Suona ovvio affermare che sul corso della storia influiscano anche le credenze che nelle persone si creano, e che poi orientano le loro azioni. Ovvio non è, invece, per molti economisti: secondo loro, quando si tratta di denaro il calcolo razionale prevale. Ma negli ultimi tempi i politici populisti sempre più motivano decisioni economiche irrazionali con la «volontà del popolo».

Per questo il lavoro più recente di Robert Shiller, premio Nobel per l’economia 2013, ha attirato l’interesse di Mario Draghi, tanto da farglielo citare nella «lectio magistralis» alla Cattolica di Milano l’11 ottobre. Di credenze troppo semplificatorie, mezze vere e mezze false, oppure false del tutto, tratta appunto il suo libro appena uscito, Narrative Economics (Princeton, 2019).

Shiller, 73 anni, docente a Yale, uno dei pochissimi ad aver previsto almeno in parte la grande crisi del 2007-2008, non si applica a verificarne la corrispondenza ai fatti. Nel libro osserva quando e perché le stesse «narrazioni» si diffondano, scompaiano e tornino a riemergere; ricorre perfino a strumenti con cui la medicina studia il diffondersi delle epidemie. Aggiunge Draghi che al contagio contribuiscono oggi i nuovi mezzi di informazione, con le «opinioni soggettive che paiono moltiplicarsi senza limiti, rimbalzando attraverso il globo come in una gigantesca eco». Le scelte di breve respiro che i politici prendono «obbedendo più all’istinto che alla ragione» si appigliano alle narrazioni di maggior successo in quel momento. Poter dare la colpa di tutti i mali dell’economia a un unico fattore è attraente.

Shiller racconta come negli Stati Uniti il populismo sia nato, 130 anni fa, a partire da una questione monetaria non subito comprensibile al grande pubblico, se il valore del dollaro dovesse essere agganciato solo all’oro oppure anche all’argento (scelta che attraeva gli agricoltori perché avrebbe ridotto il valore dei loro debiti). Vi alludeva, attraverso oggetti d’oro o di argento, anche il famoso libro per bambini Il mago di Oz.

Quanto a narrazioni di successo senza fondamento razionale, oggi non c’è esempio migliore del Bitcoin, che, scrive Shiller, «non ha alcun valore se non quello che la gente pensa che abbia» (sugli 8.000 dollari ora, dopo aver sfiorato nel 2017 i 20.000). Eppure il Bitcoin attira capitali speculativi, spinge a consumare enormi quantità di energia per procurarselo, alimenta altre mode affini.

Sulla rete, in particolare su Twitter, le notizie false divengono «virali» – come appunto oggi si dice – sei volte più rapidamente di quelle vere (o almeno certificate dai principali siti di fact checking) risulta da uno studio scientifico pubblicato l’anno scorso. Shiller ne conclude che «una notizia falsa può continuare ad esercitare un effetto importante sull’economia anche dopo che è stata smentita». Non è facile difendersi da questo pericolo; tanto meno prevenirlo («Neanche a Hollywood sanno in anticipo se un film farà cassetta»).

La risposta principale dell’economista americano è, intanto, di studiarne più a fondo la dimensione storica, anche attraverso i sempre migliori archivi informatici di cui si dispone, capaci di ricercare nei giornali, nelle riviste e nei libri per decine di anni addietro. Alcune narrazioni contengono una parte di verità; alcune vengono condivise da persone colte e informate. L’esempio limite è un genio come Albert Einstein, che nel 1933 attribuiva la grande depressione, allora al colmo, alle innovazioni tecnologiche: perché avevano «ridotto il bisogno di lavoro umano» e «di conseguenza diminuito il potere d’acquisto dei consumatori».

Le grandi innovazioni che facevano paura erano allora la catena di montaggio, il centralino telefonico automatico, l’ascensore con i pulsanti; dilagavano macchinari già inventati prima, come la linotype o la trebbiatrice. Oggi il dibattito sulle cause del crack di Wall Street nel 1929 è ancora vivace, ma nessuno più crede che la ragione fosse quella. Piuttosto, l’analisi dei dati disponibili mostra che la narrazione sulle macchine che rubano il lavoro alle persone, in circolo da oltre 200 anni, torna a farsi epidemica nei momenti di disoccupazione elevata. Si rafforza quando la macchina si personifica in robot, mutamento iniziato circa cent’anni fa, già in corso quando nel 1921 lo scrittore ceco Karel Čapek coniò la parola «robot».

Può darsi che oggi, con l’intelligenza artificiale, la minaccia si faccia più concreta; su questo Shiller non si pronuncia, limitandosi a dettagliare le vicende dei ricorsi storici. Quando, come ora, negli Usa o in Germania i disoccupati sono a un minimo record, l’interrogativo è casomai se la tecnologia eserciti una pressione al ribasso sui salari. I leader populisti paiono saggiare il terreno, in cerca della narrazione che attecchisce meglio. Donald Trump ha cercato di menzionare il «gold standard», o parità aurea, senza effetto. In Italia, potremmo aggiungere noi, il «no euro» è stato sfruttato per un po’ di tempo, poi, visto che non conquistava la maggioranza, è stato lasciato cadere. Quale sarà la prossima epidemia?

C’è un tempo, nella vita, in cui il furore criminale si trasforma in attesa della morte. E’ allora che le imprese sanguinarie, gli agguati, i tradimenti, l’illusione del potere, la pratica della violenza, diventano fardelli con cui è difficile convivere, fantasmi in quel corridoio grigio che porta alla fine di tutto. Lo stesso che, nelle prime sequenze di The Irishman, il film evento di Martin Scorsese proiettato ieri alla Festa del cinema alla presenza del Presidente Mattarella, conduce alla stanza dove il protagonista Frank Sheeran (Robert De Niro), canuto, stanco e costretto sulla sedia a rotelle, fa il bilancio di un’esistenza sbagliata. Per le ferite, inferte e subite, non c’è più nessuna cura, nemmeno il conforto della fede perché senza la confessione e il pentimento, invano sollecitati da un sacerdote volenteroso, non ci sarà perdono: «Il film – dice Scorsese – è incentrato su lealtà, amore, fiducia, tradimento, c’è azione ed emozione, ma la prospettiva da cui tutto viene raccontato è la vecchiaia, con il suo senso di mortalità». Proiezioni tutte esaurite Sullo schermo, nell’opera che il direttore Antonio Monda ha fortissimamente voluto alla Festa combattendo con altri Festival per averla in anteprima, la parabola del killer Sheeran, veterano della Seconda guerra mondiale al servizio della criminalità organizzata, si intreccia con quella di Jimmy Hoffa (Al Pacino) celebre e discusso sindacalista americano, che tra gli Anni 40 e 50 aveva trasformato l’«International Brotherhood of Teamsters» in una sorta di oscuro contropotere dominato dalle logiche del ricatto e della corruzione: «E’ una storia che si rivolge a chiunque perché anche se non è contemporanea, parla di un’esperienza umana, di confini tra moralità e immoralità». Per seguire la prima proiezione, ieri mattina all’Auditorium, il pubblico era in fila dalle 8, gli organizzatori avevano anche già previsto una proiezione supplementare in un’altra sala, andata subito esaurita. Nel tessuto del film, nel modo in cui è nato e nei sentimenti che provoca, c’è molto di più della trasposizione cinematografca del libro di Charles Brandt L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa (Fazi editore), della sceneggiatura di Steven Zaillian, degli effetti speciali che hanno permesso ai protagonisti di risultare assolutamente credibili sia da giovani che da uomini maturi e poi da anziani malati: «Io e De Niro – racconta Scorsese – volevamo da tempo tornare a fare un film insieme. Dopo Casinò eravamo a un punto di svolta, una specie di bivio, continuavamo a cercare progetti da condividere, ma le nostre vite, in quella fase, avevano preso direzioni diverse». A unirle di nuovo è stata la passione con cui De Niro ha descritto al regista il libro di Brandt: «Bob me lo ha raccontato nei minimi particolari, e, mentre parlava, si infervorava sempre di più. Sentivo che dentro quel racconto c’era tanto oro da andare a cercare, e che se Bob ci era entrato così profondamente voleva dire che tutto sarebbe risultato vero e genuino. In fondo è l’unico che conosce davvero le mie origini, il mondo da cui provengo, ed è da questa vicinanza che sono nati film come Mean Streets». Scegliere Al Pacino per la parte di Hoffa è stato naturale, quasi scontato, solo lui poteva calarsi così bene nei panni di un uomo irascibile e contraddittorio, goloso di gelato, amante della puntualità, potente al punto da far rialzare la bandiera Usa a mezz’asta nel giorno della scomparsa del Presidente John Kennedy, per lui nemico odiatissimo: «Non avevo mai lavorato con Al Pacino, che ho conosciuto negli Anni 70. L’idea è stata di Bob. A quel punto il film c’era già, per girarlo ci è voluto parecchio tempo, ma non abbiamo avuto bisogno di parlare, sul set tutti e due sentivano di fare qualcosa di speciale, erano costantemente presenti, mai distratti, anzi, qualche volta ho dovuto dir loro di andare a riposarsi, temevo si stancassero troppo». Per la prima volta, in un film di gangster, i mattatori non risultano affascinanti e nemmeno idealizzati, e questo è uno dei tanti miracoli dell’opera: «Non abbiamo mai pensato di dover essere spettacolari, non c’era necessità di aggiungere nulla, non volevamo esaltare nessuno». I percorsi di Sheeran, di Hoffa, di Russell Bufalino (Joe Pesci) sono segnati da una giustizia superiore, seguono le regole di un melodramma dove il castigo è inevitabile, si sfaldano nelle morti improvvise e nei malanni dell’età che rendono tutti uguali, indifesi e impauriti: «C’è la malinconia di Frank, abbandonato dai familiari, ma soprattutto c’è la malinconia di sapere che conflitti e violenze appartengono al passato e che la morte è una parte della vita». «Con Netflix libertà creativa» Un affresco così potente richiedeva tempo e denaro: «Il film costava molto, a Hollywood nessuno ci ha offerto i soldi necessari. L’intero esperimento, con tutte le magie che comporta, a partire dagli effetti digitali che hanno permesso il ringiovanimento degli attori, è stato realizzabile grazie all’impegno di Netflix che ci ha dato la possibilità di lavorare con assoluta libertà creativa. In cambio del sostegno finanziario l’unica condizione richiesta è stata la visione del film in streaming, ma sempre dopo un periodo passato in sala». A New York la finestra è di un mese, in Italia The Irishman verrà proiettato dal 4 al 6 nei cinema selezionati e, dal 27, sarà disponibile su Netflix: «Per far vedere i film bisogna, prima di tutto, girarli – risponde Scorsese a chi gli ricorda le crociate in favore del cinema in sala -. E senza Netflix questo film non ci sarebbe. E’ chiaro che la soluzione migliore sarebbe vedere i film nei cinema, ma è anche vero che oggi le sale sostengono più che altro film che sembrano parchi dei divertimenti. Ma il cinema non è solo questo e bisogna che i giovani lo sappiano». Se poi i ragazzi «vedono i film su Ipad e cellulari», aggiunge l’autore, «non è il caso di essere rigidi. Del resto i film in sala restano al massimo 4 settimane, stiamo andando verso un periodo di grandi cambiamenti, le tecnologie offrono infinite possibilità». E in ogni caso The Irishman, come a suo tempo Roma di Alfonso Cuaron, dimostra che l’arte, in sala o in streaming, conserva il suo marchio inconfondibile.

È stata una folgorazione. Sono scesa dal palco del mio ultimo concerto lo scorso marzo e ho detto a tutti che sarei partita per Los Angeles per starci un mese e avrei scritto un disco nuovo; il titolo dell’album lo avevo già in testa: Fortuna». Emma Marrone il 25 ottobre pubblica la sesta raccolta di inediti di una carriera decennale e festeggia il compleanno accogliendoci in uno studio di registrazione dopo aver fumato l’ennesima sigaretta. È serena dopo il mese in cui è stata costretta a fermare ogni attività di promozione del disco per sottoporsi a un delicato intervento chirurgico e, secondo quanto lei stessa ha scritto sui profili social, definitivo: «Ho finalmente tolto questo braccialetto (quello del ricovero in ospedale, ndr) ma lo conserverò per sempre. È stata dura ma è andata. La serenità sta prendendo il posto della paura. Piango di gioia finalmente». Emma, come sta e cosa l’ha spinta a rendere pubblica la sua sofferenza? «È stata una doccia fredda anche per me. Avevo appena iniziato a promuovere il singoloscritto daVascoIosono bella e mi sono ritrovata a dover affrontare un’operazione che i dottori hanno voluto anticipare rispetto ai tempi che immaginavo. Per rispettoaifanmaancheaidiscografici e a voi era giusto che spiegassi perché sarei sparita per un mese. Ci tengoadirecheciòcheèsuccesso non mi ha incattivito, anzi mi ha spinto a reagire, ora sono qui e sto benissimo, caricacomeunamolla». Lei ha una forza che pochi possono dimostrare e mettere in pratica, e qui si mette in gioco anche come autrice di alcuni brani. In un post ha scritto: «Il mio nuovo album sarà fuori ovunque dal 25 ottobre e voglio la musica ancora e ancora per tutta la vita. Sono la ragazza più felice del mondo». «Tengo così tanto a queste canzoniche ho decisodipresentarle dal vivo in concerto per la prima volta il 25 maggio all’Arena di Verona per una data unica e speciale, quella del mio compleanno; lì festeggerò insieme al pubblico anche i miei primi 10 annidicarriera». Vasco Rossi, Curreri, Dario «Dardust» Faini che le ha prodotto buona parte del disco, ma anche Elisa, Franco 126, Ex-Otago, Giovanni Caccamo, Daniele Magro. Ne staremo dimenticando certamente altri, ma già da questi nomi si nota l’importanza di questo disco. «Sì è vero, ci sono altri artisti e autori magari meno famosimaconunapennamagnifica che mi hanno dato una mano, ma non tralasciamo il lavoro dei musicisti che sonostatieccezionali». «Fortuna», «Alibi» e la notevole, per chi scrive, «Dimmelo veramente» le ha scritte di suo pugno e non si può non notare che in quest’ultima ci sia una critica sull’uso dei social network. «Sa che uno dei pezzi l’ho scritto nel bagno di un Frecciarossa? Ho preso telefonino, il pc e mezz’ora dopo sono uscita con la canzone. In Dimmelo veramente canto: “Dimmelo a telecamere spente/anche se c’è troppa gente/anchese nonè importante». Che palle la vita perfetta, le immagini di coloro che su Instagram mostrano una felicità che si fa fatica a immaginare così patinata, reale.Infondostiamofacendo tutti lo stesso viaggio, è la vita,accettiamoinostridifetti,lenostrescivolate». Il 25 maggio sarà a Verona, ma prima c’è il Festival di Sanremo a cui seguirà il tour. All’Ariston ci andrà come ospite? «Se mi chiamassero ci andrei al volo e non è ancora successo.AlFestivalsonoarrivata una volta seconda, una volta l’ho vinto, l’ho addirittura presentato, insomma per l’edizione dei settant’annisarebbebelloripassaredilì». Se passasse si ricordi di promuovere il film di Gabriele Muccino «Gli anni più belli» che esce il 13 febbraio dove lei interpreta Anna: il suo primo ruolo di attrice. «Che esperienza! Girare per quattro settimane con Gabriele e recitare con Kim Rossi Stewart, Micaela Ramazzotti, Nicoletta Romanoff. Mi sono calata in un mondo diversissimo dalla musica ma bellissimo e poi mia mamma me lo dice da quando sono piccola: “tu devi fa’ l’attrice».

Il gruppo Gedi ha chiuso i nove mesi con ricavi consolidati pari a 441,5 milioni, in flessione del 6% rispetto ai nove mesi del 2018. Il risultato netto consolidato registra una perdita di 18,3 milioni, per effetto della svalutazione di Persidera (-16,9 milioni), poi ceduta, oltre a oneri per ristrutturazioni con impatto sul risultato netto pari a 3,7 milioni. I risultati del secondo e terzo trimestre, sottolinea una nota del gruppo, «sono sostanzialmente in linea con il corrispondente periodo dell’esercizio precedente» e «mostrano un andamento sensibilmente migliore rispetto ai primi mesi dell’anno». Per il quarto trimestre, in un contesto in cui «non si intravedono evoluzioni di mercato significativamente diverse» il gruppo prevede «ulteriori effetti dalle misure attuate», e «che, in assenza di eventi allo stato imprevedibili, registrerà a fine anno un risultato positivo, escludendo l’impatto della cessione di Persidera e di eventuali altre componenti non ordinarie». Quanto all’effetto della cessione della società del multiplex di cui Gedi aveva la quota di minoranza, il risultato netto include in particolare la svalutazione del valore della partecipazione di 16,9 milioni, effettuata al fine di adeguare il valore contabile al prezzo di cessione. Al netto di tali effetti il risultato netto consolidato è positivo per 2,2 milioni. I nove mesi del 2018 si erano chiusi con un utile netto consolidato di 7,8 milioni. L’indebitamento finanziario netto al 30 settembre 2019 prima dell’applicazione del nuovo principio contabile Ifrs 16 ammonta a 118,4 milioni, in aumento rispetto ai 103,2 milioni di fine 2018 principalmente per effetto di 25, 6 milioni di pagamenti relativi ai piani di riorganizzazione in corso. I ricavi diffusionali del gruppo, pari a 205, 2 milioni, sono diminuiti del 4,8% rispetto a quelli del corrispondente periodo dell’esercizio precedente, in un mercato che ha registrato una riduzione dell’8,2% delle vendite dei quotidiani in edicola e abbonamento. I ricavi pubblicitari, pari a 206,4 milioni sono risultati in calo del 7% rispetto ai primi nove mesi del 2018. Il margine operativo lordo rettificato ammonta, sempre nei nove mesi targati 2019, a 35,9 milioni. Il titolo Gedi ha sofferto ieri in Borsa, dove ha chiuso a 0,29 euro, in calo del 6,09%. Mantenendosi comunque sopra gli 0,25 euro, il livello precedente all’offerta di Carlo De Benedetti giudicata «irricevibile». Il cda ha anche replicato alle affermazioni di Carlo De Benedetti, presidente onorario del gruppo Gedi, sottolineando di mantenere «una solida leadership nella stampa quotidiana, nel digitale e nelle radio» e adottando «misure idonee ad affrontare il futuro, l’investimento e lo sviluppo e creare valore sostenibile, con consapevolezza della rilevanza e delicatezza del mestiere e della funzione che svolge nel Paese, senso di responsabilità, rispetto e sostegno per il lavoro svolto dal management, dai direttori delle testate e da tutte le donne e gli uomini che in esso orgogliosamente operano».

«Non siamo un gruppo sconquassato, non siamo un gruppo da risanare, non siamo una barca senza timoniere. Siamo un gruppo leader». Il presidente di Gedi, Marco De Benedetti, sceglie il giorno del Cda sui conti per fare chiarezza, con una lettera, sulla situazione del gruppo editoriale dopo l’affondo, finanziario e verbale, del padre, Carlo De Benedetti. I termini della sua offerta «sono stati giudicati irricevibili», ricorda, una valutazione «che è poi stata confermata dalle analisi terze di cui si è letto nei giorni successivi». Ma non è solo una questione di famiglia. «Il 45% di Gedi non appartiene a noi fratelli, ma a Cir, di cui possediamo circa il 30%, mentre il restante 70% è di altri azionisti, che ci hanno affidato la gestione e di cui dobbiamo tutelare gli interessi secondo le regole e modalità del mercato». Se Marco De Benedetti tralascia l’aspetto personale dell’attacco dell’Ingegnere «a mio fratello Rodolfo e a me», un «tema per noi doloroso», non rinuncia a rispondere sui giudizi «infondati e gravi» del padre sul gruppo e sulla sua situazione. «Siamo molto meglio di come veniamo dipinti». Al contrario sottolinea come Gedi sia un «gruppo leader» sotto diversi aspetti. «Nella stampa quotidiana», ad esempio, «con il 20% del mercato e testate straordinarie come La Repubblica e La Stampa e tutti i giornali di diffusione locale». Ma anche nel digitale dove «siamo partiti prima e abbiamo costantemente accresciuto il vantaggio» come nelle radio «settore in cui grandi gruppi, Mondadori e Rcs, hanno tentato di svilupparsi, senza riuscirvi». In comune con gli altri editori ci sono dieci anni di «sfide enormi» affrontate «con sacrifici, ma senza traumi». Ricorda le innovazioni e gli investimenti fatti «sulle nuove piattaforme» e l’«ambizioso piano» per lo sviluppo digitale. «Abbiamo allargato il perimetro del gruppo a La Stampa e al Secolo XIX, due storiche testate che insieme ai quotidiani Finegil costituiscono oggi un network di rilevanza unica nel Paese». Ricorda poi come Gedi abbia «reagito rapidamente ed efficacemente alla crisi», preservando «testate e mezzi» senza svendite. «Non siamo ricorsi a formule o architetture suggestive (la fondazione per esempio) ma che non risolvono di per sé i problemi». Ma «abbiamo mantenuto l’identità del gruppo». Tutti risultati, aggiunge, «di cui mio padre era fiero» e che «restano tanto veri oggi come lo erano fino a poco tempo fa, quando ancora presiedeva il gruppo». Ora Marco De Benedetti assicura che «continueremo con impegno io, mio fratello Rodolfo e Monica Mondardini a svolgere il nostro ruolo di azionisti della società in modo da garantirle il miglior futuro».

Se il buongiorno si vede dal mattino, promette fulmini e saette. Fra dieci giorni Mario Draghi uscirà con gli scatoloni dal piccolo ufficio a vetri del grattacielo della Banca centrale europea. In attesa di entrare con i suoi, Christine Lagarde si è fermata a Omaha Beach, in Normandia. Lì si è fatta intervistare da John Dickerson di «60 Minutes», il più autorevole degli approfondimenti televisivi della Cbs. E così gli americani hanno assistito in prime time alla scena di un’elegante signora francese che in perfetto inglese si scatena contro il loro presidente: «La stabilità dei mercati non può dipendere da un tweet: richiede decisioni pesate e misurate». «Gli Stati Uniti rischiano di perdere la loro leadership nel mondo». E ancora: «La guerra commerciale con la Cina rischia di costare settecento miliardi di dollari al Pil mondiale». Per cui, caro presidente Trump, si sieda ad un tavolo e risolva il problema: «Le tensioni con Pechino sono una delle chiavi per risolvere le incertezze». Il caso vuole che l’ex ministro francese e numero uno del Fondo monetario internazionale sia cresciuta non lontano dalla spiaggia da cui partì la liberazione americana dell’Europa. Dall’intervista si intuisce che lo stile con cui guiderà la moneta unica sarà più aggressivo di quello che ha scandito gli otto anni di Draghi. L’ormai ex numero uno della Bce ha polemizzato più volte con Trump — soprattutto sul tema dei cambi – ma sempre e solo in risposta agli attacchi, senza mai scendere in valutazioni politiche. Vedremo se una volta insediata Lagarde si atterrà a toni più istituzionali, ma nel frattempo ne approfitta per difendere anche il collega della Federal Reserve Jerome Powell, da mesi oggetto dei tweet compulsivi del presidente americano perché – a suo dire – troppo timido nel tagliare i tassi. «Quando la disoccupazione è al 3,7 per cento non si può accelerare troppo». La signora prima spiega che «la faccenda è delicata tanto quanto guidare un aereo», poi fa a Trump una lezione base di economia. «C’è un limite a quello che le banche centrali possono fare, e il limite è quello dei tassi negativi. Il rischio è che i prezzi inizino a salire». Lagarde ha ragione, ed è la questione che oggi anima il dibattito fra economisti e banchieri centrali. Le grandi recessioni di solito iniziano così: in un angolo del mondo esplode all’improvviso una bolla speculativa che trascina con sé al ribasso le borse di mezzo mondo. Di recente ne hanno parlato l’ex segretario al Tesoro americano Larry Summers, ma anche Ignazio Visco e la scorsa settimana a Washington Mario Draghi. «Ci sono lievi segnali di sopravvalutazione nei mercati finanziari e immobiliari della zona euro, i quali generano un rischio per la stabilità in un momento in cui l’economia sta rallentando». Quel che Draghi non può dire è che questa è anche conseguenza della linea seguita fin qui da Francoforte. Quando i rendimenti di titoli di Stato e obbligazioni sono particolarmente bassi, il rischio aumenta. Nell’era dell’inflazione zero, è opinione comune che si tratti in ogni caso del male minore rispetto alla scelta di stringere i bulloni della politica monetaria nel momento sbagliato. Ma non tutti la pensano così, perché l’altra faccia della medaglia è non avere munizioni in caso di crisi. Ed è per questa ragione che i governatori di Francia, Germania, Olanda ed Austria hanno votato contro l’ultima decisione di Draghi di riaprire il piano di acquisto di titoli pubblici.

Quando il libro rosso di Michel Houellebecq è comparso tra gli scaffali in libreria – con la sua volpe grigia minacciosa, guardinga e allo stesso tempo arrogante sulla tavola imbandita appena conquistata, ideale allegoria della Francia che in Sottomissione è in balia del partito islamico vincitore delle Presidenziali – a qualcuno quell’immagine ne avrà riportato alla mente un’altra. Sempre animata da volpi, le stesse volpi grigie di Sandy Skoglund che Silvia Balle stra usa per il suo I giorni della rotonda: Bompiani sceglie Fox Games l’installazione dell’artista americana per l’edizione italiana del romanzo di Houellbecq (2015), Rizzoli lo aveva fatto per il romanzo della Ballestra (2009). NON SIAMO DI FRONTE a un caso unico. E la cosa non sorprende, infatti, il lettore appassionato, che all’a mo re per la letteratura unisce un culto feticista per quegli oggetti fatti di carta e d’inchiostro, di cui sfoglia con piacere le pagine e rimira le copertine: ogni copertina rimanda a una storia. Alcune a più di una. E così l’elenco dei déjà vu è lungo. E come nel caso Ballestra-Houellebecq, coinvolge anche gran di nomi della letteratura italiana e internazionale, e le migliori case editrici. Sul palcoscenico di R ondini d’inverno. Sipario per il commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni, le luci regalano calore a una rosa rossa che ha perso i suoi petali, su quello de Il fantasma esce di scena di Philip Roth illuminano l’assenza. Il sipario è dello stesso rosso. La casa editrice è sempre Einaudi. E ancora Einaudi si trova a condividere la donna ritratta da Lynsay Addario, premio Pulitzer per il fotogiornalismo, che compare su Ne v e di Orhan Pamuk (2004) con Nottetempo che la sceglie, nel 2006, per la copertina della Lettera a un’amica scomparsa in Iraq della giornalista tunisina Sihem Bensedrine. A un “incidente” simile non scampano neanche il maestro Andrea Camilleri e la “sua” Sellerio: il commissario Montalbano, impegnato a mantenersi lucido in una realtà che cede alle lusinghe dell’illusione, ne Il gioco degli specchi conten – de al Pretore di Cuvio di Piero Chiara, pubblicato da Mondadori per la collana Oscar, la C an zon et tis ta di Antonio Donghi, opera del 1925. E ancora: Feltrinelli si affida a un’immagine di Luigi Ghirri per raccontare Una storia di amore e di tenebra (2008), l’autobiogra – fia romanzata dello scrittore israeliano Amos Oz, la stessa immagine che Bompiani adotta per Posta prioritaria di Gianfranco Calligarich (2014). Altre copertine d’arte: La passeggiat a di Marc Chagall illustra La lista di Lisette di Susan Vreeland per Neri Pozza e Ballata per la figlia del macellaiodi Peter Manseau per Fazi. Mondadori mette sulla copertina de Il manifesto del libero lettore. Otto scrittori di cui non so fare a meno, di Alessan – dro Piperno, una delle creazione del pittore surrealista polacco Jacek Yerka, Bible Dam, usata anche da Skira per Il mondo visto dai libri di Hans Tuzzi. Ma la lista è lunghissima e non vi sfugge quasi nessuna casa editrice. Ancora qualche esempio: stessa immagine per La vista da Castle Ro ck di Alice Munro (Einaudi 2014) e Aurora con mostro marino di Neil Jordan (Cavallo di ferro 2010); Aforismi e magie di Alda Merini (Bur 2013) e Nel vento di Emiliano Gucci (Feltrinelli 2013); È stata una vertigine di Maurizio Maggiani ( Feltrinelli 2008) e Ogni contatto lascia una traccia di Elanor Dymott (Einaudi 2013). POI CI SONO COPERTINE “evocative”, quelle che per caso o per intenzione, si “r ic hi a ma n o” tra di loro: La stranieradi Claudia Duras ta nt i (La nave di Teseo), cappotto rosso, carré e il viso contro una parete rossa, sembra la stessa donna aggrappata alla finestra della stanza dalle pareti azzurre sulla copertina de Gli altri di Aisha Cerami (Rizzoli). Oppure i protagonisti di Persone normali di Sa lly Rooney (Einaudi) ricordano quelli di Un dolore così dolce di David Nicholls (Neri Pozza). Che per le case editrici si tratti di incidenti o scelte pensate, per il lettore l’i ncontro con una copertina “già vista” può rivelarsi un’opportunità, quella di usare la curiosità innescata da un’immagine per andare alla scoperta di un altro autore e del nuovo mondo che ogni libro è in grado di svelare.

I commissari di Alitalia sono rimasti perplessi di fronte alla lettera con cui le Fs la scorsa settimana, confermando l’interesse per rilevare la compagnia assieme ad Atlantia, hanno chiesto altre 8 settimane di tempo per definire tutti i dettagli e del salvataggio ponendo tutta una serie di condizioni al governo, non ultima l’erogazione di un nuovo prestito ponte che di lì a qualche giorno è stato poi effettivamente inserito nel nuovo decreto fiscale. Ieri il Mise ha reso noto di aver ricevuto la lettera partorita non senza travaglio da Laghi, Discepolo e Paleari facendo a sua volta sapere di condividere i dubbi espressi da commissari. Innanzitutto per la mancata formalizzazione di un’offerta vincolante d’acquisto e per una richiesta di proroga giudicata «distonica», ovvero non coerente con la richiesta di proroga precedente in cui si chiedeva un dilazionamento al 30 ottobre. Secondo fonti del dicastero di via Veneto il ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli condivide i dubbi espressi dai tre commissari, ma non solo. Stando alle stesse fonti, infatti, la lettera arrivata ieri è letta come «un punto di non ritorno» per cui sarebbe intenzione del ministro concedere altro tempo ma solamente subordinando la nuova proroga a condizioni ben precise. E’ per questo che i commissari di Alitalia ora «richiedono una interlocuzione diretta e immediata con l’offerente», mentre da parte del Mise viene precisato che «sulla valutazione del dicastero peserà a questo punto la lettera di Atlantia» inviata al governo il 2 ottobre, in cui la società dei Benetton metteva in relazione il dossier Alitalia con quello delle concessioni facendo presente di aver difficoltà ad impegnarsi in un investimento così significativo (si parla di 350-400 milioni) a fronte del rischio di vedersi sfilare le autostrade. L’irritazione del governo è palese ma Patuanelli non potrà che avallare comunque la richiesta di proroga: l’orientamento è però quello di fermarsi al massimo a 6 settimane per chiudere la partita tassativamente entro il primo dicembre. Non appena il Mise darà l’ok la trattativa ripartirà necessariamente dagli «approfondimenti» chiesti da Fs ed Atlantia. Sul ruolo degli americani di Delta, la governance e la scelta del top management e il piano industriale.

Sarà un elicottero, giovedì prossimo, a portare i resti di Francisco Franco lontano dal mausoleo che ne esaltava la figura. È passato quasi un anno e mezzo da quando il governo socialista annunciò la propria intenzione di rimuovere la salma del dittatore dalla basilica della Valle del los Caídos, un mega complesso costruito tra il 1940 e il 1958, anche grazie al lavoro dei prigionieri politici del regime. Superati i molti ostacoli, giuridici più che politici, l’esecutivo di Pedro Sánchez ieri ha spiegato i dettagli di un’operazione simbolica, che arriva a poco più di due settimane dalle elezioni. Il viaggio in elicottero Alla riesumazione saranno presenti 22 familiari del Caudillo, la ministra della Giustizia Dolores Delgado, sei operai e un perito il cui nome non è stato svelato, perché «sono già arrivate minacce di morte da estremisti di destra», ha spiegato una fonte del governo. Una volta alzata la lastra di granito, dal peso di 1.500 chili, si valuterà lo stato di conservazione della cassa e a quel punto i parenti potranno portare in spalla il feretro, senza bandiere né gli onori militari che erano stati richiesti dalla famiglia. La salma di Franco sarà caricata poi su un elicottero, per evitare eventuali contestatori nel tragitto. Il viaggio, tempo permettendo, durerà un quarto d’ora. Destinazione, il cimitero di Mingorrubio, nella località del Pardo, poco distante dalla residenza del dittatore, dove riposa sua moglie, Carmen Polo. Lì sarà officiata una messa da Ramón Tejero, figlio del tenente colonnello della Guardia Civil che il 23 febbraio 1981 entrò sparando all’interno del Parlamento in un tentativo, poi fallito, di colpo di Stato. I fischi all’ospedale di Barcellona L’operazione della rimozione della salma di Franco giunge nel cuore di una campagna elettorale complicata. Il premier Sánchez spera di cambiare l’agenda del Paese, tutta incentrata sulla crisi catalana. I sondaggi registrano un’inflessione dei socialisti a favore della destra tradizionale, il Partito popolare, e di quella estrema, Vox. Ieri il premier è volato a Barcellona, per una visita tenuta nascosta fino all’ultimo per timore della massa, perennemente in piazza da quando è stata pubblicata la sentenza di condanna ai leader indipendentisti. La riservatezza non è bastata: Sánchez è stato contestato da medici e personale dell’ospedale Sant Pau, dove aveva incontrato gli agenti di polizia feriti negli scontri della scorsa settimana. Fuori dall’istituto si è poi radunata una piccola folla al grido di «Libertà per i prigionieri politici».

Appena una settimana prima che il Cile subisse i peggiori disordini civili da quando è cessata la dittatura di Augusto Pinochet negli anni 80, il presidente Sebastián Piñera – in u n’intervista peraltro ottimista sulle prospettive del suo Paese – aveva lanciato un avvertimento: “Dobbiamo fare un grande sforzo per includere tutti i cileni”, ammetteva l’ex uomo d’affari miliardario, pur sottolineando che il Paese stava “guidando la classifica della crescita in America Latina”. Ma Piñera non si aspettava una dimostrazione così rapida e violenta causata dal rischio della diseguaglianza. Santiago del Cile è stata sconvolta da rivolte, saccheggi e incendi dolosi, innescati da un aumento del 3% delle tariffe della metropolitana che il governo è stato costretto a sospendere. Le proteste hanno messo in luce una rabbia molto radicata tra i cileni, che un sistema disuguale ha escluso dalla straordinaria performance economica del Paese negli ultimi decenni. “A voi politici doveva succedere davvero tutto questo perché la smetteste di rubare soldi alla gente?” chiedeva una donna davanti a una telecamera mentre aiutava a ripulire una delle stazioni della metropolitana di Santiago vandalizzata dai manifestanti. “ Qualcosa di profondo sta accadendo in Cile ” , spiega Marta Lagos, sondaggista e analista politica. Una parte enorme della popolazione si è sentita lasciata indietro: “Q ue st o non è solo un gruppo di bambini violenti, è molto di più. Siamo solo alla punta dell’iceberg. E questo produce una situazione molto instabile che tutti stavano ignorando”. Il governo non è riuscito a valutare l’impatto che gli alti livelli di disuguaglianza e precarietà occupazionale hanno avuto sulla società, secondo Lagos: “Piñera pensa che le proteste siano un problema di sicurezza, un problema di violenza e saccheggio. Non si rende conto che esiste un profondo malessere sociale che persisterà. Non può essere risolto con un coprifuoco”, ha detto, riferendosi alle misure di emergenza adottate per controllare le proteste durante il fine settimana. A causa dei disordini finora ci sono stati tre morti. Una persona è stata colpita dalle forze di sicurezza e altre due sono morte in un incendio mentre saccheggiavano un supermercato ai margini di Santiago. Ora, il governo di centrodestra di Piñera –a cui la mancanza di una maggioranza al Congresso ha impedito di attuare molte delle sue riforme a favore del mercato – p otrebbe incontrare ostacoli ancora maggiori da parte dell’op posi zione. “Il governo Piñera è un’anatra zoppa. Non sarà in grado di portare avanti le sue riforme al Congresso”, sostiene Patricio Navia, politologo alla New York University. Mentre alla fine può essere approvata un ’importante riforma delle pensioni, aggiunge, ciò è dovuto al fatto che il disegno di legge di Piñera sarà annacquato a tal punto che probabilmente assomiglierà molto a una proposta del precedente governo di centrosinistra. Eugenio Tironi, consulente politico a Santiago, ha confrontato le proteste della scorsa settimana con il movimento dei Gilet gialli scoppiato in Francia l’anno scorso, innescato da un aumento dei prezzi del carburante. “In Cile non si è trattato esattamente di un aumento sproporzionato delle tariffe. Sembra piuttosto quel tipo di aumento avvenuto regolarmente in passato. Ma oggi si somma alla sensazione generalizzata che gli sti pendi non siano al passo con l’aumento del costo della vita, soprattutto quando aumentano gli oneri del debito”, ha detto. “È tutt’altro che esaurito. È enorme”. “Sebbene negli ultimi giorni anche gli ecuadoriani si siano ribellati alle misure di austerità, le proteste in Cile sono diverse”, afferma Tironi. “In Ecuador ci sono almeno chiari movimenti contro il governo. Qui non c’è nulla di tutto ciò. Come nel caso dei Gilet gialli, sostiene Tironi, le proteste cilene sono più spontanee e decentralizzate. Ciò ha reso più difficile per le forze di sicurezza prevenire la violenza, anche se Navia afferma che è stato un errore non rafforzare il potere dei militari, dando loro la possibilità di usare la forza necessaria dopo aver dichiarato lo stato di emergenza. Ciò potrebbe aver esacerbato il saccheggio, che invece il governo di Michelle Bachelet era stato in grado di controllare dopo la sommossa del 2010. Navia traccia un parallelismo tra il Cile di oggi e il Venezuela di trent’anni fa, alla vigilia delle rivolte del C ara ca zo causate dagli aumenti dei prezzi del carburante che facevano parte del piano di austerità del Fmi. Questi hanno spianato la strada all’ascesa di Hugo Chávez e alla sua “rivoluzione bolivariana”, economicamente disastrosa. Come allora il Venezuela, oggi il Cile è “l’economia più stabile dell’America Latina, ma ha tre problemi: elevata disuguaglianza, elevata dipendenza da una sola merce e una classe politica sempre più distante e corrotta”. Mentre le sfide di oggi potrebbero non essere così gravi come quelle del Venezuela di 30 anni fa, Navia mette in guardia dalla promozione del Cile nel club delle nazioni ricche dell’Ocse: “In realtà – spiega – il Cile ha ancora problemi di tipo molto latinoamericani”.