Sul prato è atterrata anche l’eliambulanza, ma è stato tutto inutile. Antonio, un operaio di 57 anni che lavorava alla ripulitura di un oleodotto nella campagna intorno San Miniato (Pisa), è morto incastrato nel macchinario che tritura il legno. Era venerdì mattina e l’ultima vittima del lavoro è distante più di un giorno solo perché ieri, sabato, la stragrande maggioranza delle fabbriche e dei cantieri era chiusa. Resta il fatto che dall’inizio dell’anno muoiono una media di tre lavoratori al giorno, sul posto e durante i trasferimenti da o verso casa. Per l’esattezza, tra gennaio e agosto le denunce all’Inail di incidenti sono state 416mila (353.316 sul posto di lavoro, 63.578 “in itinere”), di cui 685 «con esito mortale» (493 e 192) come recita freddamente il database dell’istituto per l’assicurazione contro gli infortuni. E secondo conteggi non ancora ufficiali, ad oggi i caduti sul lavoro hanno superato quota 700. Un apparente miglioramento rispetto all’anno precedente, ma a sfasare qualsiasi confronto il terribile agosto 2018, con parte dei 32 morti del Ponte Morandi e con le vittime degli incidenti stradali dei lavoratori immigrati in Puglia. E non è il caso di “pesare” statisticamente la morte, perché ogni vita strappata è una tragedia incommensurabile. In termini assoluti ci si infortuna (e si muore) di più nelle fabbriche (328.546) che in agricoltura (21.627) o per conto dello Stato (66.721); più al Nord (255.128) che al Sud e nelle isole (81.212) o al Centro (80.544); più in là con l’età, visto che il “record” spetta alla fascia 50-54 anni (52.586); a fronte di 346.961 vittime di infortuni (sempre decessi compresi) di lavoratori italiani, gli stranieri sono 69.932. «Una vera strage», dice il leader della Cgil Maurizio Landini ricordando i 17mila decessi degli ultimi dieci anni. «Non può accadere nel terzo millennio», protestano i segretari Cisl, Annamaria Furlan e Uil, Carmelo Barbagallo. Oggi l’Anmil, l’Associazione dei mutilati e invalidi del lavoro, celebra a Palermo la sua sessantanovesima giornata nazionale («Non possiamo più accettare di essere i tristi notai di questa strage», dice il presidente dell’Anmil, Zoello Forni). Ma fino ad adesso, insieme ai governi si sono succedute solo le parole e le promesse disattese, con norme e sanzioni impercettibili; investimenti microscopici nella formazione e nella prevenzione; con gli organici ispettivi assolutamente inadeguati; con il fallimento dell’integrazione tra Inail, Asl e Ispettorato del Lavoro (non esiste, per dire, un’unica banca dati e, mentre alcune aziende vengono controllate più volte nello stesso mese dagli ispettori delle diverse istituzioni, altrettante non hanno mai ricevuto una visita). «Va riconosciuto che i nuovi ministri del Lavoro e della Salute hanno convocato immediatamente un tavolo e avviato una trattativa con le parti sociali sulla sicurezza del lavoro», dice ancora Landini. Troppi anni di disillusioni insegnano però a non coltivare grandi speranze, come sembra confermare anche l’assenza del tema tra i disegni di legge collegati alla Legge di Bilancio. Le linee base del piano governativo sulla carta sarebbero tracciate: una sorta di patente a punti che incentivi le imprese virtuose e penalizzi le altre; il rafforzamento e l’integrazione degli organici ispettivi; gli investimenti nella formazione. Ieri a Seravezza, vicino Lucca, è stato inaugurato un monumento ai Caduti sul lavoro. Si eviti di farlo diventare l’ennesimo, inascoltato grido di marmo.

Vigilia di manovra ad alta tensione. Il governo arriva all’appuntamento con la legge di bilancio da 29 miliardi – oggi previsto un vertice, domani il consiglio dei ministri – a mani quasi vuote. Se l’obiettivo era sterilizzare il carico da 23 miliardi di maggiore Iva e accise sui carburanti pronto a riversarsi sugli italiani dall’1 gennaio 2020, quell’obiettivo viene centrato. Facendo ancora deficit – e confidando nel permesso dell’Europa di farlo – e sperando di recuperare ben 7 miliardi dall’evasione, vedremo come. Per il resto, buio fitto. Anzi, sui tre principali capitoli – famiglia, lavoro e pensioni – avanzano i distinguo all’interno della maggioranza e nello stesso Pd, spaccato. Famiglia L’assegno unico per ogni figlio è stato ufficialmente rimandato a data da destinarsi dal viceministro Pd all’Economia Antonio Misiani, in attesa di un riordino nel triennio degli incentivi esistenti. Ma una parte del Pd vuole agire subito, già nel 2020, approvando entro fine anno la legge delega (il ddl Lepri) e predisponendo un fondo ad hoc in manovra. «Se non lo fa il governo ci penserà il Parlamento», incalza il capogruppo del Pd alla Camera Graziano Delrio. Ieri anche il capo del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio è uscito dal cono di silenzio su questa materia: «In manovra bisogna inserire anche l’assegno unico». Facendo capire che se domani la legge di bilancio ne sarà priva, M5S è pronto a rilanciare con gli emendamenti durante l’iter parlamentare della finanziaria. Anche l’idea – contenuta sempre nel ddl Lepri – di partire a metà 2020 con la “dote servizi” sarebbe stata respinta dal ministero dell’Economia. La proposta di una “carta bimbi” – rielaborata dal senatore Pd Tommaso Nannicini – prevede di erogare 400 euro al mese alle famiglie con figli fino a 3 anni di età per asili nido, baby sitter o altre spese. Con un limite di reddito misurato dall’Isee non troppo basso, così da lasciare fuori solo il 10-15% delle famiglie più ricche. Una misura da coprire con i 2 miliardi esistenti, ora dispersi tra bonus vari. Lavoro I sindacati attendono di essere riconvocati dal governo quest’oggi. Giovedì il tavolo è stato sospeso perché i 2,6 miliardi destinati al taglio del cuneo fiscale – ovvero del costo del lavoro – vengono considerati da Cgil, Cisl e Uil troppo risicati. Si attende poi una risposta alla proposta di defiscalizzare al 10% l’aumento salariale disposto dai contratti nazionali che dovranno essere rinnovati nel 2020 per 12 milioni di lavoratori. Al momento però il governo è orientato al “bonus vacanza”. Erogare cioè a quanti oggi prendono gli 80 euro – circa 10 milioni di lavoratori dipendenti con reddito annuo tra 8 mila e 26 mila euro lordi – l’una tantum a luglio da 240 euro nel 2020 (20 euro al mese) e 500 euro nel 2021 (circa 40 euro al mese). Verrebbe cioè premiata la stessa platea del bonus Renzi, lasciando fuori autonomi, incapienti, ceto medio. Pensioni Al tavolo di giovedì i sindacati hanno chiesto al governo di battere un colpo anche nei confronti dei pensionati. L’ottimo sarebbe tornare al calcolo Prodi per una rivalutazione più generosa all’inflazione degli assegni sopra i 1.539 euro al mese. Impossibile viste le risorse risicate. Il taglio voluto da Lega e Cinque Stelle dura tre anni e vale 3,6 miliardi. Il governo (quota Pd) mette sul piatto al massimo 600 milioni che vorrebbe ricavare allungando le finestre (il tempo tra la domanda per la pensione anticipata e la sua erogazione) a chi vuole accedere a quota 100. Ma che si tradurrebbero in pochi euro per i pensionati. Ecco allora l’idea di ampliare di un milione la platea di quanti oggi ricevono la quattordicesima (3,5 milioni di pensionati). Tutto però è sospeso perché i tecnici Inps dicono che con le finestre si ricava molto meno dei 600 milioni nel 2020 e 1 miliardo nel 2021 ipotizzato. La ministra M5S del Lavoro Nunzia Catalfo poi non vuole che sia toccata quota 100. Anche qui tutto in alto mare.

«Sulla famiglia siamo passati da “vorrei, ma non posso” a “potrei, ma non voglio”. Questa manovra più che ostaggio della clausola del Papeete rischia di restare intrappolata nella clausola di don Abbondio». L’economista e senatore del Pd Tommaso Nannicini non nasconde la delusione per la prossima legge di bilancio. Perché don Abbondio? «La maggioranza dovrebbe mostrare più coraggio, indicare una visione. Si fa fatica a mettere a fuoco le priorità. Di quella gialloverde capivi che si batteva per i poveri e le pensioni facili, anche se con modalità sbagliate e investendoci una valanga di risorse. Ma questa?». Il Pd si spacca sulla famiglia. Non è incredibile? «Più dei litigi mi spaventano i tatticismi. La corsa a mettere bandierine. Dopo un lungo percorso iniziato con il disegno di legge di Stefano Lepri nella scorsa legislatura, la proposta di fare un assegno unico per figlio è diventata patrimonio comune non solo della politica, ma anche delle associazioni delle famiglie, all’inizio orientate sul quoziente familiare. Ora che è venuto il momento di passare dalle parole ai fatti, perché trasformarla da punto di forza a freno?». Chi è che rema contro? Renzi? «Non credo. Sull’Iva si è fatto sentire. Non mi sembra uno che le manda a dire. Sulla famiglia penso che siamo tutti d’accordo». Le risorse bastano? «Si può iniziare con quelle già individuate per famiglia e asili, recuperando pure i mille bonus, per creare già in questa manovra un fondo per l’assegno unico collegato alla legge delega che stiamo discutendo alla Camera. Nell’estate del 2020 possiamo partire con la “carta bimbi” e dare 400 euro al mese a figlio fino a tre anni. Nel frattempo facciamo i decreti delegati e dal primo gennaio 2021 via con l’assegno unico. Si può fare in due leggi di bilancio non nel medio periodo che sa molto di calende greche». Perché il ministero dell’Economia dice di no allora? «Il ministro Gualtieri sta lavorando alla grande, tra tanti vincoli finanziari e politici. Il freno non è lui, ma la difficoltà della maggioranza a fare sintesi. Quando avviene, l’inerzia prende il sopravvento. E allora scompaiono le riforme e tornano i piani, tra l’altro sottodimensionati: piano casa, piano asili… Così non va. Le riforme non nascono sotto i funghi, ma da un percorso lungo di dialogo sociale. In una notte inventi i bonus, non le riforme. Sulla famiglia il percorso l’abbiamo fatto insieme in questi anni. Scordarselo mi sembra poco coraggioso». Ora anche Di Maio chiede l’assegno unico in manovra. «Un’apertura molto positiva. A questo punto facciamolo. C’è una proposta chiara in Parlamento: lavoriamo per realizzarla. Facciamo partire prima possibile l’assegno unico per superare un sistema poco generoso e iniquo che divide le famiglie in serie A e B, visto che gli assegni familiari non vanno agli autonomi, come le detrazioni agli incapienti». E che fine fa l’annunciato Family Act di Elena Bonetti, la ministra renziana della Famiglia? «I nodi della famiglia sono tanti: congedi, conciliazione vita-lavoro, parità salariale uomo-donna, tema questo ripreso da una proposta di legge innovativa di Chiara Gribaudo. L’assegno unico è solo uno degli ingredienti per una terapia shock che rilanci natalità e occupazione femminile. Dico di più: se vogliamo davvero rimettere in moto il Paese, concentriamo le risorse previste per il taglio del cuneo sull’occupazione di donne e giovani, anziché disperderle su platee troppo ampie».

La partita per le nomine del settore pubblico — un risiko che da qui a metà 2020 riassegnerà all’incirca 500 poltrone — riparte, paradossalmente, da una delle poche aziende statali che non ha il cda in scadenza: le Fs. A suonare il fischio d’inizio è Matteo Renzi, partito all’attacco del vertice di Ferrovie per imporre da subito la golden share di Italia Viva sul tavolo dove si ridisegnerà la governance di decine di partecipate e Autorità di garanzia: da Eni a Enel, fino ad Agcom e Agenzia delle entrate. Il detonatore di questo primo round è l’interrogazione con cui i renziani intendono contestare all’ad Fs Gianfranco Battisti un taglio di 3,5 miliardi agli investimenti e un doppio risarcimento — pare per un totale di 1,6 milioni — incassato dal manager per un incidente avuto nel 2014 grazie a una polizza collettiva infortuni e malattie delle Generali stipulata a copertura di tutti i dirigenti del gruppo. La compagnia di Trieste è stata fino a un paio d’anni fa l’unico assicuratore delle Ferrovie con contratti, secondo indiscrezioni, vicini ai 70 milioni l’anno. Con l’arrivo di Renato Mazzoncini, ex numero uno di fede renziana, i criteri per le gare sulle polizze erano state però riviste e nel 2017 il risparmio fu del 25%. Perciò ora Italia Viva vuole sapere se è vero che Battisti ha licenziato i dirigenti che hanno ottenuto questi risultati per riportare tutto sotto il cappello di un’unica compagnia. Accuse tuttavia rispedite al mittente da Fs, secondo cui il nuovo bando europeo avrebbe paletti identici a quelli dell’ultima gara. Una manovra che, dicono rumors di palazzo, tradirebbe in realtà il vero obiettivo di Italia Viva: indebolire l’ad insediato dal governo gialloverde per tentare il contro-ribaltone al vertice della società. Nonostante sia trascorso più d’un anno dacché l’allora ministro dei Trasporti Toninelli fece decadere il cda nominato da Renzi (e confermato da Gentiloni), la defenestrazione di Mazzoncini è un boccone che il senatore di Firenze fatica ancora a digerire. Al punto da meditare vendetta. A dispetto dei rischi. Fs è infatti l’architrave su cui poggia il salvataggio Alitalia e i negoziati, seguiti in prima persona dall’ad, sono in dirittura d’arrivo. Se salta Battisti potrebbe saltare tutto. E Alitalia, senza più un euro in cassa, andrebbe verso il fallimento. Il Ceo di Ferrovie non sembra però essere l’unico bersaglio di Renzi. Nel mirino, per ragioni analoghe, sarebbe finita anche l’Agenzia delle Entrate: uno dei tre enti fiscali, insieme a Dogane e Demanio, i cui direttori vanno confermati o rinnovati dal Tesoro (così come spoil system impone) entro 90 giorni dalla fiducia al governo. L’intento sarebbe di riportare in sella Ernesto Maria Ruffini, il tecnico renziano pure lui a suo tempo cacciato dai legastellati. È un elenco sterminato quello dei cda scaduti, rimasti impantanati nella crisi del Conte Uno. Si va da Sogin, la società incaricata dello smantellamento dei siti nucleari, a Sace, il braccio armato di Cdp per il sostegno agli investimenti italiani all’estero, fino ai vari satelliti della medesima Cassa: Investimenti e Immobiliare. Senza dimenticare Inps e Inail. Ma se per quasi tutti l’attesa è ancora lunga — decisiva sarà l’assegnazione delle deleghe ai sottosegretari, da cui dipenderanno gli equilibri in vari board — la trattativa della maggioranza (rallentata dalla legge di bilancio) si sta ora concentrando su Invitalia, la controllata del Mef deputata ad attrarre investimenti stranieri. Il cda è scaduto a fine settembre e finora il M5S non ha mai nascosto di voler sostituire lo storico ad, Domenico Arcuri, in carica dal 2007. Il premier però non sente ragioni, intende mantenerlo al suo posto, tanto da aver ingaggiato un duro braccio di ferro con Luigi Di Maio e Stefano Patuanelli, il ministro dello Sviluppo da cui la conferma dipende. E sembra proprio che sia sul punto di riuscirci, grazie alla sponda del Pd. Più definita la partita per le tre Autorità in regime di prorogatio. Il Garante della Privacy, reclamato dai grillini, dovrebbe essere l’attuale segretario generale Giuseppe Busìa, altro uomo vicino a Conte. L’AgCom toccherebbe quindi al Pd, che vorrebbe indicare il deputato Antonello Giacomelli, sul quale tuttavia pesa l’ostilità dei grillini, contrari ad affidare l’incarico a un parlamentare. Mentre in pole per la successione di Raffaele Cantone all’Anac c’è il pm napoletano Roberto Tartaglia: 37 anni, già titolare dell’inchiesta stato-Mafia e ora consulente della Commissione Antimafia guidata da Nicola Morra. L’antipasto dell’infornata che verrà in primavera, quando — con la scadenza naturale dei vertici di Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna ed Enav — si faranno i giochi veri. E quasi tutti i manager, da Descalzi a Profumo, già tremano.

Il militante addetto ai caffè lascia il banco per salutarla. La sindaca Appendino concorda con lei sulle assenze «incomprensibili» dei big. Anziane signore le chiedono un selfie, Laura Castelli si gode sole e pizza, come da cartolina. Viceministro Castelli, avete un bilancio fatto di obiettivi portati a casa, cadute improvvise, nuova ripartenza. E il futuro? «Oggi ho capito che il nostro popolo aveva voglia di ritrovarci e di sentirci vicini. Me ne vado carica. Il futuro? Nessuno sa come ci trasformeremo. Però faccio un esempio: tutti ci ritroviamo sull’Ambiente, questo titolo oggi è giustissimo, e sono felice di aver dato una mano a Costa per il decreto Clima. Mi ricordo una bellissima iniziativa oltre 10 anni fa a Cesena, con Grillo, Fico, Davide Bono di Torino. Striscione indimenticabile: Più Fico che Bono». Sembravate in gita, siete incardinati nelle istituzioni E dopo? «Non sappiamo dove approderemo. Il Movimento si evolve in funzione degli obiettivi. Una volta Luigi (Di Maio, ndr) ha detto: se tu usi lo stesso schema con tutti, tutti conosceranno lo stesso schema e non puoi vincere». È l’Arte della guerra, cara a Casaleggio. Ma la guerra è anche interna. Oggi avete parlamentari ed ex ministre che disertano. «Io non li capisco quelli che attaccano Luigi. Né capisco quelli che hanno deciso di non venire. Sbagliano, non di poco. Rispetto la Lezzi, la Grillo, però penso che esista un’esigenza più importante, la fatica di formare un governo impossibile per continuare delle battaglie. Abbiamo fatto molti sacrifici per arrivare fin qui. E fino a qui significa: reddito cittadinanza, politiche anti spreco, tagli in Parlamento». Ma il vostro popolo ha rischiato il disorientamento totale. «Il nostro popolo ha dovuto digerire delle cose, è stata dura, ma lo abbiamo deciso insieme. Ora sa cosa pensano? Siamo i 5 Stelle in qualunque situazione, siamo noi a contaminare, lo mostra il taglio di deputati e senatori. Adesso il nostro popolo chiede: non mollare. Quasi non gliene frega più niente se stiamo con questi o quelli. Purché non si tradiscano i valori». Di Maio ha accumulato un grande potere per i troppi incarichi. «Ma una cosa gli va riconosciuta: su 10 anni, 5 sono suoi. Se li è caricati tutti sulle sue spalle, bene e male. Sfido a trovare uno che potesse fare certamente meglio». Dicono che venerdì lei e il ministro Gualtieri avete rischiato la lite fino a notte. Soprattutto sulla riforma pensioni che il Pd avrebbe promesso ai sindacati. «Nessuna lite. Su alcune cose col Pd abbiamo convergenze immediate: giustizia, ambiente. Purtroppo, nel mio specifico, emergono differenze. Per esempio, con le parti sociali. Noi prima non lo facevamo, ora abbiamo imparato ad ascoltarle, nella maniera corretta. Il Pd invece ha degli automatismi, su questo versante, che non sempre sono un buon viatico. Ma voglio essere ottimista».

Luigi Di Maio arriva alle tre del pomeriggio e si ferma, per due ore, a stringere mani, scattare selfie, rispondere a domande di ogni tipo. La fidanzata Virginia Saba prende per mano due attiviste per portarle da lui: «Tra un po’ devo prendere il numeretto», sospira. Ha una giacca azzurro polvere su un paio di jeans chiari, non smette per un attimo di sorridere. Il capo politico M5S occupa gli spazi da padrone di casa, è lui ad aprire la kermesse serale nell’arena da seimila posti dentro la mostra d’Oltremare. E’ lui, a presentare Giuseppe Conte ricordando di aver rinunciato – due volte – a diventare presidente del Consiglio, per lasciare il posto all’ “avvocato del popolo”. Chiama l’applauso, ma non ce n’è bisogno perché all’arrivo del premier sono tutti in piedi, scatta l’ovazione, «Uno di noi, Giuseppe uno di noi» è il coro scelto dai militanti. «Sembra Frank Sinatra, adesso canta My way», commenta un fotografo. Conte accenna un inchino, ha la mano sul cuore. Nella festa dei dieci anni del Movimento, il premier conquista e riscalda. “Ti vogliamo bene”, gli urla un’attivista. “Anch’io”, risponde lui. Il capo politico ha annunciato una fumosa riforma di tutti gli enti pubblici, citando quelli inutili. Conte sceglie invece di ribattere a Salvini: «Gli slogan li lascio a chi prometteva 200 miliardi per fare la flat tax. Lavoreremo per offrire a migliaia d giovani africani il lavoro senza dire “porti chiusi”». E ancora, rivolto a chi lo applaude: «Siete il trionfo della buona politica». Scatta il coro “o-nes-tà”, ma è solo un ricordo. E’ una festa che Luigi Di Maio ha giocato in difesa. Dando ragione al presidente della Camera Roberto Fico: «Sono d’accordo con lui, serve più condivisione e un’organizzazione nuova che sta per partire. Ci saranno 80-90 persone a gestire i 5 stelle». Poi, chiedendo a Beppe Grillo di dargli una mano a placare il dissenso. «In questa fase serve coraggio», gli ha detto il fondatore nel primo faccia a faccia dopo la riunione di Bibbona, quella in cui il Movimento ha preso un’altra strada. A pranzo con il ministro dell’Ambiente Sergio Costa e l’economista Gunter Pauli, ha lanciato idee per la lotta ai cambiamenti climatici. Ha spinto a osare, battere nuove strade. Ma ha anche incontrato Dalila Nesci, che ha annunciato di volersi candidare alla presidenza della Calabria per frenare il tentativo di un’altra intesa civica col Pd. «Che fai, ti candidi?», le ha chiesto scherzoso. Strappando una promessa: qualunque cosa verrà decisa, lei resterà. «Non vado da nessuna parte, questa è casa mia», spiega la deputata ai cronisti. Resta ferma sulla candidatura, però: «La strategia non è stata ancora decisa». E’ il giorno in cui Di Maio pare frenare su nuove alleanze col Pd (mentre aprono i ministri Riccardo Fraccaro e Federico D’Incà). Anche se il capo politico M5S dice solo che nuovi patti non sono «all’ordine del giorno». Le stesse parole che aveva usato subito prima di siglare quello in Umbria. Grillo vede anche il presidente della commissione antimafia Nicola Morra. E la presidente della commissione Finanze della Camera Carla Ruocco. Vede, insomma, gli scontenti che sono venuti, mentre altri (le ex ministre Barbara Lezzi e Giulia Grillo, il senatore Gianluigi Paragone) sono rimasti a casa. «Sbagliano», ha detto severo Davide Casaleggio. Seguito dalla sindaca di Torino Chiara Appendino. Ma è il garante M5S il balsamo sulle ferite dei 5 stelle. Fa precedere il suo intervento da un video in cui parla truccato da Joker, ma non c’è niente di disturbante, nelle parole che seguiranno. Parte parlando del pranzo e la battuta è di fatto una carezza al ministro degli Esteri dopo due mesi di siderale distanza: «E’ tutto stravolto, c’era Pauli che parlava in italiano mentre Di Maio traduceva in inglese». Fa un elogio della trasformazione: «Il mondo sta cambiando e noi stiamo ancora a onestà-onestà». E ancora: «Abbiamo cambiato pezzi dentro ed è un momento che dovete percepire come straordinario». «Maledetti», urla mentre trasuda un entusiasmo che non gli si vedeva addosso da anni. «Bersani ha lanciato una app dicendo tu vali tu, stanno seguendo i nostri concetti, l’uno vale uno. Renzi pianta un albero ogni nuovo iscritto, per ora sono due piantine…». Rivendica il brevetto: «Questa visione l’ho avuta io», grida. Tutti in piedi lo acclamano. Rilancia l’idea del reddito universale. «E voi a dire il Pd, il Pd…». Non manca il «vaffa a chi non vuole il voto ai 16enni». La chiusura, tra gli applausi, è una sorpresa e una rivoluzione: «Vaffanculo a voi!».

Diversissimi, è dire poco. Ma il sogno deve continuare. La professoressa di matematica di Pescara, il manovale eternamente in nero della periferia est di Napoli, il direttore di banca di Sorrento, la signora ottantenne antesignana degli ambientalisti emiliani, la pin-up con tacco dieci in vernice, il pensionato delle Poste. Che cosa importa, adesso, sotto il sole delal Mostra d’Oltremare, se c’è stato il tracollo alle Europee, se Di Maio vede congiure e nemici, se tutto il Movilmento stava appassendo sotto il pugnale di Salvini e hanno dovuto rimangiarsi gli insulti decennali contro il Pd. «Importanti sono i risultati che portiamo a casa, da quando il Movimento è al governo». Misericordia e pazienza, entusiasmo e un po’ di miopia salvifica. Non sono più puri e innocenti, lassù, in cima al Movimento. E chi lo è?, ribattono. La base è qui per fare – o tentare – di nuovo una ola. E meno male che Beppe c’è. Non lo cantano, come accadeva con Silvio, ma tanti lo sussurrano. Distanti sì, ma li accomunano i gesti. L’attenzione maniacale su dove gettare la carta sporca di gnocchi. Il bicchiere unico appeso al collo. «Guardi che costa tre euro per caricarci dento le bibite, ma lo sa che è solo come caparra, vero? Non si spaventi – fa Alberta,signora radical, al capofamiglia di Taranto – Dopo, lo può riconsegnare e le ridanno gli spiccioli. È per abituarci senza plastica e lattine». E ora che i big sono più spaccati, che il crollo delle europee li ha destabilizzati, ora che pesano le assenze di Di Battista e delle ministre “all’opposizione”, è incredibile come tocchi a loro, alla base che ha superato lo choc, di tenere uniti tutti, «anche i ragazzi che al governo hanno lavorato bene, alla fine». «Io sono più contenta adesso, sono fermamente grillina, vedo gli errori che ci sono stati, ma meglio col Pd», confessa Antonella Romano, impiegata in banca, napoletana. E Giuliano Greco, il collega, di Sorrento più radicale: «Io li detesto entrambi, Salvini e pure Zingaretti. Ma almeno il Movimento va avanti, dimostra che ha delle idee, combatte». Ma no, che non è amore cieco. «Guardi che non ci nascondiamo nulla, però accidenti, in poco più di un anno delle cose le abbiamo portate a casa, e il merito è di questi giovani con la testa sulle spalle», riassume una entusiasta Milena Bevilacqua, professoressa alle superiori con fisico da mannequin, già attiva ai tempi degli Amici di Beppe Grillo, lo scorso maggio candidata consigliera comunale a Pescara. «Certo, non è bello che chi non è stata più confermata come ministro non vegna a una festa, lo so. Ho perso la battaglia in consiglio ma sono onorata di aver rappresentato i nostri principi, e sono corsa qui a dare una mano. Poi non fui d’accordo col salvare Salvini, sulla Diciotti, ma si può sbagliare». E Sonia Oliva, sua amica: «Se uno ci crede, ci crede sempre. I 5S sonoi una forza vera. Perché mettere in risalto solo le cose negative?». Parte la filippica sui «giornali nemici dei Cinque Stelle». Tanto hanno perdonato a Luigi Di Maio, tanto imputano alle «iene dei media». Invece Claudio è pragramatico, ha 52 anni, ha fatto il trasportatore di divani, il manovale, il corriere, tutto in nero, solo il batterista fa con amore: «Io una cosa mi aspettavo da loro: il reddito di cittadinanza, non sono riuscito, regole sono troppo stringenti, ma non va bene così, al sud le cose vanno male, devono stare attenti,devono impegnarsi di più, l’ho detto ora anche alla Taverna». Voce di un Mezzogiorno che li aspetta ancora al varco, vota e tende la mano. E invece Gigliola Cordiviola, prima consigliere dei fu Verdi di Pecoraro Scanio a Faenza, oggi splendida ottantenne in zaino e borraccia, ammette il debole. «Guai a chi mi colpisce questi ragazzi: Di Maio, Di Battista, Fico. Poi, gli errori ci sono stati, eccome. Guardi che io non ci dormivo la notte, quando Salvini faceva quei proclami, bloccava le navi, io sono stata fisicamente male. Così come forse è stato un errore che Luigi abbia accumulato quattro incarichi: però, accidenti, io non trovo in nessun partito con questa tenacia sui loro principi». I nodi sono fuori. I problemi, qui oggi, non si vedono, solo cielo azzurro e grandi applausi. «In fondo, sono stati una forza dirompente – scusi – Noi 5S abbiamo costretti tutti a venire sui temi del sostegno sociale a chi non ha lavoro, sul tema della difesa dei diritti del lavoratore, sull’Ambiente, insomma non è una cosa da poco in questo Paese aver spostato le montagne», dice Isabella Pozzo, venuta dalal Germania. Lo pensa anche la più giovane attivista. È Noemi L. 16 anni. «Mia mamma ci ha fatto venire dalla Svizzera, siamo emigrate, a Taranto non si viveva senza lavoro. Lei dice che è solo grazie a loro se un giorno potremo tornare e trovare lavoro. Mah».Nonostante tutto, il sogno continui.

«Non ci s’ha niente, neppure il simbolo, e qui ci s’ha biglietti di terza classe». Maria Elena Boschi, rilassata al punto da fare battute in toscano, inaugura “la Leopoldina”, la convention romana di Italia Viva che prepara la Leopolda di Firenze di venerdì, sabato e domenica. Teatro Adriano gremito, posti in piedi e gente rimasta fuori. È mezzogiorno. Ma alle 18 il simbolo del nuovo partito appare sui social. Lo mette il leader stesso, Matteo Renzi. O meglio compaiono i tre simboli, tra cui i supporter sono chiamati a scegliere, anche se molto quotato sembra per ora quello su fondo fucsia, un rosso un po’ allegro, ma niente a che vedere con il Pd. Perché il manifesto provvisorio (alla Leopolda si scriverà quello vero), ha come parole d’ordine: vivacità, allegria, amicizia, apertura (Ettore Rosato: «Là, da dove veniamo, c’era l’abitudine che quando passava uno bravo, si chiudeva la porta»), un partito delle persone normali. Gli scissionisti renziani sono netti. «Raggi deve dimettersi, altro che restare come dice Zingaretti»: attacca Roberto Giachetti lanciando la petizione online per le dimissioni. «Hello, goodbye», la canzone dei Beatles (che qui si esibirono 54 anni fa) è dedicata da Luciano Nobili agli ex compagni del Pd. «Siamo leali, ma non stupidi e non è che accettiamo tutto quello che viene da Pd e 5Stelle. Con i grillini alle politiche saremo avversari», sempre Boschi. Tutti, Michele Anzaldi, Gennaro Migliore, Silvia Fregolent, Annamaria Parente, ma soprattutto i Millenials, gli under 25 guidati da Arianna Furi, pensano all’Evento Leopolda. Chi sarà quest’anno l’astro nascente? La sindaca anti cemento di San Lazzaro, Isabella Conti, diventata famosa per aver denunciato le cooperative edilizie del suo territorio per scempio ambientale e per esser stata la prima a fare in Italia asili nido gratis. Sarà anche la Leopolda delle ministre: di Teresa Bellanova e di Elena Bonetti. La deputata Maria Chiara Gadda presenterà il Piano Verde insieme al sindaco di Sassano, nel salernitano, Tommaso Pellegrino. L’organizzazione come sempre affidata a Boschi, ma la parte artistica e scenografica a Lucio Presta. Costo verosimile della kermesse intorno a 250-300 mila euro, tutto finanziato con crowdfunding: «Siamo a 5-600 euro al giorno di finanziamenti». I numeri? «Sono 20 mila già registrati. L’anno scorso una settimana prima eravamo a 8.500». E a due ore dal lancio del voto online sul simbolo ci sono state 10 mila registrazioni sul sito di Italia Viva. Titolo della tre giorni: Italia 2029, come saremo. Venerdì alle 18 l’inaugurazione, sabato alle 18 cerimonia stile assegnazione olimpica per la scelta del simbolo del partito. Partirà anche il tesseramento (10 euro a tessera) e per ogni tesserato sarà piantato un albero. I primi 100 saranno piantati a Firenze domenica. Il programma vip non è ancora noto. Non verranno né Luca Lotti né gli ex renziani rimasti nel Pd. Il sindaco di Firenze Dario Nardella porterà un saluto, ma non apre. La curiosità: venerdì sera all’apertura si farà vedere anche Tommaso Verdini, il figlio di Denis e fratello di Francesca, fidanzata di Salvini.

Forza Italia in piazza con la Lega, sabato prossimo a Roma. Il centrodestra torna unito, dopo i 14 mesi gialloverdi. Su quel palco di San Giovanni si consumerà la consacrazione definitiva della leadership di Salvini, alla presenza degli alleati Mariastella Gelmini, capogruppo alla Camera. Ci saranno Meloni, Toti e lei con una vostra delegazione, ma non Silvio Berlusconi. Forse perché il capo leghista ha preferito così? «Una sciocchezza colossale. Salvini ha invitato Berlusconi ed è stata una scelta del nostro presidente quella di mandare una delegazione alla manifestazione». Nessun veto, dice? «Nessuno. Ci ha anche ringraziati. Mi concentrerei piuttosto sul fatto che dopo l’esperienza del primo governo Conte, che certo non ha fatto bene alla coalizione, il centrodestra torna finalmente unito. Al livello nazionale come nelle regioni, dove si presenterà compatto ovunque. A cominciare dall’Umbria il 27 ottobre. E Piazza San Giovanni sarà la prima di una serie di manifestazioni per costruire un’alternativa valida al governo delle quattro sinistre». Eppure, i sondaggi inchiodano Fi a cavallo del 5 per cento, siete ormai la terza forza della coalizione. Non vi starete consegnando definitivamente alla Lega, come temono alcuni dei vostri? «Onestamente, ritengo che se qualcuno pensa di prendere i voti attaccando Salvini piuttosto che la sinistra non andiamo molto lontano. Avviso ai naviganti: i tempi sono cambiati, ma l’avversario è sempre la sinistra e soprattutto Matteo Renzi, vero artefice della nascita di questo governo. Dobbiamo rilanciare Forza Italia, ma deve essere chiaro a tutti quale sia la nostra metà campo». Ma serve «pari dignità», dice Mara Carfagna, capofila di coloro ai quali l’abbraccio con Salvini non va. Proprio perché rischiate di avere la peggio. E poi, perché a quel punto gli elettori dovrebbero preferire voi alla Lega? «Perché abbiamo priorità e identità diverse. Per la Lega viene prima l’immigrazione. Per noi il lavoro che non c’è, gli ostacoli all’impresa, la crescita da garantire». Quale sarebbe la vostra ricetta? «Questo sabato l’abbiamo dedicato a Milano all’ascolto delle forze produttive, assieme ai governatori del centrodestra, per raccogliere la voce del Paese, spunti e idee utili per costruire la nostra contromanovra. Dal Def emerge la solita sinistra del tassa e spendi, della persecuzione del contribuente, dei bonus e della lotteria degli scontrini. Zero sviluppo, zero crescita e aumento delle tasse. Noi proponiamo una riforma di stampo liberale: cancellazione del reddito di cittadinanza, taglio del cuneo fiscale da portare dagli attuali 2,5 a 15 miliardi, uno shock fiscale che consenta di aumentare la domanda e i consumi». Non è che invocate la rivolta fiscale soprattutto contro la stretta anti evasione contenuta in manovra? Carcere per gli evasori, confische, moneta elettronica non sono nel vostro dna. State schiacciando l’occhio alla zona grigia? «Macché. Giusto perseguire chi evade, ma la loro logica è aberrante, opposta alla nostra ricetta liberale. Ci spaventa questo giustizialismo in stile Bonafede». Torniamo al centrodestra. Non è un’alleanza asimmetrica? La Lega ha appena posto il veto sul candidato da voi avanzato per la Calabria, Mario Occhiuto. Forse non a caso, essendo vicino a Carfagna. «Noi abbiamo proposto convintamente Occhiuto. All’inizio di una trattativa può capitare che ci siano divergenze, poi le criticità vengono superate. Come noi sosteniamo Donatella Tesei in Umbria, così gli amici leghisti sono certa che accetteranno un accordo ragionevole sulla Calabria. Noi su Occhiuto siamo convinti». Renzi intanto punta sul vostro bacino. Paura? «Non è un liberale, il suo partitino nasce da una scissione, è un pezzo della sinistra. Da mesi si rincorrono voci: non abbiamo perso un parlamentare. Eletti ed elettori non si faranno abbindolare». Maggioritario o proporzionale? «Sono convinta che la nuova coalizione M5S-Pd abbandonerà il proporzionale puro per un sistema misto. Fi è per un proporzionale con premio di maggioranza. Sarebbe la soluzione preferibile».

«Zingaretti non cerchi scorciatoie creando un’alleanza duratura con i 5Stelle in chiave anti Salvini: è un grosso errore. I grillini sono parte del problema. Si concentri piuttosto a costruire l’alternativa: noi ci siamo». Emma Bonino, storica leader dei Radicali e ora di +Europa, ex ministra degli Esteri, contraria al governo giallo-rosso, insieme con Carlo Calenda ha lanciato a Napoli la convention per una forza politica «europeista e liberal democratica». Bonino lo ammetta: oggi è meglio di ieri quando c’era Salvini? «Diceva Hanna Arendt che chi sceglie un male minore dimentica troppo rapidamente che ha scelto comunque un male. Per ora vedo solo meno volgarità nel linguaggio. Ma vedo molto bene che è rimasta tutta la panoplia legislativa precedente: quota cento, il reddito di cittadinanza, i decreti sicurezza vivi e vegeti e invece vanno eliminati, per non parlare dello Stato di diritto e del taglio dei parlamentari. Facendo finta che era tutta responsabilità di Salvini e dimenticando che per tutti i 15 mesi i 5Stelle e il Conte “uno” sono stati altrettanto autori, complici, conniventi di ogni iniziativa legislativa pericolosa e farlocca, fino a coprire l’ex ministro dell’Interno nel Russiagate o salvarlo dal processo sulle Ong». Ma c’è qualcosa che spera questo governo possa fare subito? «Sì, disfare innanzitutto la paccottiglia di cui sopra. Penso che con un Pd più determinato e più unito sarebbe stato almeno possibile avere un accordo di governo migliore». Ma +Europa si sta sciogliendo? E il nuovo partito con Calenda e Richetti come si chiamerà? «La scelta sulla non fiducia al governo presa a maggioranza dalla direzione di +Europa, su proposta del segretario Della Vedova, non è stata indolore. Però +Europa non solo non si scioglie ma da questo passaggio complicato uscirà più matura come soggetto politico. Nella convention di Napoli mi sono emozionata: se c’è chi va via — a cui non posso che augurare buona fortuna — molti arrivano. Ho imparato che scambiare la fretta con l’urgenza non porta bene, specialmente in un periodo come questo in cui il trasformismo la fa da padrone e quindi serve capacità di resistenza, un minimo di umiltà e persino di disciplina. Ora iniziamo un cammino con “Siamo europei”, ma non è che nasca un partito, calma». Come giudica la proposta del segretario dem di costruire una intesa stabile con i 5Stelle così da mettere in mora Salvini: lei ci starebbe? «Ma fino a quando ci racconteremo che l’unico problema di questo paese è Salvini? Se continuiamo così, rendendo innocenti tutti gli altri — 5Stelle compresi — non faremo altro che riportarlo in sella. Se il Pd sceglie la via, direi la scorciatoia, di un’alleanza strategica e duratura con i 5Stelle fa un grosso errore». Cercherete una sintonia con Renzi? «Non so cosa abbia in mente davvero Renzi. So che +Europa è impegnata nella costruzione di un’alternativa europeista e liberal democratica al nazionalismo di Salvini e al populismo di Di Maio e Casaleggio. Con Calenda c’è sintonia sul fatto che non basta essere contro Salvini per costruire un’Italia più europea che torni a crescere e partecipi da protagonista alla costruzione di un’Europa più forte. E sul fatto che il M5Stelle è parte del problema e non della soluzione». L’Europa continua ad essere inesistente sui migranti? «La commissione e il Parlamento Ue hanno fatto ottimamente la loro parte sulla riforma del Trattato di Dublino o sulle “ripartizioni”. Sono stati gli Stati membri che hanno sempre bloccato tutto. Il Parlamento italiano potrebbe fare la sua parte se solo provasse a esaminare la legge “Ero straniero” di cui Riccardo Magi è relatore alla Camera. E non capisco perché ancora non si eliminano i decreti sicurezza». Sanzioni contro Erdogan, è questa la strada? «Si riunisce lunedì il consiglio dei ministri degli Affari esteri. Sanzioni internazionali e conseguente isolamento della Turchia, a cominciare dallo stop alla vendita delle armi, certamente potrebbero “mordere” il sultano Erdogan, Ma sapendo che queste sanzioni avrebbero ripercussioni anche per noi».