«L’unica ragione di vita di Conte è quella di fregare me» . Matteo Renzi alla Leopolda vara il simbolo del nuovo partito in un tripudio di luci e musica e non fa niente per smentire le tensioni con il presidente del Consiglio e l’idea di uno scontro che nasce da un patto del premier con il Pd. Ogni giorno la rottura sembra a un passo. Ma Renzi ribalta lo schema. Lui l’agnellino, gli altri i lupi. Lui buono, gli altri cattivi. Italia Viva non studia sabotaggi, semmai è costretta a difendersi da chi la considera un pericolo. «Avete ragione — dice ai suoi fedelissimi — non dobbiamo fare gli sfascisti, dobbiamo imparare a stare in coalizione. Non alimentiamo polemiche. Però il comportamento di Conte mica è normale». Così la linea dura dev’essere immediatamente corretta. Nell’affollatissima kermesse fiorentina Maria Elena Boschi dice chiaro e tondo: «Il Pd è il partito delle tasse, noi siamo un’altra cosa» . È la miccia che Renzi non vuole accendere. Non adesso, per calcolo: non sia mai Pd e Conte immaginassero davvero di andare al voto. Italia Viva non è affatto pronta. Anche se lui è il primo a dire che certe tasse o microtasse del decreto fiscale non vanno, che con i 5 Stelle si può provare a cambiare le cose in corsa. Ma senza andare oltre. «Faremo un emendamento anche su quota 100, vedremo chi vincerà in Parlamento». Le parole della capogruppo di Italia Viva alla Camera spiazzano infatti i partecipanti alla Leopolda, molti dei quali sono ex Pd, presentati sul palco in pompa magna come fuoriusciti, come portatori di uno spirito libero che tra i dem era ingabbiato. La scissione però è sempre un po’ dolorosa e certi colpi bassi non sono graditi. «Io l’ho detto a Matteo e ad altri. Gli addii sono un terreno scivoloso — spiega Giacomo Portas che ha portato i suoi “Moderati” sotto il nuovo simbolo — Guardate Leu, la guerra non ha pagato. Bisogna ragionare di un campo largo del centrosinistra, non dividerlo. Aggiungere, non togliere» . Perciò Portas non si spiega l’uscita della Boschi: «È una ragazza intelligente, preparata ma stavolta ha proprio sbagliato. Non la capisco» . Che abbia sbagliato lo pensa anche Renzi. Con un po’ di ritardo sente il malumore del suo popolo, legge sul telefonino il fuoco di fila di dichiarazioni del Pd che sembrano trovare un bersaglio facile. Allora non corregge in prima persona, lascia il compito a Francesco Bonifazi, un altro del Giglio magico. «Per me il Partito democratico non è il partito delle tasse e dirlo è sbagliato» , è la smentita di Bonifazi. Anche la ministra Teresa Bellanova sposta il baricentro della discussione. «Io dico che noi siamo no tasse». Senza accusare altri di essere dei Dracula. La pezza viene cucita solo in parte. Qui alla Leopolda emerge con chiarezza il trauma della scissione, la competizione con il Pd, il tentativo di sottrarre pezzi dem uno a uno. E anche un modo di stare al governo da sfidanti giorno dopo giorno. «Io non faccio polemiche dirette con Conte. L’altro giorno ho fatto intervenire Rosato, avete visto?» , spiega ancora Renzi ai fedelissimi per dimostrare tutta la sua buona volontà. L’ossessione di essere rassicurante accompagna la parabola renziana dai tempi delle primarie contro Bersani (2012). Non si dava pace, Renzi, perché l’avversario aveva comunicato meglio di lui una forza tranquilla. Ma non è il suo carattere. In più c’è da lanciare il movimento, vederlo crescere nei sondaggi, renderlo appetibile per chi soffre nel Pd. Ettore Rosato non è proprio quello che si dice un moderato. Infatti è l’unico a dire: ha ragione la Boschi sulle tasse. Zingaretti però ha reagito. In contatto con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, in giro per l’Umbria «dove i leader ci mettono la faccia anche se è dura» e il riferimento è a Renzi che appena qualche giorno fa diceva: «L’Umbria? Ma noi li non partecipiamo» . Anche Nicola Zingaretti ha scatenato i suoi collaboratori. Enzo Foschi, vice presidente del Pd romano, usa la clava: «Noi non diciamo che Italia Viva è il partito di Banca Etruria e dei banchieri» . Intanto l’ha detto. Poi c’è la reazione moderata ma allusiva del presidente dell’Europarlamento David Sassoli: « Mi auguro che nessuno disperda la fiducia che l’Italia ha ora in Europa» . È una guerra di nervi e siamo solo all’inizio. Fuori dalla Leopolda, seduto su un gradino, un signore elegantissimo teneva in braccio un manichino di donna col velo e un cartello: «Oggi sposiamo le buone maniere» . Un avvertimento al governo giallo-rosso?
Un legame discreto ma solido. D’acciaio, come la lama del pugnale disegnato sulla maglietta nera indossata da un militante di CasaPound. “Squadristi e combattenti con la fede nell’Italia”, recita il motto che non dispiace alla piazza sovranista. Al contrario. Più di qualcuno s’avvicina a Simone Di Stefano, leader delle tartarughe frecciate e chiede un selfie. Lui accetta. Sorride. «Sulla nostra presenza né Salvini né Meloni né Berlusconi hanno avuto nulla da ridire — ricorda — siamo qui per dare un contributo di idee». Non per innescare «polemiche sbagliate», aggiunge. Già alla vigilia della manifestazione di ieri in piazza San Giovanni Di Stefano aveva accettato il divieto impartito dalla Lega di fare il saluto romano. Il segretario Matteo Salvini si era premurato di evitare che i boschi di braccia tese all’ombra della Basilica diventassero la cartolina della giornata. «Se qualcuno viene a fare il saluto — aveva detto Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera — sarà cacciato a pedate». Un avvertimento che non aveva certo offeso CasaPound. «Per noi — aveva risposto Di Stefano — quello è un gesto sacro da rivolgere ai caduti». L’ordine è stato rispettato. In nome di un legame che si è rafforzato negli ultimi cinque anni. A partire dalla campagna per le Europee 2014 in sostegno di Mario Borghezio, passando per la manifestazione di Milano, nello stesso anno, senza dimenticare il patto sovranista stretto al teatro Brancaccio di Roma, nel maggio del 2015. Quest’estate il presidente di CasaPound Gianluca Iannone non aveva esitato a invitare pubblicamente Salvini alla festa di Verona. L’abbraccio ideale c’è stato ieri. Gli oltre «mille attivisti» di CasaPound si sono mossi in corteo dall’occupazione in via Napoleone III poco prima delle 14. Sono entrati in piazza e si sono sistemati a circa 100 metri dal palco. Composti, hanno applaudito l’intervento di Silvio Berlusconi, apprezzando particolarmente le parole della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. «Ha fatto un discorso più politico rispetto a Salvini — osserva Di Stefano — questa la compagine sovranista ha trovato la direzione giusta». Il vicecoordinatore romano di Forza Italia Pietrangelo Massaro prova a nascondere una certa dose di imbarazzo: «C’è CasaPound? Non lo sapevo — assicura — io non li ho visti».
Nasce il Pdl di Matteo Salvini. E nasce sulle note trionfali del Vincerò pucciniano. Il leader della Lega si prende Piazza San Giovanni, «questa che era la piazza di Luciano Lama, di Berlinguer e della Cgil, adesso è nostra». Ne fa uno scalpo, a fine kermesse, dopo che sul palco sono saliti anche Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. C’è la foto a tre che non si vedeva dalla Piazza Grande di Bologna del 2015, ma quella era preistoria. Ora i rapporti di forza si sono invertiti. Non saranno i 200 mila che vengono proclamati dagli organizzatori, ma l’enorme spianata è piena a perdita d’occhio. La prova di forza è riuscita. Se si trasformerà in spallata a un governo giallorosso, fragile mai come in queste ore, dipenderà solo dall’autolesionismo dei suoi protagonisti. Il capo leghista è padrone unico e incontrastato. Non pronuncerà mai la parola “centrodestra”, quella è storia archiviata. Sul palco campeggiano solo simbolo e bandiere del suo partito. Gli altri due leader sono qui, ma da ospiti. Non alza mai la voce, Salvini, nella mezzora e passa di intervento dopo gli otto governatori (Toti, Zaia, Fontana, Musumeci e gli altri). Ma la svolta moderata che qualcuno si attendeva, dal nuovo capo del centrodestra, non c’è affatto. Appare piuttosto aspro, scalpitante, smanioso di buttare giù gli ex alleati: «Questa è la piazza contro il Palazzo, contro la Leopolda». «A casa, a casa», ripete più volte. Rivolto a “Giuseppi” ma anche alla sindaca Raggi (contro la quale vengono raccolte migliaia di firme) e al governatore Zingaretti. «Noi al governo torneremo e presto, torneremo dalla porta principale – promette ai suoi – vinciamo le regionali e li mandiamo a casa». Pronostica la crisi nei primi mesi del 2020, insomma. Lui attenderà in riva al fiume perché «la calma è la virtù dei forti». Per il resto, non c’è un guizzo, non uno slancio inedito rispetto alla solfa della decina di comizi giornalieri del leghista. Tono della voce pacato ma contenuti da piccolo Orban italiano: «Io credo che chi davvero applica gli insegnamenti del Vangelo sia colui che impedisce che i migranti si mettano in mano agli scafisti, al governo abbiamo gente sporche di sangue». Tra i militanti che affollano la piazza, Crocifissi esibiti e immagini della Madonna. Il padrone di casa fa presto a scaldarli, con un colpo basso sui problemi giudiziari dei genitori di Matteo Renzi, «avrei dovuto ricordarglieli nel confronto tv». Ha voglia di vendetta, di rivalsa, dopo l’auto espulsione dal governo. La piazza la vive come occasione di riscatto, in attesa dell’Umbria domenica prossima. Lancia un video con Oriana Fallaci, fa aprire il comizio a Maria Giovanna Maglie. Alberto Bagnai, prima di lui, torna alle sortite no-euro di un tempo: «Moneta unica irreversibile? Lo è solo la morte…». Salvini ha cura di presentare personalmente alla folla Berlusconi per scongiurare il rischio dei fischi, dopo la spaccatura dentro Fi sulla piazza di destra. «Il forfait di Carfagna e Brunetta? Un’occasione mancata», diranno a margine Gelmini e Bernini. Sul palco accanto al Cavaliere si piazzano Tajani, Mulé, Gasparri. «Qui mi sento veramente a casa», confessa Annagrazia Calabria. Alle spalle dell’ex premier il fido Roberto Gasparotti piazza strategicamente decine di “giovani di Fi” con bandiere: faranno da claque a comando, “Silvio, Silvio”, dato che la piazza non dà segni di vita durante l’intervento. «Uniti conquisteremo una grande vittoria, siamo tutti indispensabili», dice il Cavaliere al microfono, rivolto a chi, si può immaginare. Sembrano tutti affetti dalla sindrome di Stoccolma, i forzisti, mentre Salvini li sta fagocitando, pur con parole suadenti: «Vince la squadra e non si vince mai da soli, l’abbraccio della piazza vada anche a Silvio e Giorgia», dirà in conclusione. Chi si trova davvero a proprio aggio è la presidente di Fdi, la retorica di destra è nelle corde della folla: sarà la più applaudita tra gli ospiti. «Sono madre e cristiana», «no all’islamizzazione», «se servono muri, si costruiranno, se servono blocchi navali, si faranno». Sottinteso, col loro governo. Ce n’è abbastanza per entusiasmare Marine Le Pen, che da Parigi saluta «l’immenso raduno dell’amico Matteo».
Il Frecciarossa in partenza alle 8 dalla Stazione Centrale di Milano ieri mattina s’è trasformato in Frecciaverde, lanciato verso la grande piazza romana in cui verrà battezzata una destra a trazione leghista. Sono loro i protagonisti della spallata al governo Conte: treni e autobus zeppi di militanti col fazzoletto verde e la felpa del comune di residenza (Cinisello, Senago, Paderno Dugnano, Treviglio, Crema) che ormai si trascinano dietro i resti del Berlusconi padano, altrove già sorpassato dalla Meloni. A Roma troveranno lei, Giorgia, che scalpita, nuova beniamina della folla, ma sa bene che al governo potrà tornarci solo mettendosi a rimorchio di Salvini. Altro che centrodestra moderato e liberale, ammesso che lo fosse quello a trazione berlusconiana. Sulla carrozza 5 incontro dei giovani consiglieri comunali di Sesto Calende e Besano, in provincia di Varese. Mi invitano a bere un caffè e raccontano del loro movimento Lombardia Ideale nato in appoggio al governatore Fontana per raccogliere i transfughi del vecchio centrodestra. Ammiratori di Putin, delusi da papa Bergoglio («protegge gli immigrati non perché ci crede ma perché sostiene gli interessi dello Ior»), rivendicano la loro cultura di destra sociale e tradizionalista: «Spiace dirlo, ma oggi mi sento più cristiano ortodosso che cattolico», mi confida Luca Iaconianni, lettore dei Vangeli apocrifi in cui l’accoglienza è subordinata al rispetto della dottrina da parte dei nuovi venuti. Per loro, piazza San Giovanni serve a riportare in auge il “modello lombardo”, depurato dall’affarismo dei vari Caianiello di Forza Italia. E l’“orgoglio italiano” predicato dal neo-patriottico Salvini? E l’invito a sventolare il tricolore? Lo prenderanno sul serio, da queste parti? O mi risponderanno come il vecchio responsabile organizzativo della Lega bergamasca: «Io resto a favore della divisione in tre macro-regioni proposta da Miglio. Ora noi leghisti facciamo i nazionalisti perché abbiamo sbattuto la testa troppo a lungo. Ma resta il fatto che in Lombardia abbiamo avuto gli austriaci che ci hanno insegnato a fare le industrie. Mentre giù al Sud hanno avuto i Borboni che gli hanno insegnato a fare i furbi. Certe cose non le cambi. Meglio mantenersi distinti». Certo, nel tragitto a piedi dalla Stazione Termini a piazza San Giovanni, la fiumana leghista s’ingrossa grazie ai nuovi arrivi. Ventotto pullman solo dalle Marche, mi assicura una gentile signora anconetana. Ci sono anche leghisti venuti su da Brindisi. Ma la locomotiva resta saldamente padana. In piazza, la protesta antigovernativa non sembra avere più al suo centro il rifiuto degli immigrati e la denuncia dei crimini, soprattutto di natura sessuale, ad essi ascrivibili. Certo, da Fedriga alla Meloni non mancheranno crudi riferimenti a tale piaga, accompagnati dalla piena solidarietà con le guardie carcerarie accusate di maltrattamenti sui detenuti, e dalla richiesta di mano libera per i poliziotti («Togliere il galateo alle forze dell’ordine e riconsegnare il manganello», ha proposto Zaia). Ma sembra venuto in auge un nuovo oggetto-simbolo contro cui si esprime il malcontento della destra antitasse: il POS, dispositivo per i pagamenti elettronici. Per meglio dire, è l’abbinamento tra il POS e le manette, a esacerbare gli animi. Perché le manette in verità piacciono, a questa piazza, purché adoperate contro i nemici del loro popolo. Chi s’illudeva che la manifestazione dell’“orgoglio italiano” trasformasse Salvini nel leader di un nuovo centrodestra liberale, pretendeva da lui una torsione contronatura. Egli guida un movimento reazionario ma autenticamente popolare, la cui forza risiede proprio nella negazione del liberalismo. Quando Berlusconi, circondato dalla sua claque, si è messo a discettare sulle prerogative dello Stato nella sfera privata dei cittadini, dalla folla saliva un brusio annoiato. Apoteosi, invece, per il “Dio, patria e famiglia” della Meloni. Dovendo ricostituire la coalizione con “Giorgia e Silvio” su cui punta per vincere le prossime elezioni regionali, e farsi perdonare il giro di danza con i Cinquestelle, il Salvini di piazza San Giovanni appariva molto ammorbidito: «La mamma mi ha raccomandato di sorridere». Perfino al sottoscritto, bersagliato dai soliti cori per la verità in tono minore, ha augurato lunga vita, sostenendo che a dividerci non sarebbe altro che il tifo calcistico. Quasi niente parolacce. Nessuna esibizione di simboli cristiani davanti alla Basilica lateranense. La sua premura di padrone di casa era evidentemente quella di evitare incidenti diplomatici con i due leader ospiti cui aveva sbattuto in faccia la supremazia assoluta della Lega. Li ha introdotti, ha raccomandato alla piazza di applaudirli, li ha richiamati sul palco per il saluto finale: «Non si vince mai da soli», è una frase che solo qualche mese fa non apparteneva certo al suo repertorio. Salvini sa bene di aver bisogno di “Giorgia e Silvio”, e quindi lascia ai suoi ideologi di riferimento -Maria Giovanna Maglie e Alberto Bagnai- la soddisfazione delle pulsioni più estremiste. Riservandosi solo, in materia di migranti, un’accusa tanto greve quanto generica: «Al governo abbiamo gente con le mani sporche di sangue». Nel tramonto di questa ottobrata romana, mentre i treni e gli autobus riprendono la via del Nord, il capo leghista ruzzolato giù dal governo può tirare un sospiro di sollievo. Si riconferma a capo di una destra popolare vasta, galvanizzata dalle divisioni interne della compagine governativa, convinta di poterla travolgere nel giro di pochi mesi. Per questo Salvini ha goduto di indulgenza generalizzata da parte del suo popolo, nonostante l’evidenza degli errori da lui commessi. Dal palco non poteva infine che lanciare un «invito alla pazienza», perché «la calma è la virtù dei forti», corredato dalla promessa di vincere tutte le prossime nove scadenze elettorali. Se questa macchina da guerra s’inceppasse, lui ne pagherebbe le conseguenze. Ma la destra riunitasi ieri a San Giovanni, illiberale per vocazione fin dal 1994, quando Berlusconi si portò dietro post-fascisti e leghisti pur di conquistare la maggioranza, anche senza di lui resterebbe una forza egemone di questo paese.
Venerdì, pernottamento a Pordenone. Nella stanza d’albergo, sulla parete libera, una scritta in grandi caratteri: “Qual è la vera vittoria, quella che fa battere le mani o quella che fa battere i cuori?”. Firmato Pier Paolo Pasolini. Domanda retorica con risposta implicita, avrebbe commentato il mio professore di ginnasio. Non essendo Marzullo, specialista in punti interrogativi, ogni tanto me ne permetto qualcuno. Risposta implicita neanche tanto. Senza aprire un dibattito accennerei a un bibattito, battito sincrono di mani e cuori. Ognuno può pensarla come vuole, fatto sta che le parole hanno un senso, un peso. Se qualcuno decide di chiamare Sorgente di pace un tiro al bersaglio, qualcosa non funziona. Erdogan, lo sanno tutti, è una creatura di estrema sensibilità. Chissà cosa gli ha detto Giuseppe Conte in un’ora di telefonata, così ho letto, per metterlo di cattivo umore. Da buon italiano, provo a rimediare. Erdogan non ama che l’offensiva turca sia definita un’invasione? Chiamiamola scampagnata fuori porta, o picnic oltre frontiera con danni collaterali, o piccola esercitazione antiterrorismo, che sarà mai. Già gli si rizza il pelo se sente la parola genocidio riferita al popolo armeno. Figurarsi adesso che i filoterroristi di mezzo mondo considerano un’invasione e un massacro la sua Sorgente di pace. Sarà difficile farlo capire ai curdi, che come ultima risorsa antiaerea bruciano i copertoni sperando che il fumo dirotti qualche bomba. Ma ormai le bombe sono intelligenti e vanno dov’ è previsto che vadano, sulle case, sugli ospedali, sugli sfollati. Ma sempre con bon ton: prima le donne e i bambini. V orrei passare a un pubblico ringraziamento. Al presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis, che dopo una conferenza stampa ha commentato: «In questi giorni ho letto di tutto e di più, ma anche su giornali importanti. Fortunatamente i giornali non li legge più nessuno». Fonte: Corriere dello sport. Doppio ringraziamento: il primo perché ha ammesso l’esistenza di giornali importanti, ma ignoro in base a quale ragionamento, il secondo per l’appoggio dato alla carta stampata in un periodo non dei migliori. Potrei aggiungere un terzo grazie per l’evidente contraddizione tra le due frasi, ma lasciamo stare. Più interessante il passaggio in cui parla del futuro di Callejon e Mertens, che sarebbero tentati dalle offerte provenienti dalla Cina. «Se uno vuole andare a fare le marchette in Cina perché strapagato ed è disposto a passare due-tre anni di merda, questo è un problema suo». Ecco uno che parla chiaro, ma con idee non chiare sulla Cina. Due-tre anni di merda, in Cina, o anche tutta una vita di merda la fa un bracciante, un muratore, un contadino, non un calciatore di 32 anni che arriva dall’Europa e anche per questo è strapagato. Detto questo, liberissimo di chiamarle marchette. Dipende dai punti di vista. T elefonata che mette tristezza. Da Pontremoli, “Ugo è morto”. Ugo Colombo, ciclista gregario, ma di quelli capaci di finire un Giro al terzo e al quinto posto, e un Tour al decimo, sempre sgobbando per il capitano, Bitossi. Legnanese, tra gli scopritori del talento di Saronni, si era staccato dal ciclismo. Troppe cose non gli piacevano più, si stava cambiando in peggio, il suo era un onesto ciclismo di fatica. Era andato a vivere a Pontremoli, faceva il panettiere e faceva un buon pane. Lo ricordo con grande affetto, tutto vestito di bianco e imbiancato dalla farina, gli occhi azzurri che ridevano perché si sarebbe parlato in libertà dei vecchi tempi. Era uno dei miei informatori in bicicletta. La tv trasmetteva solo il finale delle tappe, c’erano tanti chilometri da ricostruire. Chi tirava dopo una foratura, chi rompeva i cambi, chi aveva cominciato la fuga? All’arrivo andavo da Colombo, ma anche da Poggiali, Fezzardi, Armani, De Prà, Chiappano e ricostruivo quel che era successo lontano dai miei occhi, ma non dai loro. E sapevo di potermi fidare, non mi avrebbero raccontato fischi per fiaschi, e tanto meno lui, che era la pulizia fatta persona. Allora sì che ci sentivamo tutti sulla stessa barca. Come più in là Cassani, Colombo era un ciclista intelligente, quando non esistevano le ammiraglie collegate via radio. Leggeva e sentiva la corsa, era di quelli che i francesi chiamavano e chiamano capitains de route. Per quelli che non l’hanno conosciuto, dirò che l’hombre vertical nello sport non è solo il campione che riempie le prime pagine. Ugo Colombo, gli sia lieve la terra, era un hombre vertical, e così lo voglio ricordare. L’ angolo della poesia. “Separazione”, del curdo Sherko Bekas: “Se dai miei versi/ strappi le rose/ delle quattro stagioni della mia poesia/una morirà. / Se escludi l’amore/ due delle mie stagioni moriranno./ Se porti via il grano/tre delle mie stagioni moriranno./Se mi togli la libertà/tutte e quattro le mie stagioni moriranno/ e io con loro”.
Appare presso l’editore Einaudi, nella splendida collana dei Millenni, un’opera intitolata L’Asia, in due volumi di complessive milleseicento pagine (circa), del padre gesuita Daniello Bartoli (Ferrara 1608-1685). Si tratta della prima edizione critica del testo, il che ovviamente ne aumenta il pregio; con la bellissima introduzione di Adriano Prosperi, il massimo conoscitore italiano della materia; e la sapienti cure filologiche di Umberto Grassi e Elisa Frei. Un avvenimento, insomma. Immagino di dover dare in esordio qualche supplemento informativo sull’intera materia. Nella parte finale del XVI secolo, e poi durante tutto il XVII, la Chiesa di Roma, rafforzata dalla conclusioni del Concilio di Trento, elaborò e mise in pratica un programma di evangelizzazione universale: tale, cioè, da valicare senza più limiti e confini lo spazio europeo e spingersi fino alle regioni più lontane del mondo allora conosciuto. Il “mondo allora conosciuto”? Se si confrontano le date, non può non saltare facilmente all’occhio che espansione religiosa ed espansione politico-militare, ad opera delle due grandi potenze europee cattoliche del tempo, e cioè Spagna e Portogallo, tendono a coincidere. Di questa imponente predicazione, furono protagonisti alcuni dei più importanti ordini religiosi della Chiesa di Roma: per esempio, i domenicani e i francescani. Ma la vera novità, che improntò di sé l’intero processo, fu rappresentata da un nuovo ordine, nato non casualmente nell’ambito dei fervori innovativi e propositivi della stessa Controriforma: e cioè la Compagnia di Gesù, fondata all’incirca a metà del XVI secolo dallo spagnolo Ignazio de Loyola, che le impresse fin dall’inizio e pressoché contemporaneamente, – impresa di per sé, oserei dire, quasi miracolosa – uno straordinario spirito ascetico e una straordinaria capacità di mobilitazione e di intervento. Daniello Bartoli è un padre gesuita che, senza aver preso parte a nessuna missione, ma invitato a farlo dal suo Generale, descrisse in maniera pressoché monumentale l’opera di diffusione della fede cattolica in sterminate regioni del mondo allora appena conosciuto e approcciato. L’Asia, in otto libri, fa dunque parte di un corpus ben più gigantesco, che prese il nome, destinato a diventare leggendario, di Istoria della Compagnia di Gesù: Il Giappone in cinque libri, La Cina, in quattro, L’Inghilterra, in sei, L’Italia, in quattro. La composizione dell’immensa opera durò all’incirca vent’anni, fra il 1653 e il 1673 (e c’è da chiedersi come l’autore riuscisse a studiare, elaborare e stendere una materia così vasta in così poco tempo). L’Istoria della Compagnia di Gesù è stata una delle opere più discusse e contestate della letteratura italiana. Quando io nei primi anni ’70 l’affrontai per farne un capitolo del volume Il Seicento, parte a sua volta di una letteratura italiana collettiva, “Storia e testi”, pubblicata dell’editore Laterza, rischiai il mio buon nome e, peggio, la mia carriera accademica: mi ero limitato a notare quel che oggi appare evidente, e cioè che il gesuita Bartoli, pur facendo apologia del suo Ordine, aveva scoperto e messo in luce efficacemente aspetti del mondo che fino a quel momento non si erano manifestati, o se si erano manifestati, non erano stati ancora colti. Pesava il giudizio stroncatorio del grande maestro De Sanctis: «Il Marino della prosa fu Daniello Bartoli, fabbro artificiosissimo e insuperabile di periodi e di frasi… è stato in ogni angolo quasi della terra, ha fatto migliaia di descrizioni e narrazioni; non si vede mai che la vista di tante cose nuove gli abbia rinfrescato le impressioni… retore e moralista astratto». L’Asia einaudiana rappresenta dunque in un certo senso, il punto d’arrivo di un lungo processo. Naturalmente, non si tratta oggi di fare apologia di quello che fino a qualche generazione fa era considerato con ostilità insormontabile: ma si tratta di capire, perché ormai è possibile, che il gesuitismo, al di là di certe sue prese di posizione ferocemente antiprogressiste (nel contesto del Risorgimento italiano, ad esempio, il giudizio di Francesco De Sanctis prenderebbe maggior corpo e più si giustificherebbe), ha contribuito, anch’esso, almeno in Italia, alla costruzione di un’identità nazionale dei problemi (identità nazionale, che, come si sa, in Italia è sempre controversa, problematica e spesso autolesionistica: basta guardarsi intorno oggi). Questo si può ottenere allargando l’orizzonte dell’impresa gesuitica nel mondo al di là dei suoi pretesi confini originari, strettamente devozionali e apologetici.Per concludere (ma mai come in questo caso questa espressione di comodo fu inadeguata): si può dire che il gesuitismo rappresenti, nella storia del cattolicesimo moderno, la sua componente più universalistica? Meno costretta dentro vincoli e lacci originari, di natura sia politica sia ideologica? Non avrei dubbi a rispondere di sì. Sarebbe un’impresa fin troppo facile e approssimativa, corroborare questa risposta, guardandoci intorno oggi e traendo argomenti dalle scelte e dall’opera di chi sotto gli occhi di tutti innegabilmente si muove in questa direzione. Certo, non si potrebbe far risalire tutto il merito di questo universalismo alla modesta (in sé) personalità di Daniello Bartoli. Sarebbe difficile tuttavia non riconoscergli il merito di avergli dato, nella Istoria, la forma più compiuta che si conosca. Si può ripartire da questo, per rifare tutta la strada all’indietro, fino alle origini del processo. P.S. Non si potrebbe anche osservare che, al posto di questo processo devozionale e religioso sarebbe stato di gran lunga più auspicabile per l’unificazione del mondo, un processo analogo, ma di natura assolutamente laica e fondato sul cosiddetto “libero pensiero”? Si potrebbe, certo, ma ci vorrebbe troppo tempo e spazio per dirlo.
Oggi la Buchmesse chiude i battenti. Piano piano verrà sbaraccato anche il padiglione della Norvegia, il paese ospite d’onore di questa edizione. Un open space algido, decorato con grandi immagini di boschi in bianco e nero. Tutto candido come se nevicasse. Dentro questa bolla trasparente si aggira un uomo che ha l’aria di un boscaiolo. Indossa un panama e un giaccone impermeabile verde, ha folti baffi candidi e un’aria sorniona. Lo scrittore Gert Nygardshaug è in Norvegia un bestsellerista abbonato alle top ten, una specie di Camilleri del Nord. L’uomo dal cognome impronunciabile non è uno scrittore delle nuove leve (è nato nel 1946) ma ha dalla sua che in tempi insospettabili – quando temi come il cambiamento climatico e la deforestazione non erano al centro dell’attenzione letteraria – ha scritto romanzi a sfondo ambientalista. Il più noto s’intitola Mengele Zoo, un thriller uscito nel 1989 che sta vivendo una nuova stagione d’oro dopo che una casa produttrice di Hollywood ne ha acquisiti i diritti per farne una serie di dieci puntate (sarà in libreria per le dizioni Sem a maggio). Anche se a renderlo popolare tra il grande pubblico sono stati i polizieschi con protagonista il detective Fredric Drum, un esperto crittografo in grado di decifrare la scrittura maya e altri alfabeti primitivi, appassionato delle cultura amazzonica e della natura incontaminata (in italiano potete procurarvi L’amuleto e Fredric Drum e il mistero del re di pietra, entrambi editi da Sem). Nygardshaug ha iniziato le sue lotte ecologiste tanto tempo fa, oggi è dalla parte di Greta e delle nuove generazioni. Da dove nasce il suo impegno ambientalista? «Da lontano, dagli anni all’università. Mi sono iscritto alla facoltà di filosofia nel 1968, partecipavo alle battaglie ideali di quegli anni. Facevo parte del movimento studentesco, ma il mio amore per la natura ha radici antiche. Mio padre era un contadino, vivevamo in una piccola fattoria nel sud della Norvegia. Sono rimasto lì fino a quando ho compiuto diciotto anni. Il mio contatto con la natura è istintivo, ce l’ho scritto nel sangue». La laurea in filosofia non ha contribuito? «In realtà sono una persona che ha bisogno di sperimentare cose pratiche, fare qualcosa di attivo. Dopo la laurea per un periodo ho insegnato all’università ma non faceva per me. Ho iniziato allora a lavorare per una comunità di recupero di tossicodipendenti, poi ho mollato e mi sono messo a fare il falegname. Ma sono i viaggi ad avermi insegnato di più, soprattutto quelli nella foresta amazzonica». Quando ci è andato per la prima volta? «Trent’anni fa e ho potuto sperimentare di persona il male della deforestazione. Ho vissuto per tre mesi insieme agli indios, ho sofferto insieme a loro. Da quel primo contatto è nato il mio romanzo Mengele Zoo. Molti miei libri sono ambientati nel futuro ma parlano di minacce attuali. Guardi quello che sta facendo il presidente del Brasile Bolsonaro. Il suo attacco alle foreste è folle. E noi che facciamo? Niente, stiamo zitti. Il salmone che mangiamo è alimentato con la soia brasiliana quindi ci conviene non intervenire». Perché scelse di andare a vivere nella foresta brasiliana? «Era stato ucciso Chico Mendes, ambientalista che lottava contro il disboscamento della sua terra. Fui mandato come reporter a intervistare la vedova di Chico, ma non ci riuscii, non era più lì. Visto però che avevo un biglietto aereo aperto, decisi di rimanere. Mi fermai per tre mesi, vivendo nei villaggi indios dell’Amazzonia, in una zona compresa tra la Colombia, il Perù e il Brasile». Ci è poi tornato spesso? «Tante volte. Quattro anni fa mi hanno perfino proposto di fare la guida turistica. Sono andato prima in esplorazione e ho visto che ormai era tutto distrutto. Mi sono depresso. Ricordo che mi sono messo a piangere». Come passa oggi le sue giornate, a parte scrivere? «Ho una capanna nel Nord della Norvegia, isolata da tutto. Guardi. (Prende il telefonino e mostra le foto di una casetta di legno immersa nel verde). In una c’è il figlio che ha in mano un pesce appena pescato. La casa è vicino a un lago. Aveva pescato una trota salmonata». Questo è il lato pacificante della natura. Nel suo thriller però affronta il tema dell’eco-terrorismo. Come evitare che l’amore per la natura si radicalizzi? «Il protagonista di Mengele Zoo rimane orfano all’età di dieci anni, il padre e la madre sono stati uccisi dai colossi alimentari che sono lì per sfruttare la foresta». Quel bambino poi diventerà un terrorista. «Il compito di uno scrittore non è giudicare. Ho cercato di entrare nella sua testa, guardare il mondo con i suoi occhi. A volte sono le ingiustizie a creare i terroristi».
Il cambio di partner di governo, da Lega a Pd, obbliga il M5S a decidere cosa vuole essere: se rimanere un movimento di protesta anti-establishment o diventare un partito realmente “di governo”, posizionato al centro del sistema politico. Anche se ha già avuto responsabilità governative per un anno e più , in realtà il M5S in tutto questo tempo continuava a considerarsi estraneo rispetto al sistema. Proprio grazie all’alleanza con la Lega, l’altro partito borderline, situato lungo il crinale dell’accettazione con riserva delle regole del gioco e propenso in realtà a forzarle ad ogni occasione, in attesa della spallata finale, i 5 Stelle potevano ancora sentirsi una componente non riconducibile alle logiche del sistema. La furia iconoclasta dei pentastellati, sintetizzata dalla famosa immagine della scatoletta di tonno da aprire, è stata sostenuta, incoraggiata dal rapporto con Salvini & co. Lega e M5S si nutrivano reciprocamente delle rispettive idiosincrasie verso tutto quanto proveniva dal passato: stili politici, scelte programmatiche, alleanze internazionali, prassi istituzionali. I 5 Stelle non avevano bisogno di elaborare il loro clamoroso cambio di ruolo, da opposizione descamisada a inquilini dei palazzi del potere, perché lo vivevano come una rivoluzione permanente, per cui tutto doveva cambiare intorno a loro. In effetti gli applausi al funerale dei morti del Ponte Morandi dette loro la sensazione di essere gli interpreti legittimi di una nuova fase politica, che spazzava via tutto il passato. E al loro fianco il successo di Salvini su una linea ancora più radicale rafforzava l’idea che giovava (continuare ad) essere contro. Poi, il Papeete, i pieni poteri, i rubli di Mosca, e l’umiliante sorpasso della Lega in termini di consenso hanno rotto lo schema, o meglio, l’incanto. I pentastellati si sono accorti che governare a dispetto del mondo portava frutti solo a chi alzava continuamente la posta. Mentre un atteggiamento del tutto diverso, come il voto a Ursula von der Leyen, riposizionando il partito nel mainstream europeo, aveva immediate ricadute positive. La sintonia giallo-verde si infrange proprio quando si incrociano le strade per Strasburgo e Milano Marittima. L’abbandono dell’alleato leghista non è senza rimpianti, perché l’accordo con il Pd, cioè l’espressione più compiuta della tradizione repubblicana e democratica, obbliga il M5S a qualificarsi anch’esso come un partito pienamente inserito “nel sistema”. Beppe Grillo ha favorito questo passaggio quando ha parlato della necessità di cambiare in quanto «non siamo più gli stessi di dieci anni fa». Ma, anche se nessuno può contestare il “garante” che, ricordiamolo, ha il potere statutario e tutta la legittimità di rimuovere “il capo politico”, cioè Di Maio, in realtà proprio quest’ultimo recalcitra ad accettare la nuova maggioranza, e di conseguenza la nuova fase pro-sistema del proprio partito. Di Maio ha rallentato e ostacolato quanto più possibile l’intesa con il Pd. Il suo cuore batte ancora per Salvini. Nelle sue recenti prese di posizione affiora un fondo di “lazzaronismo”: niente tasse, niente regole, niente Stato, in linea con la protesta anti-sistemica del Nord leghista. Se il M5S segue Di Maio su questa strada e continua ad autorappresentarsi come un movimento di protesta, allora il governo Conte non può durare a lungo perché rappresenta la negazione di questa visione. Una crisi di governo innescata dal capo politico pentastellato è improbabile in quanto avrebbe conseguenze devastanti per il M5S; ma certamente è in atto un lavorio per indebolire il presidente del Consiglio e minare l’ipotesi di una alleanza strategica tra Pd e 5 Stelle in funzione anti-destra. I 5 Stelle sono ad un bivio: o tornare al ribellismo anti-establishment per ritrovarsi tra le braccia di Salvini o proseguire nell’accettazione delle logiche e delle prassi dei partiti pienamente pro-sistema.
Mai così tanti hanno combattuto così duramente per così poco. Lo scontro nella maggioranza sulla legge di Bilancio appare incomprensibile prima di tutto perché avviene a poche settimane dalla formazione del nuovo governo, a tutto vantaggio di Matteo Salvini e del centrodestra. Ma è ancora più assurdo perché le forze dell’esecutivo si stanno battendo per cambiamenti che non avranno praticamente nessun impatto sulla direzione di marcia dell’economia. Quest’insensato fuoco di fila conferma piuttosto l’andazzo che ha preso la politica italiana negli ultimi anni: in assenza di risorse a causa degli stringenti vincoli di bilancio, i partiti identificano piccoli gruppi d’interesse che cercano di tutelare o favorire pur di recuperare una manciata di voti. Da destra a sinistra, manca completamente una visione strategica di politica economica. L’Italia dovrebbe avere tre priorità: rilanciare la produttività e la crescita, ferme da un quarto di secolo; ridurre il debito pubblico, per tagliare la spesa per interessi ed eliminare il rischio di crisi finanziarie; ribilanciare le diseguaglianze generazionali che hanno portato all’emigrazione di massa di questi anni. La legge di Bilancio ha il grande merito di aver contribuito alla discesa dei tassi d’interesse sui titoli di Stato, che mette in sicurezza per ora i conti pubblici. Ma fa molto poco su tutti e tre questi obiettivi, poiché la produttività rimarrà al palo, il debito resterà stabile, e altri miliardi verranno sprecati in prepensionamenti attraverso Quota 100. Va detto che era difficile immaginare di meglio da un governo che si è insediato da così poco. Ed è incoraggiante che il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri stia immaginando dei “cantieri” per la revisione di aspetti strategici di politica economica come pensioni e fisco. Ma il triste spettacolo offerto da Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Italia Viva e Liberi e Uguali in questi giorni non fa presagire nulla di buono. Con l’eccezione della giusta battaglia portata avanti da Matteo Renzi per l’abolizione di Quota 100, i partiti stanno perdendo tempo su argomenti marginali, come la soglia per l’uso del contante, le multe ai commercianti che non accettano pagamenti elettronici, e i criteri di accesso per le partite Iva al regime forfettario. Sono temi su cui è legittimo avere posizioni diverse, ma restano topolini rispetto agli elefanti della produttività, del debito e della questione generazionale. In questo, il governo giallo-rosso non si distingue da molti dei suoi predecessori. Lega e 5 Stelle avevano promesso un vasto programma fatto di corposi tagli di tasse, robusti piani d’investimento, e deficit pubblico alle stelle, ma dopo essersi scontrati con la realtà dei mercati finanziari hanno finito per distribuire qualche vantaggio a un po’ di pensionandi, lavoratori autonomi e aspiranti navigator. Matteo Renzi aveva avviato un programma di revisione della spesa con l’idea di tagliare il cuneo fiscale in modo strutturale: alla fine, gli unici veri risparmi che è riuscito a trovare sono stati quelli sulla spesa per interessi, grazie agli acquisti di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea. In assenza di una visione strategica, l’Italia è condannata a restare una zattera in balia di forze esterne – talvolta sospinta da una politica monetaria favorevole, talaltra bloccata dai venti delle guerre commerciali. Tra un inutile litigio e l’altro, non saremo mai un Paese capace di riprendere in mano il proprio destino.
Mi è venuto il desiderio di fare un elenco di nomi che in parte diano una visione italiana ma con lo sguardo rivolto a tutto il mondo, culturalmente e moralmente agitato. Sottoporrò ora gran parte di questi nomi ai nostri lettori e poi tirerò, come posso, le conclusioni che derivano da questa visione. Dico subito che il mondo è sempre stato caotico e non soltanto nella fase moderna, ma da quando gli umani esistono. Un tempo l’agitazione era limitata perché gli umani erano isolati, ciascuno pensava a se stesso e semmai alla donna che era con lui o ai figli o ai singoli amici. Col passare dei secoli e dei millenni gli umani diventarono popoli. La storia del mondo comincia molti millenni dopo la comparsa sulla Terra del genere umano. Ma a noi interessa il presente o il passato prossimo e addirittura un eventuale futuro. Cosa siamo stati nell’ultimo millennio? Cosa siamo oggi e cosa saremo domani? Faccio questa premessa perché è molto utile un’analisi del passato che incide sul nostro futuro sempre di più man mano che analizziamo il presente, suggerisce un comportamento che utilizza l’esperienza per vivere un presente accettabile e un futuro auspicabile. Le personalità che guidano il nostro presente italiano sono le seguenti: Matteo Salvini leader del partito oggi più forte. Cominciò ai tempi della Lega Nord ma oggi riscuote a dir poco il 34 per cento perché dalle terre del Lombardo-Veneto si è esteso all’Italia intera.
Di fatto rappresenta la destra italiana dalle Alpi alla Sicilia ed ha anche un gruppo di alleati che portano la cifra totale a superare il 40 per cento, sia pure con notevoli oscillazioni. Questi alleati sono Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, che in passato pesava di più. C’è anche un gruppo di fascisti del genere CasaPound, che tende ad appoggiare Salvini. C’è stata ieri una vasta manifestazione in piazza San Giovanni che Salvini ha riempito. Mi domando quali sono i rapporti attuali tra la Lega di Salvini e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Per un anno Conte fu una specie di burattino nelle mani di Salvini e di Di Maio. Ma poi Conte decise di non essere più un personaggio puramente figurativo ma un presidente del Consiglio che svolge realmente i compiti che gli sono stati affidati. Di qui una rottura totale tra Conte e Salvini e la nascita effettiva di un premier riconosciuto come tale anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nel panorama complessivo della politica italiana c’è a questo punto il Movimento-Partito dei Cinquestelle guidato da Luigi Di Maio, il quale ha anche ottenuto, d’accordo con Conte e col presidente della Repubblica, la carica di ministro degli Esteri. Pur avendo una carica così importante e prestigiosa, Luigi Di Maio continua ad essere ritenuto capo del suo partito. Partito molto strano visto che il padre o addirittura il nonno di quella formazione è stato Beppe Grillo. Un tempo, direi fino ad un anno fa, Di Maio considerava Grillo come il vero capo del partito, ora non più. Nel frattempo ha scontato alcune sonore sconfitte elettorali. Di Maio non era certo di destra, ma tanto meno di sinistra, era alleato di Salvini e come tale prezioso per il centrodestra italiano. Nelle sue fila era nato politicamente il giurista e avvocato Giuseppe Conte che Salvini e Di Maio avevano scelto come presidente del Consiglio puramente rappresentativo dell’alleanza tra i due partiti. Durò circa un anno questa struttura governativa fino al colpo a sorpresa. Giuseppe Conte prese sul serio la sua carica di presidente del Consiglio e cominciò ad esercitarla con il consenso del presidente della Repubblica. Conte si rivelò un presidente del Consiglio di centrosinistra, direi quasi più di sinistra che di centro. Rifece il governo trattando naturalmente anche col partito da cui proveniva (i Cinquestelle) e con il Partito democratico guidato da Nicola Zingaretti. La situazione attuale è questa ma c’è un retroscena: Di Maio avrebbe voluto prendere il posto di ministro dell’Interno che fino a quel momento era stato di Salvini, ma nella trattativa gli uomini del Pd esclusero che Di Maio potesse occupare questa carica e gli offrirono, e lui fu costretto ad accettare, il ministero degli Esteri. In un’Europa confederata il ministero degli Esteri ha un suo peso ma scarso per un’Italia che in Europa conta assai poco. La risposta a questa relativa autorevolezza della carica ministeriale ha spinto Di Maio a restare e anzi ad accrescere la sua funzione di capo del partito Cinquestelle. Spesso il ministro degli Esteri Di Maio è in una situazione polemica nei confronti del governo nel quale ha una carica importante ma solo sulla carta, nella pratica dei fatti Luigi Di Maio è molto polemico verso un’alleanza con la sinistra democratica. Di fatto è diventato polemico anche nei confronti di Conte al punto da prendersi i rimproveri del “nonno” Beppe Grillo. Di Maio è diventato un mistero politico: contro Salvini, contro il Pd e praticamente contro Giuseppe Conte. Luigi Di Maio è a questo punto un enigma per se stesso e soprattutto per gli altri. Salvini lo riprenderebbe e gli aveva addirittura offerto la carica di presidente del Consiglio. Naturalmente ha avuto un secco rifiuto, ma nel panorama politico italiano abbiamo un ministro degli Esteri che non esercita questa funzione e un capo d’un partito che ormai non è molto al di sopra del 15 per cento: tuttavia l’alleanza con la sinistra gli dà un peso. I suoi accordi con Zingaretti sono più o meno teorici, i rimproveri del vecchio Grillo restano inevasi. Di Maio è un punto interrogativo: non conta nulla. La sinistra è invece oggi fatta da un partito che ha un discreto peso, intorno al 22 per cento e una galassia di varie forze. Movimenti di appoggio locale coinvolgono nella sinistra democratica alcuni sindaci, alcuni governatori di Regioni, alcune correnti di pensiero che hanno tuttavia i loro capi e capetti ma non stanno dentro il partito: lo fiancheggiano in certi casi, lo ostacolano in altri e disegnano una carta geo-politica molto vaga e tuttavia in quale modo determinante su quello che accadrà. Un nome è quello di Calenda, un altro è quello di Bersani, un altro ancora è quello del sindaco di Napoli, di Palermo, di Firenze, di Milano, di Bari, e così via. «Dall’Alpi alle Piramidi» e ancora: «Dal Manzanarre al Reno». Così avrebbe scritto per oggi Alessandro Manzoni nella sua rievocazione napoleonica de Il cinque maggio. *** Infine c’è Renzi e questa è la novità delle novità. In una situazione così confusa Renzi ha visto che si era aperto uno spazio anche per lui. Era stato il segretario del Pd, aveva raggiunto e superato il 40 per cento e aveva programmato una riforma costituzionale e una legge elettorale che trasformavano il Senato in Camera delle Regioni e centralizzavano tutti i poteri nelle mani di chi dominava il potere esecutivo. Si era perfino alleato con Berlusconi per ottenere questo risultato. Poi ci fu il referendum contro quella riforma che fu perso da Renzi e vinto da una sinistra referendaria. Renzi da allora era praticamente scomparso anche se aveva un gruppo notevole di deputati e di senatori che parteggiavano per lui. Sembrava tuttavia che lui si fosse ritirato: casalingo, guai giudiziari per i suoi parenti e assenza politica. È durata più d’un anno ma adesso di colpo è finita: Renzi è tornato sul campo di battaglia, ha creato un partito con il nome di Italia Viva e cerca ora di trovare uno spazio dove lui sia il numero uno. Renzi non può essere il numero due di un partito gigantesco: può essere il padrone d’un territorio, di una città, di un’intera nazione, purché sia sempre e comunque il numero uno. Il partito che lui ha creato viene valutato dai sondaggisti intorno al 4 per cento, cioè molto poco, ma Renzi è sicuro che tra poco arriverà all’8 per cento e forse al 10. Quale politica ha in mente? Ancora non è noto neanche a lui che ne discute in questi giorni alla famosa riunione della Leopolda che tra ieri e oggi arriverà a delle conclusioni interessanti. Renzi non è di sinistra e tantomeno di destra, ma è l’uomo della vittoria. Quale sia questa vittoria credo che non lo sappia neppure lui ancora: andrà nella direzione nella quale vincerà e questo è tutto. Ci sono altri nomi che dovrei fare nella politica italiana del futuro. Per esempio il nome di Romano Prodi e quello anche di Walter Veltroni. Il nome di Marco Minniti, e quello di Paolo Gentiloni. L’Italia è questa: un Paese molto agitato. *** È agitata l’Italia ma è agitatissima l’Europa, a cominciare dalla Germania, dalla Spagna, dal Regno Unito, dalla Polonia. Ma non è soltanto l’Europa: è il mondo intero a cominciare dagli Stati Uniti d’America, dalla Turchia, dalla Siria, dall’Iran, dall’Amazzonia, dal Cile, dalla Corea. In Italia c’è un solo punto di fermezza serena ed è il Quirinale che fino al 2022 sarà occupato da Sergio Mattarella. Se cerchiamo una figura di unità mondiale la troviamo soltanto nella religiosità del Dio Unico delle religioni monoteiste predicato da papa Francesco e prima di lui anche da Paolo VI nel corso del Concilio Vaticano II. Anche la Chiesa fu nei millenni un campo di battaglia perfino materiale, ma in questi ultimi anni è stata l’unica che non soltanto predicasse ma attuasse l’unità religiosa. Io sono non credente ma quello di cui sono certo è che la religione cristiana è ormai approdata al Dio Unico. Non era mai accaduto. Purtroppo in un mondo sconvolto la religiosità unica è un tesoro prezioso.