nel 2016 ha prevalso Donald Trump, semplicemente perché ha vinto più grandi elettori. Ma anche lì la candidata sconfitta non si tira indietro, sapendo benissimo che questo è il momento in cui tutti in sala pensano: è difficile essere Hillary, è dura portare in giro questo nome e questo volto, oggi. Lei attacca: «Ho preso quasi quattro milioni di voti in più di Trump e ora sappiamo dai risultati dell’inchiesta di Robert Mueller che l’interferenza russa nella campagna elettorale c’è stata. È provata. Trump ha vinto perché ha avuto più grandi elettori, per 70 mila voti». Punto, senza aggiungere altro. Senza riconoscere che oggi il presidente legittimo è l’altro. L’omissione è talmente palese che Jebreal torna all’attacco e le pone per la seconda la stessa domanda: Trump ha diritto o no a stare nella Casa Bianca? Stavolta Hillary non può sfuggire: «Nel nostro sistema, sì». L’incontro prevedeva un dialogo c o n L indsey Graham, repubblicano moderato per questi tempi. Ma la politica negli Stati Uniti è così divisa che anche con lui vengono fuori scintille quasi da subito. Succede quando Hillary stronca la politica dell’amministrazione sulla Corea del Nord («non funziona») o la decisione di denunciare l’accordo sul nucleare iraniano, ma ancora di più quando Graham propone di fornire energia nucleare civile nel Golfo purché Teheran non ne sviluppi a scopo militare. «Sono completamente in disaccordo», taglia corto. Sa che molti sono venuti qua con l’idea di vedere com’è possibile essere e agire da Hillary, oggi. Lei, con questa forza mentale, può.

L’anno scorso Joerg Kukies è entrato nel governo tedesco direttamente da Goldman Sachs, che dirigeva in Germania e Austria, per diventare numero due nel ministero delle Finanze. Kukies, a 51 anni, rappresenta una nuova generazione di dirigenti tedeschi pragmatici e convinti che Berlino non abbia interesse a distribuire lezioni al resto d’Europa. Neanche ora che dall’Italia si chiede una revisione delle regole sui conti pubblici. La Germania, pensa Kukies, ha i propri problemi da risolvere e le proprie proposte per l’Europa. Quanto è grave la frenata tedesca? «Di certo c’è nell’export: paghiamo le guerre commerciali e la vicenda Brexit — dice Kukies in una pausa del Forum Ambrosetti — Ma il settore domestico tiene bene, con l’occupazione ai massimi. Gli accordi salariali stanno sostenendo il potere d’acquisto. Anche il governo sta compiendo uno sforzo: ha ridotto le tasse e dato accesso libero all’università pubblica perle famiglie a basso reddito, ha reso gratuita la scuola materna. L’idea che non sosteniamo abbastanza la crescita non è corretta». Il problema della Germania è passeggero o ha cause più profonde? «Non credo sia così biancoonero. C’è un aspetto ciclico che ha a che fare con il commercio estero. Poi c’è un lato strutturale. L’industria dell’auto ha di fronte una transizione tecnologica; il Paese sta abbandonando il nucleare nel 2022 e il carbone nel 2038; nel frattempo l’industria bancaria è in trasformazione. Sono settori dai un milione di posti». Non sarebbe il caso di aumentare gli investimenti pubblici per aiutare la domanda? «Prima di tutto, le nostre leggi di bilancio hanno aumentato gli investimenti del 6,5% l’anno scorso e del 7% quest’anno. E poi dobbiamo avere un po’ di realismo su ciò che possiamo fare. Siamo già al limite della capacità produttiva, con la piena occupazione. Se aumentiamo gli investimenti in lavori pubblici troppo in fretta,rischiamo di arrivare a dei colli di bottiglia». Sergio Mattarella chiede che l’Ue riformi il patto di stabilità. Che ne pensa? «Non sono sicuro che il difetto del patto di stabilità sia una mancanza di flessibilità. La permette, e ne è stata applicata molta. Alcuni in Germania direbbero persino troppa. Prevedere nuove eccezioni per gli investimenti rischia di rendere le regole di bilancio più complicate, quando ci sarebbe bisogno di semplificarle. Ciò detto, la qualità della finanza pubblicaèqualcosa da valutareec’è ragione di cercare di spostare la spesa su voci o riforme che aumentano il potenziale di crescita: l’istruzione o il sostegno a misure che accorcino i tempi della giustizia». Cosa si aspetta dal nuovo governo ? «Non tocca a me giudicare, ma sono felice per Roberto Gualtieri (il nuovo ministro dell’Economia, ndr). È davvero un caro amico. Abbiamo lavorato insieme quando era presidente del comitato economico e finanziario dell’Europarlamento e si è dimostrato molto competente ed efficace». Si parla di un’Europa più «muscolare» per resistere in un mondo segnato dal sovranismo di Stati Uniti e Cina. Le pare abbia senso? «All’Europa è sempre convenuto parlare con una voce sola. Perché l’Unione divenga più muscolare però dobbiamo fidarci che le sue istituzioni difendano i nostri interessi. Dobbiamo anche essere aperti e multilaterali all’interno dell’Unione stessa». Che intende dire? «Non prendiamoci in giro: ci chiediamo perché non abbiamo una Google o un’Amazon europea, ma non ce l’avremo mai finché il mercato finanziario è così frammentato su linee nazionali. Ci serve un’unione del mercato dei capitali per gli investimenti azionari o non colmeremo mai il ritardo. Come Ue abbiamo un’economia grande più o meno come gli Usa e un mercato azionario che, messo insieme, vale un quarto». Quali passi servono? «Dobbiamo completare l’unione bancaria con un approccio più attivo per ridurre i rischi nei bilanci, con un’assicurazione comune sui depositi, un regolatore europeo del mercato dei capitali e regime fallimentare comune».

Romano Prodi lo disse prima di tutti: «E’ stupido». Da allora – era il 2002 – in molti si sono ingegnati a rendere più intelligente il Patto di Stabilità. Recessioni, crisi economiche epocali, euroscetticismo galoppante potrebbero avere ormai convinto anche i più recalcitranti (Germania, Olanda e altri paesi settentrionali rigoristi) che le regole – necessarie – vanno corrette per essere più efficaci e più sostenibili. Una fonte belga ha confermato al quotidiano L’Echo che un piano è pronto per modificare le norme del patto di Stabilità e Crescita entro un anno, uno studio tecnico rivelato due settimane fa dal Financial Times, che la Commissione ha bollato come un semplice esercizio di “brainstorming”. LAVORO A MONTE «La riflessione c’è, gli amministratori stanno preparando il lavoro a monte», ha invece detto la fonte del governo belga: «La questione principale è questa: bisogna immaginare un altro modo di calcolare la riduzione del debito pubblico». Ieri il presidente Mattarella è stato soltanto l’ultimo in ordine di tempo, ieri a Cernobbio, a definire «necessario» un «riesame» del Patto che regola le politiche di bilancio della zona euro. C’è da dire che il Patto è stato in questi anni già più volte aggiustato per adattarsi ai tempi. Nel lontano 2003, quando la Francia e anche la virtuosa Germania si trovavano ormai da tempo sopra la soglia consentita del 3 per cento la Commissione non fece scattare l’automatica procedura per deficit eccessivo e optò per un rimbrotto meno drastico. Si creò così il precedente della “lettura politica” del patto, da sovrapporre all’applicazione automatica dei suoi articoli. Nel 2005 un’altra riforma ha reso più elastiche le norme in caso di superamento delle linee rosse – debito oltre il 60 per cento del Pil e deficit superiore al 3 per cento – aumentando le clausole di deroga (per esempio lo stato di recessione) e allungando i tempi del “risanamento”. Dopo la crisi del 2008, la soglia del 3 per cento è stata sfumata in quasi tutti i paesi da recessioni e contrazioni del Pil, ma nel 2011 il “six-pack” ha di nuovo rafforzato le norme del Patto, introducendo in particolare un controllo “preventivo” della Commissione sulle leggi di bilancio nazionali e imponendo l’equilibrio strutturale come obiettivo di medio termine. IL PIANO I tecnici di Bruxelles sono pronti con un piano. Più importante ancora: il consenso politico su una riforma è più ampio e la nuova Commissione potrebbe trovare la congiunzione astrale perfetta per rivedere le norme. Per gli economisti, per esempio, il primo precetto da rivedere è l’obbligo di ridurre ogni anno i debiti pubblici superiori al 60 per cento di un ventesimo dell’eccedenza: non fattibile. Da estendere anche lo scorporo degli investimenti (infrastrutturali efficienza energetica, ricerca) dal calcolo del disavanzo. Altro fronte sempre aperto e che potrebbe muoversi: quello della creazione di un “vero” bilancio europeo (finora è pari all’1 per cento del Pil) abbastanza robusto da contrastare le prossime (per molti inevitabili) crisi economiche.

Gli Usa ma anche alcuni Paesi europei si oppongono alla sua introduzione

Nella governance europea la “concorrenza” pesa anche più delle regole di bilancio. Blocca progetti di fusioni industriali transfrontaliere, detta le regole nella gestione delle crisi bancarie, ferma (o almeno complica parecchio) i tentativi di aiuti di stato. Ma si ferma sulla soglia del fisco, che continua a non avere armi contro le distorsioni prodotte dai maxi-fatturati dei giganti digitali intoccabili dalla tassazione nei paesi dove i ricavi si producono. Il tema, rilanciato dal messaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Cernobbio ha occupato la primissima linea nelle priorità dell’agenda europea per la legislatura che si avvia. Da Romano Prodi, che da ex presidente della Commissione europea conosce bene il freno tirato dal vincolo dell’unanimità sulle regole fiscali, a Bruno Le Maire, il ministro dell’Economia francese da sempre sponsor di una web tax sovranazionale e ora anche di una moneta digitale pubblica, il bilancio è netto: per la Ue è un “fallimento” se 4 Paesi riescono a bloccare la volontà degli altri 24 lasciando aperto un buco fiscale che inquina il funzionamento dei mercati e complica la vita dei conti pubblici. La via per superare questo “fallimento”, però, è ancora da individuare. In sede Ocse, dove fin qui la resistenza è stata alzata in particolare dagli Stati Uniti (Paese che ospita tutti i principali colossi del web), la proposta finirà sui tavoli del summit in programma a Washington il 17 ottobre. Nella Ue i “no” sono arrivati da Irlanda, Svezia, Danimarca ed Estonia. Il maggior coordinamento delle politiche fiscali che anche al Forum Ambrosetti di Cernobbio è stato rilanciato come mossa indispensabile per far giocare alla Ue un ruolo più forte non potrà non passare anche da qui. Anche perché la via alternativa è quella nazionale, inefficace per definizione in un contesto del genere. Spagna e Francia l’hanno comunque avviata (Amazon ha appena alzato in Francia le commissioni agli operatori). L’Italia l’ha appena rilanciata nel programma della neonata alleanza Pd-M5S anche come strumento per aiutare la costruzione della prossima manovra: «Occorre introdurre la web tax per le multinazionali del settore che spostano i profitti e le informazioni in Paesi differenti da quelli in cui vendono i loro prodotti», si legge al punto 25 del testo definitivo. Ma c’è un problema. Di web tax si sono già occupate le ultime due leggi di bilancio, ma i decreti attuativi non sono mai stati approvati. Le entrate restano quindi teoriche, impalpabili più della stessa economia digitale, ma sono calcolate nei saldi di finanza pubblica. Per il 2020 valgono 600 milioni. Tutti da trovare, come i 150 milioni messi a preventivo per quest’anno.

Il «necessario riesame del Patto di stabilità» per il rilancio degli «investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca»; e «una fiscalità europea che elimini le forme di distorsione concorrenziale e affronti il tema della tassazione delle grandi imprese multinazionali». Nel messaggio che ha aperto i lavori della seconda giornata del Forum Ambrosetti a Cernobbio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è diretto nell’indicare gli snodi centrali della nuova legislatura europea che sta per muovere i primi passi operativi. E sottolinea il «ruolo di primo piano» che l’Italia è chiamata a svolgere, «partecipando con convinzione e responsabilità a un progetto europeo lungimirante». Ruolo che il governo intende giocare anche con la candidatura di Paolo Gentiloni agli Affari economici Ue. Il messaggio del Capo dello Stato arriva a una platea di imprenditori ed economisti unanime nel salutare con sollievo l’uscita del sovranismo italiano dall’agenda di governo (e, parallelamente, nel bocciare senza appello la gestione londinese di Brexit). E incrocia le discussioni sulla politica di bilancio italiana. Ma i piani restano distinti. E non solo perché Roma ha venti giorni di tempo per presentare la Nota di aggiornamento al Def mentre Bruxelles avrà cinque anni per provare a colmare i tanti vuoti lasciati fin qui nell’impianto delle regole fiscali. Il punto è che difficilmente il nuovo giro di trattative con la Ue potrà limitarsi alla flessibilità, intesa come autorizzazione a un maggiore deficit. Perché il debito è già al secondo anno di crescita. E non può essere curato a colpi di regole contabili. I due livelli – manovra italiana e riforma del Patto Ue – si possono però intrecciare in un orizzonte temporale un po’ più lungo rispetto ai soliti sincopati negoziati autunnali. Sia a Roma sia a Bruxelles stanno per iniziare a lavorare due nuovi esecutivi e le aperture di credito internazionali continuano a piovere sul Conte 2. Ieri a Cernobbio è stato il turno del ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire: il nuovo governo, sostiene, è «un’opportunità unica» per i rapporti fra il nostro Paese e un’Europa «che ha bisogno dell’Italia». Ma in cosa si può tradurre questa opportunità? Il contesto è quello disegnato dall’ex premier Mario Monti (che ancora non si esprime sul proprio voto quando il governo chiederà martedì la fiducia al Senato). L’Unione, spiega Monti nel forum a porte chiuse della mattina, dovrà sviluppare «cinque anni di fantasia», nella ricerca di soluzioni nuove per adattare le regole fiscali a un contesto di rallentamento. E in quest’ottica l’Italia non potrà limitarsi a chiedere deficit di manovra in manovra. Una strada percorribile, riflette l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, è quella di un «patto triennale» con la commissione, per concordare l’avvio di un percorso di riduzione del debito che sarà difficile da consolidare subito con una stagnazione ancora da superare. Nel patto, accanto alla flessibilità iniziale, dovrebbe trovare spazio un nuovo piano di riforme e «una prospettiva di aumento dell’avanzo primario». Il nodo, agli occhi degli investitori prima ancora che della commissione, è naturalmente la credibilità del piano. Per rafforzarla, secondo l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli sarebbe utile «un tetto triennale alla spesa da far votare in Parlamento, per offrire la garanzia che con la ripresa le maggiori entrate fiscali finirebbero alla riduzione del deficit». Perché un dibattito tutto orientato su golden rule e trattamenti fiscali di favore per gli investimenti è scivoloso in un Paese ad alto debito. «La golden rule è stata applicata per esempio nel Regno Unito con Tony Blair – ricorda l’economista -, ma accompagnata da un’altra regola: un tetto al debito pubblico. Al 40% del Pil».

«Il presidente Trump e il primo ministro Conte hanno avuto una telefonata amichevole. Hanno discusso la formazione del governo e un possibile incontro nel breve termine». Questa dichiarazione, che un autorevole funzionario della Casa Bianca ha voluto consegnare ieri a La Stampa, rappresenta una chiara investitura di Washington a favore del nuovo esecutivo di Roma, e dimostra che il tweet a sostegno del premier italiano pubblicato dal presidente americano subito dopo il G7 di Biarritz non era affatto frutto del caso o di un equivoco. Giovedì scorso Trump e Conte si sono sentiti al telefono, e allora la Casa Bianca si era limitata ad annunciare la conversazione, dicendo che i due leader avevano discusso generici «temi bilaterali». Ieri La Stampa ha chiesto chiarimenti, per approfondire la sostanza delle questioni trattate. In principio, la Casa Bianca ci ha risposto che non aveva nulla da aggiungere al comunicato emesso. Poco dopo però ci ha ricontattati, per avvertire che intendeva aggiungere un messaggio a quello pubblicato finora. Il punto centrale è che Trump e Conte hanno discusso la possibilità di un incontro a breve termine, che potrebbe anche riguardare una visita in Italia da parte del capo della Casa Bianca, che ha già in programma di venire in Europa per il vertice Nato di Londra a dicembre, e forse in Germania. Il messaggio generale di fondo è però che gli Usa scommettono sul nuovo governo italiano, e sono pronti a manifestare questo sostegno attraverso la loro massima carica. La prima occasione per un bilaterale tra il presidente e il premier si presenterà presto, cioè durante l’Assemblea Generale dell’Onu, a cui entrambi parteciperanno nell’ultima settimana di settembre. La diplomazia ci sta già lavorando e le possibilità che avvenga sono alte. Anche il ministro degli Esteri Di Maio sarà a New York per la sessione al Palazzo di Vetro, a cui potrebbe aggiungere un passaggio a Washington, aumentando dunque le opportunità di dialogo. A questo bisogna sommare che il presidente della Repubblica Mattarella andrà in visita a Washington il 16 ottobre, aggiungendo forse anche una tappa in California, mentre il segretario di Stato Pompeo sta considerando la possibilità di fare la prima visita nel suo paese d’origine nello stesso mese. Si tratta dunque di una serie di contatti al massimo livello, che rappresenta non solo un’investitura a favore del nuovo governo, ma anche la possibilità di un “reset” per ridiscutere tutte le questioni bilaterali più importanti. Un tema emerso negli ultimi giorni riguarda la politica delle estradizioni, dopo l’arresto in Italia su richiesta degli Usa della spia russa Alexander Yuryevich Korshunov. Washington di recente ha avuto problemi con una ventina di casi in altri paesi, relativi alla richiesta di processare emissari di Mosca impegnati in attività di spionaggio. L’obiettivo è che Roma non si aggiunga a questa lista, ma ciò comporterebbe una presa di posizione sgradita al Cremlino. Altre questioni aperte sono il rapporto con la Cina, dopo l’adesione alla nuova Via della Seta; quello con l’Iran, nel clima di «massima pressione» esercitata da Washington su Teheran; il mancato riconoscimento di Guaidò in Venezuela, mentre è in corso la trattativa col regime di Maduro; la Libia, dove il G7 ha auspicato di convocare presto una conferenza internazionale, che magari l’Italia potrebbe ospitare; l’acquisto degli aerei F35, su cui Conte ha lanciato segnali giudicati positivi dagli americani. Salvini pensava di avere una corsia preferenziale negli Usa, tanto per l’affinità elettiva sovranista, quanto per la sua vicinanza su questi temi, che sembrava superiore ai cinque stelle. Il leader della Lega però deve aver sopravvalutato le convergenze ideologiche, che erano più care all’ex consigliere Bannon che non al pragmatico Trump. Poi la visita di Salvini a Washington in giugno non avrebbe pienamente convinto, anche perché l’inchiesta sui rapporti tra Savoini e la Lega con Mosca prosegue, e potrebbe portare a sviluppi imbarazzanti. Gli Stati Uniti quindi hanno deciso di scommettere sul nuovo governo, ben sapendo che il PD ne rappresenta la seconda colonna portante, chiedendo soprattutto concretezza sui dossier pratici. Il messaggio trasmesso dalla Casa Bianca, con la sottolineatura del prossimo incontro fra il presidente e il premier, dimostra quindi che il tweet di Trump dopo Biarritz non era un caso.

La guerra commerciale sinoamericana si è intensificata, innescando effetti globali a catena. Li Junhua, nuovo ambasciatore della Repubblica popolare cinese in Italia, vanta un’importante carriera diplomatica in organismi internazionali, inclusa l’Onu, e una spiccata sensibilità ai temi dell’economia globale. Temi di grande attualità che ha accettato di affrontare in questa intervista al Sole 24 Ore. Ambasciatore Li, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato aumenti tariffari per circa 550 miliardi di dollari sulle esportazioni cinesi negli Usa, la Cina ha imposto aumenti tariffari corrispondenti. Come si può interrompere questa catena? La posizione della Cina è sempre stata chiara e limpida: ci opponiamo alla parte statunitense che incentiva la guerra commerciale, ma siamo pronti a batterci e a salvaguardare risolutamente i nostri diritti e interessi legittimi. L’escalation non fa bene alla Cina, neanche agli Stati Uniti, e non soddisfa gli interessi del resto del mondo, inclusa l’Italia. Secondo un’analisi di Morgan Stanley, se gli Usa aumentassero i dazi al 25% sulle esportazioni cinesi il tasso di crescita globale andrebbe sotto il 2,5%. Inoltre il rapporto del Fondo monetario internazionale ha sottolineato che se la guerra commerciale tra le due potenze verrà ulteriormente acuita, questo potrebbe togliere uno 0,5% all’economia mondiale: circa 455 miliardi evaporeranno. La Cina non vuole che accada una cosa del genere, quindi insiste sempre nel negoziare e risolvere le divergenze nel rispetto reciproco, dimostrando grande sincerità e pazienza. Ma gli sforzi della Cina da soli non bastano, gli Stati Uniti devono anche venirci incontro. Se la guerra commerciale continua, questo avrà un grave impatto sull’economia cinese? La guerra commerciale ha peggiorato l’ambiente economico e commerciale globale e quindi non puo’ non esercitare un impatto sull’economia cinese. Ma non siamo pessimisti: l’economia cinese sta transitando da una crescita ad alta velocità a uno sviluppo di alta qualità, processo che porterà a un nuovo slancio. L’economia cinese vanta una micro-fondazione dinamica, un’ampia flessibilità e noi abbiamo strumenti macro-politici sufficienti. Dunque siamo fiduciosi e in grado di garantire una buona prospettiva di sviluppo. Quando una porta si chiude, un’altra si apre. Abbiamo ancora molti altri partner commerciali con cui lavoreremo insieme per realizzare vantaggi reciproci e favorire un’ampia cooperazione. Quale potrebbe essere il punto più critico nel tentativo di risolvere la guerra commerciale? Penso che la cosa più importante sia quello di “rispettare la promessa”. Le persone di buon senso vedono che la parte americana si contraddice ripetutamente. Nel maggio 2018 i due Paesi hanno diffuso un comunicato congiunto che prevedeva di «non fare la guerra commerciale», che è stato poi contraddetto dagli Stati Uniti nello stesso mese. Nel maggio scorso, la parte americana ha demolito il consenso raggiunto dai due capi di Stato durante il G20 in Argentina, ovvero «fermare reciprocamente l’aumento dei dazi». In agosto, la parte americana ha nuovamente smentito l’accordo dei due leader raggiunto a Osaka, cioè che gli Stati Uniti non imporranno nuovi dazi sui prodotti cinesi. La parte americana ha anche negato deliberatamente i fatti. Recentemente ha accusato la Cina di non aver acquistato prodotti agricoli americani. Tuttavia, dopo Osaka la Cina ha acquistato 2,27 milioni di tonnellate di soia statunitensi da fine giugno a fine luglio. «Fare onore alla propria firma» è fondamentale nei negoziati. Spero che nella prossima fase la parte americana possa farlo. Di recente il tasso di cambio del renminbi sul dollaro ha superato quota 7 per la prima volta dal 2008; gli Usa Uniti hanno accusato la Cina di manipolare la valuta, è così? L’accusa degli Usa non ha senso. Il rapporto del Fondo monetario internazionale svela che l’eccedenza delle partite correnti della Cina nel 2018 è stata pari solo allo 0,4% del Pil e che dovrebbe rimanere allo 0,5% nel 2019. È difficile quindi incolpare la Cina anche secondo la soglia del 3% stabilita dagli Usa per classificare un Paese come “manipolatore di valuta”. In effetti, il mercato ha una “mano invisibile”. Gli economisti di Ubs hanno rivelato in un rapporto che se gli Usa imponessero dazi sui prodotti cinesi per 300 miliardi, il tasso di cambio del renminbi rispetto al dollaro calerebbe a seconda del mercato. Lanciare la guerra commerciale e incolpare la Cina non è altro che una falsa controaccusa. Intanto Trump ha chiesto alle società statunitensi di ritirarsi dalla Cina e ha vietato loro di investire in Cina. Cina e Stati Uniti sono importanti partner commerciali e di investimento. La profonda integrazione degli interessi ha formato un modello tale che se qualcuno vuole forzare la divisione delle due economie, il risultato danneggerà inevitabilmente tutti e due e avrà un impatto negativo sulla catena di approvvigionamento e su quella industriale globale, mettendo a repentaglio la crescita economica mondiale. Il mondo industriale americano ha espresso opposizione alle osservazioni del presidente Usa. Secondo il rapporto dell’indagine del Business Council USA-China, il 97% delle società statunitensi in Cina è redditizio e l’87% delle società statunitensi in Cina non sceglierà di ritirarsi dalla Cina. Il supermercato americano Costco ha appena aperto a Shanghai, accolto molto bene dai consumatori cinesi. Continuiamo a dare il benvenuto alle aziende americane e straniere che investono e operano in Cina e miglioreremo l’ambiente di business. Chi non è interessato all’esplorazione del mercato e allo sviluppo di lungo termine non sceglierà la strada dello sganciamento. Il mese scorso, il dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha incluso altre 46 filiali Huawei nella lista delle aziende tecnologiche off limits per gli Usa, Huawei Italia e Huawei Research Center di Milano inclusi. Come si spiega questa mossa? La decisione Usa ha intenzioni chiare come la luce del sole. Ma voglio ribadire che le cooperazioni commerciali tra le imprese dei due Paesi sono vantaggiose per entrambe le parti. Durante l’incontro dei due presidenti a Osaka, la parte americana ha promesso di dare via libera alla fornitura americana a Huawei. Quando e come adempiere questa promessa riflette la propria credibilità. Speriamo che gli Stati Uniti possano essere coerenti nel fermare la repressione e le sanzioni irrazionali contro aziende cinesi come Huawei trattandole in modo equo, giusto e non discriminatorio. Quale ruolo per l’Italia nella guerra commerciale sino-americana? La guerra commerciale non avrà un vincitore. L’Fmi stima che due anni di conflitto tra Usa e Cina possano costare 80 miliardi di euro di crescita minore all’Europa e di 5 miliardi all’Italia. Secondo l’ultimo rapporto del Centro studi Confindustria, l’economia italiana è ancora debole e i rischi esterni come la guerra commerciale possono rallentare la crescita. Il premier Giuseppe Conte ha anche espresso in diverse occasioni l’augurio della fine, al più presto, della guerra commerciale. L’Italia è un’economia importante del mondo e sostiene il libero scambio come la Cina. Mi auguro che i due Paesi rafforzino ulteriormente le comunicazioni e si oppongano congiuntamente al protezionismo e al bullismo economico, per promuovere un sano sviluppo dell’economia mondiale. Ovviamente, siamo ben disposti a collaborare con il nuovo governo italiano per promuovere la cooperazione in vari settori ed avvantaggiare i nostri due popoli.

Dicono dalla redazione centrale: sai, qui a volte ci chiediamo cosa direbbe Brera di quello che è successo nel calcio e fuori dopo la sua morte. Dico che me lo chiedo anch’io, e non solo Brera. Cosa direbbe Arpino di questa poesia, Veronelli di questo vino, Scirea delle generazioni (o degenerazioni) successive. Cosa direbbe Teresa Strada a Salvini. Cosa direbbe su tante cose e persone mio padre. E mi intrappolo da solo. Bene, dicono, serve proprio un pezzo così. A sus ordenes, con una premessa. Non voglio far ballare il tavolino a tre gambe e ho conosciuto da vicino Brera. Non sarò così scorretto da attribuirgli simpatie e antipatie mie di me (brerismo dichiarato). Se sbaglio, sbaglio di poco. Gli sarebbe piaciuto il Mondiale di Germania, una vittoria basata sulla difesa. Avrebbe goduto per il triplete dell’Inter. Due i motivi: l’amicizia che lo legava alla famiglia Moratti e il fatto che sotto sotto (neanche tanto sotto) tenesse all’Inter. Si definiva tifoso genoano per evitare rotture di scatole (già gli bruciavano il Giorno sotto casa per via di Rivera). Non gli sarebbe piaciuto Mourinho, come mai gli piacque il Mago Herrera, pur abbondante di ego, “Yo” era il titolo della sua biografia, mai però quanto lo Specialone. Gli sarebbe piaciuto Belotti, perché guadagnerà bene ma ha la faccia da povero e si sbatte sempre e comunque. Non è Rombo di tuono né mai lo sarà, ma qualche rovesciata l’ha fatta e ci prova sempre e comunque. Gli sarebbe piaciuto il Sarri di Napoli per quella vena cinghialesca , l’avrebbe accusato di eretismo podistico (come fece con Sacchi), e gli piacerebbe meno quello di Torino. Dal conte di Cavour a Bettega, passando per l’Avvocato, mai ci fu grande feeling tra Gianni e la città sabauda. Ma per tutta la vita viaggiò su Fiat. Non l’ultima notte, ma l’auto non era sua. Gli sarebbe piaciuto Allegri per quel suo non prendere troppo sul serio nulla, nemmeno il calcio, e perché non ha schemi fissi. Ma più di ogni squadra gli sarebbe piaciuta l’Atalanta, da lui definita mirabellissima anche quando non andava in Champions. Avrebbe invitato al club del Giovedì Gasperini, sorvolando sulla sua torinesità e ignorando che mangia poco e beve poco. Gli avrebbe rimproverato, oggi, la scarsa presenza di italiani ma della squadra avrebbe esaltato, citando il suo tripallico Colleoni, quello spirto guerrier ch’entro le rugge, nonché l’accentuata tendenza alla marcatura a uomo. Avrebbe ignorato, boicottato se preferite, iPad, sms, Facebook, palmari e diavolerie del genere. Già non usava il computer («ti cambia le parole in testa»). Tollererebbe forse i selfie, ma facendo linguacce o corna. Quando allo stadio gli gridavano “Brera, sei grande” rispondeva in modo non oxfordiano su quel che può accadere vicino ai forti. Non gli piacerebbe questo governo giallo-rousseau. Di Rousseau, avrebbe detto, conosco solo Jean-Jacques, e l’ho pure letto: “Discorso sull’origine e i fondamenti delle diseguaglianze tra gli uomini”, “Contratto sociale”. Molto meno gli sarebbe piaciuto il governo precedente. Ma non era stato lui a parlare di Padania prima di Bossi? Sì, ma in un altro modo. Lui che era nato povero e aveva studiato non avrebbe sopportato la mancanza di cultura di Di Maio, il disprezzo per la cultura, e di molto altro, di Salvini. Non gli sarebbe piaciuto vedere le piazze del sud, da Rosarno a Napoli, osannanti Salvini, che contro il sud aveva detto di tutto di più. E avrebbe ripiazzato il suo “che se tu fiderai nell’italiani sempre aurai delusioni”, che Guicciardini non ha mai scritto, ma Brera l’ha usato tante volte che ormai è come se. Gli sarebbe piaciuto Camilleri, per la fierezza nell’uso del suo dialetto e perché accanitissimo fumatore. Un coup de coeur per la Sicilia (Giovanni Verga) Brera l’ha sempre avuto. Gli sarebbe piaciuto Tortu (atletica primo amore) e ispirato dal cognome sardo l’avrebbe forse paragonato a un cavallino berbero. Gli sarebbe piaciuto Messi per le doti balistiche e poi perché da Maradona in poi (senza dimenticare che voleva Fotia in Nazionale) i piccolini di talento erano la dimostrazione che a calcio possono giocare tutti. Non avrebbe scritto una riga, per opposti motivi, di basket e volley. Non avrebbe scritto una riga sul caso Inter-Maurito-Wanda, almeno credo. Se sì, con toni più grevi che gravi. Non gli sarebbe piaciuto Neymar, per cui abatino sarebbe già un complimento, e avrebbe creato un neologismo tra tuffatore e truffatore. Gli piacerebbe sapere che nella sala di sinistra del Riccione c’è ancora al muro un quadro che lo rappresenta seduto coi suoi amici. Di quando era vivo è rimasto il Cozzi, che era un ragazzo tra i tavoli e adesso ha i capelli grigi, ma è sempre in gamba e il pesce è buono. E nessuno si scandalizza più se vede in tavola una bottiglia di rosso. I suoi cuochi sono tutti morti: Giuliano Metalli, Franco Colombani, Mario Musoni, Alfredo Valli, Gualtiero Marchesi, gli ultimi due nati a San Zenone. Valli, per 16 anni chef al Biffi Scala, quando usciva l’ultimo soufflé al mandarino si sedeva al tavolo di Brera e si giocava a carte San Zenone-Resto del mondo, vittima preferita Mario Soldati, o chi capitava. I suoi vini sono vivi: il Barbacarlo di Maga, il Barbaresco di Oddero. A Brera, cacciatore e mangiatore di carne, non piacerebbero i vegani e ne scriverebbe ai limiti della querela, o della tempesta mediatica. Infine, Brera sarebbe andato al funerale di Gimondi, il suo Nuvola Rossa. Anche se non gli piaceva andare ai funerali e preferiva piantare un albero per ogni amico che moriva. Oggi sarebbe un bosco, e oggi come quel giorno di dicembre del ’92 gli sia lieve la terra.

Il racconto di Gianni Brera per immagini, voci, testimonianze, spezzoni in bianco e nero della Rai d’epoca, che innescano la curiosità di andarne a cercare altri. Nella vastità della vicenda breriana è una scalata temeraria ma che trova ampio senso dentro questo C’era una volta Gioânn, domani in prima tv su Sky Arte, alle 21.15. Angelo Carotenuto e Malina De Carlo hanno letto, ripassato, girato e incontrato decine di personaggi che hanno ruotato a varia gradazione intorno a Brera, dentro anni, decenni irripetibili: con andamento quasi jazzato, scansionando gli argomenti – vino, cibo, giornalismo, letteratura, donne, calcio, eresie calcistiche e anche politica e visione del mondo, o del particolare scampolo di terra d’origine – il quadro si riempie via via, in un misto che lascia davvero curiosi ancora, immaginando quante altre storie piccole o enormi hanno costellato quell’esistenza. Gianni Mura, Mario Sconcerti, Andrea Maietti, il figlio Franco e molti altri, calciatori come Bruno Conti che rievoca il suo andare a cercare su un’enciclopedia il significato del termine Pelasgio con cui Brera aveva inanellato l’ennesimo dei soprannomi appiccicati sulla gente di calcio. Ma anche il “Basletta” – nel senso del mento pronunciato – Giovanni Lodetti, che rievoca gli incontri con quella figura clamorosa che stava dalla parte di quelli che guardavano e scrivevano. Per non dire dei neologismi, ricercati e popolari, da presa immediata nonché perenne. E le controversie, la somma eresia sacchiana che lascia senza parole uno dei massimi prestigiatori delle medesime, le polemiche con i grandi scrittori “non-sport”: e le passioni che lo trascinavano dentro qualsiasi anfratto di vita, storia, esistenze lui ritenesse degno. Il tutto mentre una Lettera 22 dell’Olivetti troneggia all’inizio, durante e alla fine del racconto: percossa da milioni di colpi di polpastrello negli anni e simbolo definitivo di una storia che si potrebbe raccontare mille volte e ogni volta sarebbe più corposa della precedente.

E Bruno Conti cercò Pelasgio sul dizionario. Il documentario. di Antonio Dipollina.

Il racconto di Gianni Brera per immagini, voci, testimonianze, spezzoni in bianco e nero della Rai d’epoca, che innescano la curiosità di andarne a cercare altri. Nella vastità della vicenda breriana è una scalata temeraria ma che trova ampio senso dentro questo C’era una volta Gioânn, domani in prima tv su Sky Arte, alle 21.15. Angelo Carotenuto e Malina De Carlo hanno letto, ripassato, girato e incontrato decine di personaggi che hanno ruotato a varia gradazione intorno a Brera, dentro anni, decenni irripetibili: con andamento quasi jazzato, scansionando gli argomenti – vino, cibo, giornalismo, letteratura, donne, calcio, eresie calcistiche e anche politica e visione del mondo, o del particolare scampolo di terra d’origine – il quadro si riempie via via, in un misto che lascia davvero curiosi ancora, immaginando quante altre storie piccole o enormi hanno costellato quell’esistenza. Gianni Mura, Mario Sconcerti, Andrea Maietti, il figlio Franco e molti altri, calciatori come Bruno Conti che rievoca il suo andare a cercare su un’enciclopedia il significato del termine Pelasgio con cui Brera aveva inanellato l’ennesimo dei soprannomi appiccicati sulla gente di calcio. Ma anche il “Basletta” – nel senso del mento pronunciato – Giovanni Lodetti, che rievoca gli incontri con quella figura clamorosa che stava dalla parte di quelli che guardavano e scrivevano. Per non dire dei neologismi, ricercati e popolari, da presa immediata nonché perenne. E le controversie, la somma eresia sacchiana che lascia senza parole uno dei massimi prestigiatori delle medesime, le polemiche con i grandi scrittori “non-sport”: e le passioni che lo trascinavano dentro qualsiasi anfratto di vita, storia, esistenze lui ritenesse degno. Il tutto mentre una Lettera 22 dell’Olivetti troneggia all’inizio, durante e alla fine del racconto: percossa da milioni di colpi di polpastrello negli anni e simbolo definitivo di una storia che si potrebbe raccontare mille volte e ogni volta sarebbe più corposa della precedente.Il racconto di Gianni Brera per immagini, voci, testimonianze, spezzoni in bianco e nero della Rai d’epoca, che innescano la curiosità di andarne a cercare altri. Nella vastità della vicenda breriana è una scalata temeraria ma che trova ampio senso dentro questo C’era una volta Gioânn, domani in prima tv su Sky Arte, alle 21.15. Angelo Carotenuto e Malina De Carlo hanno letto, ripassato, girato e incontrato decine di personaggi che hanno ruotato a varia gradazione intorno a Brera, dentro anni, decenni irripetibili: con andamento quasi jazzato, scansionando gli argomenti – vino, cibo, giornalismo, letteratura, donne, calcio, eresie calcistiche e anche politica e visione del mondo, o del particolare scampolo di terra d’origine – il quadro si riempie via via, in un misto che lascia davvero curiosi ancora, immaginando quante altre storie piccole o enormi hanno costellato quell’esistenza. Gianni Mura, Mario Sconcerti, Andrea Maietti, il figlio Franco e molti altri, calciatori come Bruno Conti che rievoca il suo andare a cercare su un’enciclopedia il significato del termine Pelasgio con cui Brera aveva inanellato l’ennesimo dei soprannomi appiccicati sulla gente di calcio. Ma anche il “Basletta” – nel senso del mento pronunciato – Giovanni Lodetti, che rievoca gli incontri con quella figura clamorosa che stava dalla parte di quelli che guardavano e scrivevano. Per non dire dei neologismi, ricercati e popolari, da presa immediata nonché perenne. E le controversie, la somma eresia sacchiana che lascia senza parole uno dei massimi prestigiatori delle medesime, le polemiche con i grandi scrittori “non-sport”: e le passioni che lo trascinavano dentro qualsiasi anfratto di vita, storia, esistenze lui ritenesse degno. Il tutto mentre una Lettera 22 dell’Olivetti troneggia all’inizio, durante e alla fine del racconto: percossa da milioni di colpi di polpastrello negli anni e simbolo definitivo di una storia che si potrebbe raccontare mille volte e ogni volta sarebbe più corposa della precedente.

Non lasciamoci sottomettere dalla civiltà delle macchine.

«Se ogni strumento riuscisse a compiere la sua funzione o dietro un comando o prevedendolo in anticipo, i padroni non avrebbero bisogno di schiavi». Scrivendo queste celebri parole, per giustificare la necessità della schiavitù, Aristotele non immaginava certo che ciò sarebbe davvero accaduto. Con conseguenze difficili da decifrare. L’ultimo libro di Remo Bodei, Dominio e sottomissione. Schiavi, animali, macchine, intelligenza artificiale (il Mulino), ricostruisce in maniera magistrale questo evento a tutti gli effetti epocale, esaminandone momenti decisivi e problemi aperti. L’avvento di macchine sempre più complesse da un lato ha liberato dal bisogno di schiavi, dall’altro rischia di produrre un nuovo effetto di padronanza, sostituendo l’intelligenza umana con quella, artificiale, dei dispositivi e degli algoritmi. Cosicché, parafrasando il Vangelo di Giovanni, si può ben dire che il Verbo, dopo essersi fatto carne, si è fatto macchina. Ma cosa accade alla vita umana quando lo spirito comincia a soffiare sul non vivente? Attraverso un racconto, insieme rigoroso e avvincente, Bodei risponde a questa domanda senza cedere né al trionfalismo dei tecnofili né al vittimismo dei tecnofobi. Schiavitù antica e moderna – nel 2018 il Global Slavery Index registra che ci sono ancora più di 40 milioni di schiavi nel mondo –, mutazione tecnologica della guerra, rapporto tra uomini e animali, significato della dignità umana, modificazione del lavoro e del tempo libero sono solo alcuni dei temi squadernati nel libro. Essi non si succedono linearmente, ma si articolano in “cristalli di storicità” – è il titolo del volume collettaneo sull’opera di Bodei in uscita da Rosenberg & Sellier a cura di Emilio Carlo Corriero e Federico Vercellone – commisti di fatti e idee, storia e pensiero. Cristalli volutamente opachi, percorsi da ibridazioni, sfaldamenti, antinomie che l’autore ci restituisce in tutta la loro tensione. La figura che si delinea è quella, ambivalente, del pharmakon – insieme medicina e veleno, risorsa e rischio. A partire dall’assoluta specificità dell’esperienza umana. Gli uomini sono gli unici animali che non si limitano a uccidere i loro simili, ma li asserviscono. I nemici cui è risparmiata la vita diventano oggetto di dominio incondizionato dei vincitori. Per millenni i padroni hanno approfittato delle schiave per godimento, ma anche per generare altri schiavi. Dagli antichi imperi alla conquista spagnola dell’America, alla tratta dei neri, la schiavitù è stato il motore inconfessabile della civilizzazione. Il numero delle sue vittime è infinito, prima che l’idea di dignità umana si facesse largo, tra mille contraddizioni e arretramenti. Poi gli uomini hanno cominciato a costruire macchine, automi, destinati a sostituire le braccia degli schiavi. Usate inizialmente per destare meraviglia – come un’astuzia, un trucco (è il significato del termine mechane in greco) capace di ingannare la natura –, le macchine sono diventate strumenti per risparmiare energia animale e umana. Più tardi iniziano a incorporare “pensieri ciechi” (Leibniz), rappresentazioni incoscienti, liberando la mente dell’uomo a prestazioni superiori. Da questa trasformazione nasce la civiltà industriale, che rende poco a poco inutile la schiavitù. Ma oggi assistiamo a un passaggio ulteriore e più problematico. Le macchine, divenute esse stesse intelligenti, non si limitano ad agevolare, ma tendono a sostituire e determinare le scelte umane, spingendo ragione, volontà e immaginazione fuori di noi. Le implicazioni antropologiche, politiche, etiche di tale trasformazione sono immense. La possibilità di manipolazione che nasce dalla raccolta di un’enorme quantità di informazione (i big data), è uno dei fenomeni più inquietanti del nostro tempo. Superato solo dalla possibilità di creare e selezionare artificialmente la vita umana. Al colmo della civiltà, si affaccia l’incubo di un’incipiente decivilizzazione – deperimento delle capacità razionali, ottundimento del giudizio, asservimento a poteri occulti. Muta il rapporto tra storia e natura, tecnica e vita, spirito e materia. Solo adeguando il salto tecnologico a standard accettabili di libertà e dignità umana, il processo di civilizzazione non sarà drammaticamente interrotto.

Che fine fanno, dopo la sfilata, i carri del Carnevale di Viareggio? Spariscono come l’ultima risata, o finiscono accatastati in qualche magazzino di robivecchi, buoni per il trovarobe? E che fine fanno i mostri, quando ci si sveglia dagli incubi? Svaniscono o restavano lì, in qualche armadio? Domande ingenue, le domande dei bambini davanti allo spettacolo che svanisce, allo spavento che si dissolve. Rimangono lì, guardano uno spettacolo che non c’è più ma che gli sembra di vedere ancora: troppo reale per non essere stato vero. Ma domande non poi così infantili, o infrequenti, se in tanti se le sono fatte, continuando a credere di vedere quel che non c’era più e ad ammonire su uno sgomento ormai fuori luogo. Senza vedere il gran cambio di macchine di scena in corso. Puff. Nel momento della massima minaccia del mostro Rousseau, il mostro Rousseau l’han – no portato alla discarica dei simboli politici divenuti inutili. Pensosi e indignati e/o sgomenti sono rimasti in tanti, con il naso all’in – sù. Ad additare la sudditanza della Repubblica a Rousseau, nel mentre che la Repubblica si riprendeva invece il suo posto. Dai tweet di Ferruccio de Bortoli in giù, “#Rousseau, uno dei giorni più bui della nostra democrazia rappresentativa”, fino a Francesco “di’ qualcosa di destra” Storace: “La democrazia italiana nelle mani della piattaforma #Rousseau. Decide #Casaleggio senza alcuna trasparenza se il governo deve partire o no. Ora #Mattarella potrà nominare i ministri”. Ma anche quelli bravi, quelli seri, come Mara Carfagna: “Ah, quindi il Conte-bis non sarà legittimato dalle Camere, ma dalla piattaforma #Rousseau? Eppure non mi pare che i Padri Costituenti, nella loro saggezza e nel ruolo di rappresentanti del popolo italiano, avessero previsto di inserire la Casaleggio Associati in Costituzione”. Stare appesi a Rousseau, l’umi – liazione Rousseau. Non hanno tutti i torti, teorici, ci mancherebbe. Hanno ammonito con argomenti di prim’or – dine anche i costituzionalisti, il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick, “non è incostituzionale in sé, ma mi sembra contro lo spirito della Carta far diventare la piattaforma Rousseau, o un’altra simile, uno strumento per l’esercizio della sovranità”, o Cesare Mirabelli: “Il presidente incaricato, sulla base del voto di un numero ristretto di persone, sia pure iscritte al partito M5s, si ritira e restituisce il mandato nelle mani del presidente della Repubblica? Non è quanto stabilisce la Costituzione”. Ma intanto, si perdevano lo spettacolo vero. Forse perché un dio acceca coloro che vuol perdere. Non che li faccia diventar matti (amentat), questo no, e neppure ciechi ciechi. Diciamo che, quando vuole, li rende un po’ strabici, o daltonici. Insomma sbagliano l’inquadratura. Come Woody Allen in Hollywood Ending. A parte qualcuno più obnubilato, come Pigi Battista, che ne ha fatto una malattia: “Pur di non andare a quella robaccia populista che è il voto democratico siamo appesi ai verdetti di Rousseau. Siamo il paese più ridicolo del mondo” (tweet). Non tutti cecati, ovviante, uno come Giuliano da Empoli, che conosce gli Ingegneri del caos meglio di tutti, ha spiegato a un giornale francese che il M5s è un animale strano, “non ha programmi, ma solo dei meccanismi di selezione e di decisione interna, con una piattaforma online. Il Movimento cinque stelle funziona come l’algoritmo di Google o di Youtube”, ha detto, e Matteo Renzi s’è preso la bella responsabilità di impedire la minaccia di una presa di poter autoritaria. Adesso si vedrà come andrà la sfida, se i dem saranno capaci di “hackerare i computer dei cinque stelle e re-indirizzarli verso temi progressisti”. Non che sia troppo ottimista, Da Empoli, ma è tra quelli che il cambio di scenografia a sipario aperto l’hanno vista. Quando martedì scorso Luigi Di Maio si è presentato davanti alle telecamere, è accaduta in diretta una trasformazione. Non un fregolismo e un cambio d’abito, quello son capaci tutti. No, lui rimaneva più o meno quel che è, ma il baraccone da cui era appena uscito, il tunnel dell’orrore del luna park digitale, alle sue spalle iniziavano gia a smontarlo. Diceva “or – goglioso di Rousseau”, ma tutto il resto intorno diceva che la scatola magica della democrazia diretta – quella che avrebbe dovuto sostituire il Parlamento, cambiare le regole e votare pure l’impeachment di Mattarella – aveva votato, diligentemente, il quadro politico già approvato da Sergio Mattarella, e il programma già fissato col Pd. Così ha detto questo, di vero, e non di scena: che ora lui, Di Maio, sarebbe stato leader del partito di maggioranza dentro a una coalizione di governo (non più il partner di un contratto tra due entità incomunicabili, ma parte di una coalizione di governo: come ai tempi di Giolitti o di Andreotti). E ha detto che la manovra economica dovrà essere vagliata dall’Europa, non più dalla piattaforma Casaleggio. Ha detto poco, e intanto accadeva qualcosa di importante. Bastava guardare: al teatro della democrazia diretta non credeva più neanche lui. La prossima volta, la grande macchina di scena del voto online non sarà più presentabile, o non in quel formato. E’ il destino delle grandi messinscena politiche, simboli e narrazioni che durano finché servono. Poi rimane solo il problema di dove smaltire la cartapesta. La democrazia digitale è servita (e disastrosamente) per un periodo e un obiettivo specifico: mettere sotto scacco il sistema parlamentare di rappresentanza, la sua legittimità. Ora che il sistema parlamentare ha dimostrato di esistere e loro di volerne fare parte, non serve più (ci perdonerà ‘‘ottimi – smo Giuliano da Empoli) può essere riposto nella grande soffitta dei simboli fuori servizio. Del resto se Ale Dibba, che scriverebbe storto anche sulle righe dritte, ha scritto su Facebook che “piaccia o meno questa è l’ennesima vittoria di Gianroberto”, mentre Di Maio si trasformava in un nipotino del Psdi di Pietro Longo, c’è la prova provata che è accaduto il contrario. O se servisse la certificazione digitale, c’è Debora Billi, ex responsabile della comunicazione web del movimento: “Stiamo facendo tutto l’opposto di quello che Casaleggio ci aveva insegnato”. Siamo ottimisti, ma anche realisti. Rousseau è una truffa ma non è più una minaccia, il M5s è una banda farlocca ma al momento sdentata. Contava di fermare la bufera, smontare il carro di carnevale. Il vento è caduto, sotto la polvere lo spettacolo è diverso. Strano non vederlo, eppure è un fenomeno accaduto molte volte nella storia politica recente: esistono i fatti e i voti e i governi, poi ci sono gli allestimenti teatrali e le narrazioni che distraggono dalla ciccia e servono per altro. Nella Prima Repubblica c’erano due partiti che governavano, e altri che zampettavano attorno come nanetti da giardino, rivendicando o millantando ruoli decisivi per la democrazia. Insieme avevano, misteriosamente, un qualcosa e virgola di voti. E quei voti servivano alla Dc e a Craxi per governare (assieme ai Repubblicani, qualcosa e virgola anche loro, ma erano la virgola di Agnelli). Così legislatura dopo legislatura, opaca crisi parlamentarizzata dopo opaca crisi parlamentarizzata, si allestiva la gran messinscena, loro mollavano i voti, prendevano due seggiole e a Palazzo Chigi facevano tappezzeria. Nessuno si scandalizzava, bastava saperlo. Poi venne il gran carnevale di Viareggio di Mariotto Segni. I maghi dell’illusionismo mediatico, bravi come David Copperfield, riuscirono a far apparire a tutti che c’era un’Italia maggioritaria che scalpitava. La campagna referendaria servì a far fuori i partiti del proporzionale. Missione compiuta, e Variotto col suo ippogrifo di cartone finì dal trovarobe, nessuno sa più nemmeno dove. Ci fu un tempo in cui fummo convinti che il “che fai mi cacci” di Fini fosse accaduto davvero. Ma era l’ologram – ma di una finzione, serviva soltanto far fuori Berlusconi. Poi l’ologramma è svanito, un’ombra pallida in direzione Montecarlo. La macchina scenica politica più importante dell’ultimo decennio – tralasciando per un attimo la scenografia di cartone dei Cervelli Elettronici in stile Star Trek della Casaleggio Associati – è stata di gran lunga la Leopolda. Pensateci bene. Aprite (non chiudete) gli occhi e lasciate perdere i contenuti, la politica e persino le persone (la prima Leopolda, nel 2010, il sindaco di Firenze la organizzò in coppia con Pippo Civati: che scherzi che fa la vita), che sono un contorno variabile. Concentratevi sulla scenografia. Si va dalle motorette appese al soffitto alle palle di natale, ai grafici sui maxi schermi alle scarpe leopardate di Maria Elena Boschi (alla quarta edizione) alle t-shirt anti gufi 8ci fu anche il tempo dei gufi) con scritto “io non posso entrare”. La Leopolda è stata perfetta, adatta ai tempi, in quanto scrittura teatrale (qualcosa di più di un format). Invece della solita convention di piazza o di partito, era sviluppata su un palcoscenico multiplo, come uno spettacolo di Luca Ronconi, di quelli in cui è il pubblico che gira da un attore all’altro, spiluccando il pezzo di narrazione che più lo affascina. Ci si poteva trovare di tutto, dal grande guru della tecnologia ai campioni dello sport, da Bonolis a Roberto Burioni a Farinetti a Baricco a Luca Parmitano. Guidati da un Ariosto affabulatore in camicia bianca: ecco a voi l’Ita – lia del futuro. A cosa servivano, le merci politiche esposte alle Leopolda? A niente di particolare, c’era del buono ma anche molta fuffa, come nelle fiere campionarie. O meglio, servivano a una cosa soltanto: a mostrare che quello era il luogo della sinistra che avrebbe vinto, il futuro era da quella parte. E che invece di là, nella Ditta di Bersani, c’era il brutto e il male, il passato da rottamare. Il gioco è riuscito, forse non proprio alla perfezione. La Leopolda dello scorso anno si intitolava “Ritorno al futuro”, c’era Elena Bonetti, che ora è nel Conte bis. E sarà un po’ difficile vendere lo stesso genere di futuro. La Leopolda, come concept, è finita in soffitfa. Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, che partecipò alla prima Leopolda, due anni fa disse che Renzi ormai era “come Frank Sinatra”, “al concerto d’addio”. Si sbagliava, come molto spesso sull’Italia: Renzi è tornato e se la passa senz’altro meglio di Salvini, e questo è quanto. Però adesso, in modo evidente, dire Leopolda evoca uno spazio abbandonato, costumi inservibili di uno spettacolo finito. Non è colpa di nessuno: è il mondo intorno ad essere cambiato. Ora Matteo Renzi è al governo coi Cinque stelle, difficile andare alla Leopolda a raccontare di essere l’Italia 4.0. Ovvio, certo che sì: la Leopolda 10 invece ci sarà, programmata per ottobre. Ma anche se il nome resta uguale, il maquillage pure, il racconto messo in scena sarà un altro. L’incantesimo della vecchia Leopolda è sparito, a Renzi la macchina ora servirà per sondare le fondamenta di un nuovo partito. Non prendersi il Pd, ma oltre il Pd. Altre macchine sceniche andranno in deposito, c’è da scommettere. Ad esempio l’iconostasi dei rosari di Salvini. Oltre Manica, alla grande mistificazione degli autobus che esponevano i numeri della Brexit, ai pescherecci dei merluzzi traditi dall’Europa lungo il Tamigi non crede più nessuno. Comunque vada. Persino i costumi di scena e i riti di strada dei gilet gialli hanno smesso di far paura. Gli incubi si possono sgonfiare da soli, come nel finale del IT – capitolo due: per distruggere il mostro basta non averne paura, prenderlo in giro come un vecchio pagliaccio. Che fine a fatto IT non lo diciamo, sarebbe uno spoiler crudele. Però il computer di Rousseau è finito nella soffitta dei simboli inutili.