Sebbene Di Maio assicuri che sarà anche un’occasione per discutere – e ne avrebbero, dopo il passaggio dall’alleanza giallo-verde a quella con il Pd -, la due giorni di Italia 5 stelle che si apre oggi a Napoli, per festeggiare il decennale del Movimento, e sarà conclusa domani da Grillo, si annuncia soprattutto come una sorta di autocelebrazione, a cui l’assenza dei dissidenti, a cominciare da Di Battista, dalle ex-ministre Grillo e Lezzi e da Paragone e Fattori, finirà col dare manforte. D’altra parte si sa: le convention pentastellate sono quanto di più lontano dalle classiche assemblee o congressi di partito, in cui solitamente si confrontano tesi diverse e alla fine si formano le maggioranze e si decide. Qui invece la decisione ad agosto è stata presa da Grillo, a dispetto perfino dello stesso Di Maio, che nei giorni della crisi si barcamenava, arrivando a protestare con il fondatore (“Così mi ammazzi!”). A ratificare la svolta giunse alla fine la votazione degli iscritti sulla piattaforma Rousseau. Ma la novità stavolta è che il mugugno, anche dopo la conclusione della procedura, è continuato rumorosamente, non solo da parte di chi nel cambio di governo aveva perso il posto o non lo aveva avuto malgrado le promesse, ma anche di chi sta lavorando a un’altra scissione, che addirittura dovrebbe dar vita a un nuovo gruppo parlamentare collocato a cavallo tra il “sì” e il “no” al governo, e quindi in grado di indebolire il sostegno parlamentare a Conte. Il quale Conte – insieme a Di Maio, che ormai non nasconde una certa insofferenza verso il premier, o verso i suoi più recenti atteggiamenti da capo del governo e non più solo da tecnico prestato alla politica – sarà il protagonista della prima giornata di lavori dell’iniziativa grillina, e forse il protagonista involontario di un applausometro popolare che fin qui lo ha visto circondato dal favore della folla. Silenziosa, o comunque puramente formale, si prevede anche la partecipazione del presidente della Camera Fico: da tempo percepito come possibile alternativa a Di Maio, se non dovesse arrestarsi il logoramento d’immagine del leader pentastellato seguito alla sconfitta elettorale alle Europee. Ma forse proprio per questo prudente, prudentissimo.
Da una parte Pd e Cinque Stelle, che fanno fronte comune; dall’altra il centrodestra che, invece, si divide su Mario Occhiuto. Chi è costui? E’ il sindaco di Cosenza, del quale recentemente le cronache si sono interessate per un’accusa di bancarotta fraudolenta, non proprio una buccia di banana qualunque. Ciò nonostante, Forza Italia considera Occhiuto la figura ideale per guidare la Calabria, e ne ha lanciato la candidatura. Ma la Lega fa sapere che non se ne parla nemmeno, quel nome non passerà mai. E allora tutti i berlusconiani gridano offesi, vedendoci l’ennesima prepotenza di Salvini ai danni del Cav che ormai non decide più nulla, ma se appena ci prova viene subito smentito. Insomma, una questione di prestigio e di orgoglio. A dire il vero, corre voce che di Occhiuto nemmeno a Berlusconi importi granché, per lui potrebbe andar bene chiunque; però Silvio teme di fare un torto a Mara Carfagna, della quale il sindaco cosentino è un fido supporter; e già Mara è stata penalizzata abbastanza per le sue critiche alla nomenclatura forzista; dunque, per non spingere Carfagna ancora più ai margini, l’ex premier dovrà tenere il punto con Salvini. Il risultato? Vincere in Calabria per le destre divise sarà un’impresa. In basi ai voti delle Europee, i giallo-rossi partono già con 4 punti di vantaggio; ora possono diventare molti di più.
«In una difficile situazione geopolitica, con l’ennesima crisi mediorientale aperta, riteniamo non opportuna la creazione di una commissione d’inchiesta che avrebbe esacerbato le già difficili relazioni con il partner russo». Il giorno dopo il voto al Parlamento europeo che ha affossato la commissione speciale per far luce sulle ingerenze di Mosca nelle elezioni in Europa, il Movimento Cinque Stelle motiva così la propria scelta di bocciare l’istituzione della nuova struttura. «C’è già una commissione competente per questa materia – spiega il grillino Fabio Massimo Castaldo, vice-presidente dell’Europarlamento -, la Libe (libertà civili, giustizia e affari interni, ndr). Riteniamo sia più giusto affrontare il tema in questa sede. Inoltre c’è un numero limitato di commissioni speciali che possono essere istituite durante un mandato: bisogna fare scelte oculate». Quindi, secondo voi, non ne serve una ad hoc sulle interferenze russe? «La pensano così anche altri partiti,tracuiiVerdie partedei Liberali. Persino i conservatori polacchi, che non possono certo essere sospettati di avere un atteggiamentopro-Russia…». Tutti questi partiti, però, hanno votato a favore della risoluzione che condanna fortemente le ingerenze del Cremlino. Perché voi no? «Sul testo finale ci siamo astenuti. C’erano alcuni paragrafi che suscitano perplessità, come quello riguardante la StratCom, la nuova unità europea chedifattosioccupadifarecontro-propaganda. Il che ci pare molto opinabile. Ma su una cosavorreiesseremoltochiaro». Quale? «Respingofortemente qualsiasi accusa di patti, negoziati o confronti con la Lega. Con loro non c’è stato alcun dialogo su questo tema. Tutte le considerazioni fatte su questo voto sono frutto di una nostra personaleriflessione». Il Pd ha presentato un emendamento per inserire nel testo un riferimento esplicito al caso-Savoini: perché non lo avete votato? «C’erano riferimenti a vari casi, a diverse inchieste giornalistiche, messe tutte quante insieme: quella austriaca, quella britannica… C’era insomma un coacervo di vari riferimenti. E alcuni passaggi di quel paragrafo andavano specificati meglio. Ma questo voto non va drammatizzato in alcun modo anche perché con i colleghi del Pd ci confrontiamo costantemente e cercheremo di rodare sempre di più la nostra cooperazione. Poi però siamo pur sempreduesoggettipoliticiautonomie sucertitemi ènaturalefarevalutazionidiverse». Nella vostra nota ufficiale, diffusa ieri, dite che questa commissione speciale «avrebbe esacerbato le già difficili relazioni con il partner russo»: in che senso? «Ilproblemaèl’usostrumentale che i gruppi potrebbero farne in base alle loro posizioni politiche nei confronti della Russia. Anziché basarsi sui dati di fatto, la commissione potrebbe trasformarsi in un’arena in cui si confrontano le varie concezioni dei rapporti con un vicino. Che, nonostante le criticità, resta pur sempre un vicino con cui non possiamo non intavolare una discussione. Vogliamo evitare una nuovaGuerraFreddaeserveunapprocciocostruttivo». Il deputato Pd Andrea Romano ha annunciato che proporrà una indagine parlamentare sulle interferenze russe in Italia: è d’accordo? «Noi abbiamo ribadito sin dall’inizio la necessità di fare piena luce su queste interazioni improprie che sembrano esserci state tra soggetti vicini alla Lega e soggetti russi. La valutazione su uno strumento di questo tipo spetterà ai nostri colleghi che sono in Parlamento a Roma. Tenendo ben presente che c’è sempre il rischio di una strumentalizzazione politica».
Tredici presidenti di un’Europa ricattata e impotente si ritrovano come tutti gli anni ad Atene. Ma questa volta, invece del solito soporifero dibattito che caratterizza il “Gruppo Arraiolos” (dall’amena località portoghese dove si riunì nel 2005), i partecipanti se le dicono e in qualche caso se le cantano in un clima definito dai diplomatici presenti come «franco e sincero». Cioè teso e polemico. C’è chi tra i capi di Stato, come lo sloveno Borut Pahor, si indigna per le velate minacce del turco Erdogan, il quale è pronto a farci sommergere da milioni di profughi se oseremo difendere i curdi, e chi invece alza le spalle. Qualcuno mette in guardia dal rischio che l’ondata migratoria si abbatta come sempre su Grecia, Malta e Italia; altri, anziché promettere una mano ai paesi di primo approdo, si preoccupano soltanto che da loro non arrivi nessuno e stop. Babele di lingue In certi momenti la discussione tra i presidenti si fa aspra. Come quando il tedesco Frank-Walter Steinmeier, un vecchio socialdemocratico dallo spirito umanitario, condanna gli egoismi degli altri “nordici” con toni quasi apocalittici: o si va avanti insieme o si soccombe, è il senso del suo appello. «Anche la Germania spesso non ha dato un buon esempio», ammette. Ma l’ungherese Yannos Ader argomenta il contrario, che l’obiettivo dev’essere quello di difendere l’Europa contro i nuovi invasori, e provoca la reazione del padrone di casa, il presidente greco Prokopis Pavlopoulos: chi pensa di erigere muri non conosce il mare, ignora cosa significhi avere delle coste, rifiuta di rendersi conto. La presidente croata Kolinda Grabar-Kitarovic se la prende con i bosniaci che non collaborano abbastanza. Vengono a galla le ruggini, i rancori balcanici mai sopiti. E in questa babele, l’Italia cosa dice? La denuncia italiana Sono anni che, ai meeting di Arraiolos, Sergio Mattarella denuncia: se non ci faremosentire sulla Siria, le conseguenze si scaricheranno sull’Europa. «Oggi è ancora più vero», prende amaramente atto il presidente italiano. Bisognerebbe darci in fretta una politica estera univoca, ma intanto a Bruxelles è slittata la nascita della nuova Commissione, se ne parlerà non prima di dicembre. Spirano venti di guerra, di qui ad allora potrebbe accadere di tutto. Ecco perché Mattarella mette fretta, sollecita «una gestione comune del fenomeno migratorio, altrimenti il continente verrà travolto». Usa proprio questo termine: travolto. Il greco Pavlopoulos lo ringrazia a nome di tutti gli altri presidenti per aver gestito nell’ultimo anno la difficile situazione italiana, mostrandosi «all’altezza di illustri predecessori come Sandro Pertini». Almeno su questo, c’è concordia e sollievo in Europa.
Uniti nel condannare l’operazione militare turca contro i curdi e le «inaccettabili minacce» di Erdogan. Ma divisi sulle risposte da dare. Mentre in Siria è partita l’offensiva di Ankara, a Bruxelles i governi europei cercano un difficile compromesso. Parigi ha proposto sanzioni economiche, la Svezia un embargo sulle armi (Olanda e Finlandia hanno già annunciato di aver bloccato le vendite). Ma alcuni Paesi – Germania in testa – tirano il freno perché temono ritorsioni. Le differenti posizioni sono emerse ieri mattina durante un vertice tra gli ambasciatori dei Ventotto. Lunedì toccherà ai ministri degli Esteri Ue cercare una soluzione, anche se verosimilmente la palla passerà nelle mani dei capi di Stato e governo che si vedranno al Consiglio europeo di giovedì e venerdì. Non sarà facile trovare una sintesi. «È stato deciso di affrontare la questione con un approccio olistico» spiega una fonte diplomatica europea, riferendosi ai «diversi fronti» che riguardano Ue e Turchia. Non c’è solo la questione siriana, ma anche l’accordo sui migranti e soprattutto le tensioni con Cipro per via delle trivellazioni al largo delle coste dell’isola. A questo si aggiunge il nodo dei foreign fighters catturati dai curdi che l’Europa dovrebbe riprendersi. «L’Ue è unita è solidale con Cipro, la Turchia fermi queste azioni illegali» ha attaccato ieri Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, al termine di un incontro con il premier cipriota Nicos Anastasiades. La disputa sulle trivellazioni si trascina da tempo e i Ventotto avevano già previsto di affrontare la questione al prossimo summit. Nel frattempo è scattata l’operazione militare ed Erdogan è tornato a battere cassa con Bruxelles. Nei prossimi mesi l’Ue verserà l’ultima tranche dei sei miliardi di aiuti pattuiti con l’accordo sui rifugiati del 2016 (mancano poco meno di 200 milioni). Ankara vuole nuovi fondi, altrimenti minaccia di «aprire i cancelli». È chiaro che il contesto attuale rende veramente difficile il via libera a un nuovo esborso. Ma diversi Paesi europei sono terrorizzati da un nuovo afflusso di migranti come quello del 2015. I Visegrad (Ungheria in primis) sono pronti a tutto pur di non assistere alla riapertura della rotta balcanica e quindi stanno facendo il possibile per non irritare Erdogan. Ma a sostenere la linea morbida c’è soprattutto Berlino, per una duplice ragione. Come i Paesi dell’Est teme un arrivo massiccio di rifugiati all’interno dei propri confini. C’è però anche una motivazione più «europea»: «Angela Merkel – fa notare una fonte diplomatica europea – sa benissimo che una nuova crisi migratoria scatenerebbe una crisi politica tra i governi dell’Unione, che si sono dimostrati sin qui incapaci di gestire il fenomeno». L’Ue aprirà dunque il portafogli? Difficile, ma non del tutto impossibile. Di certo Bruxelles non intende finanziare la creazione di una «safe zone» in Siria in cui rispedire i rifugiati che ora si trovano in Turchia, come vorrebbe Erdogan. Ma c’è anche l’idea di consentire un’apertura di credito in modo da controbilanciare alcune misure punitive, introdotte come segnale politico. Certo, con una mano punire Ankara e con l’altra allungare nuovi fondi sarebbe paradossale. Ma al momento non si può escludere nulla. La ministra francese Amélie De Montchalin ha confermato che l’ipotesi di introdurre sanzioni economiche per l’operazione in Siria «è sul tavolo». Luigi Di Maio si è detto pronto a sostenerle, ma per il via libera serve l’unanimità e dunque l’intesa appare difficile. Possibile invece una serie di sanzioni «mirate e limitate», destinate a determinati soggetti privati e imprese che sono coinvolti nelle trivellazioni.
La Turchia ha serie e reali preoccupazioni per la sua sicurezza, ma deve usare moderazione. È questa la sintesi del messaggio del segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg, che ieri ad Ankara ha incontrato il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu. Il numero uno dell’Alleanza Atlantica si è recato nella Mezzaluna per discutere della situazione al di là del confine siriano. «Ho condiviso le mie serie preoccupazioni sul rischio di destabilizzare ulteriormente la regione – ha detto Stoltenberg parlando con la stampa a margine dell’incontro -, aumentare le tensioni e ancor più la sofferenza umana. Mentre la Turchia ha legittimi problemi di sicurezza, mi aspetto che la Turchia agisca con moderazione». Il capo della Nato ha escluso nel modo più categorico una possibile uscita di Ankara dal patto atlantico, ma dall’altra parte si è dilungato su due punti che stanno particolarmente a cuore a Bruxelles. Il primo è la salvaguardia dei civili, che per Stoltenberg non devono essere coinvolti nelle operazioni militari. Il secondo è quello dei foreign fighters, i combattenti stranieri andati a combattere con l’Isis, attualmente prigionieri dei curdi e che non devono tornare libero nel caos provocato dall’invasione turca.
Turchi e alleati arabi concentrano le loro forze attorno alle città di Tall Abyad e Ras al-Ayn per chiudere la prima fase dell’operazione «Fonte di pace» ma i curdi allargano il fronte fino a 500 chilometri di distanza nel tentativo di disperdere le forze di Ankara e logorarle. Nel giorno che ha visto i primi tre caduti nell’esercito turco, la campagna nel Nord della Siria ha assunto una nuova dimensione, mentre Europa e Stati Uniti hanno lanciato nuovi moniti alla Turchia, respinti da Recep Tayyip Erdogan. Raid, colpi di artiglieria, e poi un’autobomba in un ristorante di Qamishlo, hanno fatto strage di civili, anche bambini, mentre dall’altra parte del confine i colpi di mortaio dei curdi hanno fatto nuove vittime fra la popolazione turca. I guerriglieri delle Ypg usano una rete di tunnel per colpire le soverchianti forze nemiche e proteggersi dai bombardamenti. E hanno impedito finora che Tall Abyad e Ras al-Ayn venissero circondate del tutto. Devono però affrontare continue ondate. Una colonna blindata è entrata ieri dal posto di frontiera di Ceylanpinar, composta soprattutto da combattenti arabi dell’Esercito libero siriano, per cercare di chiudere la partita a Ras al-Ayn. Forze scelte curde, riferiscono fonti locali, l’hanno intercettata e respinta. Negli scontri in quell’area sarebbe morto anche il primo soldato turco. La situazione più critica, ha precisato il portavoce delle Forze democratiche siriane Maruan Qamishlo, «è a Tall Abyad», dove e gli obici dei turchi martellano senza sosta. I guerriglieri hanno soltanto mortai e lanciarazzi per contrastare la potenza di fuoco turca. Devono cercare di diluirla. Per questo hanno colpito lungo un fronte vastissimo, da Ain Diwar, alla frontiera con l’Iraq, fino a Ovest dell’Eufrate, ad Azaz, dove altri due soldati turchi sono stati uccisi. Il bilancio della giornata, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, è di 32 caduti fra le Forze democratiche siriane, di 34 fra i miliziani arabi alleati della Turchia. I turchi avrebbero preso il controllo di nove villaggi attorno Ras al-Ayn e Tall Abyad, mentre Ankara sostiene di aver eliminato «342 terroristi dall’inizio delle operazioni» e di essere penetrata «per 8 chilometri». I civili morti nei raid sono dieci, 100 mila gli sfollati, mentre dall’altra parte ci sono state vittime per i colpi di mortai e razzi nella città di Suruc. Anche i curdi però devono guardarsi nelle retrovie, dove operano cellule dei ribelli siriani pro-Turchia e anche dell’Isis. Ieri un’autobomba, rivendicata dallo Stato islamico, ha fatto strage a Qamishlo. Per errore, sotto al fuoco turco sarebbero finiti anche dei soldati americani sulla collina di Mashtenour a Kobane. L’altro fronte interno è politico. I sentimenti nei confronti dell’America sono di rabbia, delusione, qualche speranza. A rafforzare questa sensazione sono arrivate le dichiarazioni di Donald Trump, che ha proposto una «mediazione» e alluso a rappresaglie economiche se Ankara andasse «oltre i limiti». Poi ha parlato il segretario al Tesoro Steven Mnuchin che ha minacciato di «sanzioni significative». Erdogan ha replicato che «le operazioni non si fermeranno». In Turchia non si ferma neppure la repressione del dissenso. Almeno 121 persone sono finite in manette per i post sui social critici verso l’operazione, e quasi 500 sono accusate di «propaganda terroristica». La Casa Bianca vuole contenere l’azione turca a 30 chilometri di profondità, perché oltre è concentrato il grosso delle prigioni che rinchiudono i reduci dell’Isis. Da ieri 5 sono in fuga, dopo che una bomba ha colpito un carcere. Anche Putin ha avvertito del rischio di una fuga di massa dei jihadisti e alluso al fatto che suoi uomini, forse dei servizi, sarebbero già in zona a «monitorare». I 30 chilometri sarebbero però una tragedia per i curdi. Il grosso della popolazione vive lungo il confine. Ain Issa, a soli 45 chilometri dalla frontiera, è già un centro a maggioranza araba. Se Erdogan realizza i suoi piani, e soprattutto reinsedia un milione di profughi arabo-sunniti, il Rojava curdo avrà comunque cessato di esistere.
Una startup innovativa deve esserlo già nel nome», spiegano Edoardo Montenegro e Pierluigi Vaccaneo. Loro hanno scelto Betwyll, neologismo che unisce to be a twyll (twill significa tessuto) traducibile in «partecipa anche tu al testo» (textus è participio passato del verbo latino texere, tessere). Fondata nel 2016, con sede a Torino, Betwyll nasce da una serie di esperimenti su Twitter che si sono trasformati in un progetto culturale e di impresa, basato sul social reading. Betwyll, come spiega Vaccaneo, nasce da quella rivoluzione digitale spesso accusata solamente di «ridurre il livello di attenzione e la capacità di comprensione dei contenuti, sviluppando individualismo a scapito della collaborazione». Paradossalmente, si legge molto di più ma peggio: «Soprattutto i giovani, che soffrono la mancanza di un’educazione digitale adatta a questo nuovo modello culturale, subiscono così tanti messaggi che non riescono più a distinguerli», aggiunge; col risultato che «ciò che si legge non contribuisce alla costruzione della nostra memoria e identità». Betwyll sfrutta invece gli aspetti positivi di questa rivoluzione, come il social reading e l’interazione, per abbattere la superficialità: «È il gioco che fa tornare l’apprendimento divertente, il digitale che arricchisce l’analogico e accompagna l’individuo all’appuntamento con se stesso attraverso la lettura», conclude Vaccaneo. Basata su Twitter, Betwyll è uno strumento di innovazione nel campo umanistico. Con la app (download gratis da Apple e Google per dispositivi mobili) si sperimenta una lettura partecipativa: l’utente sceglie dallo scaffale uno dei progetti, ognuno dedicato a un testo pubblicato sulla app e diviso in paragrafi o altre sezioni da commentare giorno dopo giorno insieme agli altri utenti, seguendo un calendario. Per esempio, 5 canti dell’Inferno dantesco sono stati letti e commentati ognuno in un giorno, durante il quale ai partecipanti – tra cui gli alunni di una scuola superiore di Monza – bastava toccare sullo schermo dello smartphone o del tablet la terzina che stavano leggendo per inserire i propri twylls di commento. Questi sono la sfida più grande perché non possono superare i 140 caratteri; ma, purché riferiti al testo, possono essere di qualsiasi tipo: riassunti e parafrasi, ma anche riscritture creative in altre lingue, in prima persona o citando testi, film o canzoni, che una volta pubblicati sulla app vengono commentati da altri utenti. Betwyll stimola la lettura, che ritorna il processo collettivo che era fino al XIX secolo, sfruttando un social network che la rende accessibile anche a chi non legge molto. Inoltre, Betwyll è molto versatile: si possono pubblicare romanzi, poesie, saggi (come la Costituzione italiana o il Manifesto di Ventotene) in qualsiasi lingua (finora italiano, inglese, svedese e gallese). Anche per questo Betwyll è stata scelta come strumento didattico per imparare l’italiano in alcune università straniere: Gent in Belgio; Harvard, Indiana e Cuny in Usa; Toronto in Canada. Per il futuro della app, Montenegro e Vaccaneo – con i cofounder Paolo Costa e Corrado Pizzi – puntano sull’EdTech: Betwyll combina educazione e tecnologia, anche costruendo progetti educativi a pagamento con le scuole, classi virtuali per gli studenti personalizzate a seconda degli obiettivi del docente. Importanti sviluppi in tale direzione vengono dalla Finlandia. Betwyll è stata la prima e unica startup italiana ospite di xEdu, il principale acceleratore EdTech in Europa: dopo una incubazione di tre mesi da marzo a giugno, ora la app ha ricevuto il Finnish Quality Certificate di Education Alliance Finland, il principale ente certificatore di soluzioni EdTech al mondo. Come spiega Montenegro, il certificato valuta l’impianto pedagogico in base ai principi della psicologia educativa e segue «la redefinizione di Betwyll e del suo modello pedagogico fatta con le scuole della città finlandese di Espoo, un benchmark internazionale per l’innovazione didattica. Puntiamo a quei Paesi che pongono l’educazione al centro della loro politica economica: è difficile ma lo facciamo con orgoglio, sapendo di rappresentare gli insegnanti che collaborano da tempo con noi e che cercano con il loro lavoro di fare dell’Italia un Paese migliore», dichiara. Pierluigi Vaccaneo racconta invece i risultati del progetto realizzato con l’editore scolastico Pearson Italia: «Abbiamo sperimentato le potenzialità delle nuove tecnologie e del social networking per favorire un nuovo approccio alla lettura, che ritorna profonda e condivisa: l’individuo si apre ai contenuti, che formano quel sostrato culturale e di memorie alla base dell’identità di ognuno”. Dedicato a studenti e docenti della scuola secondaria di secondo grado, che hanno letto e commentato sei delle Novelle per un anno di Luigi Pirandello, al progetto hanno partecipato più di 200 classi da oltre 130 scuole di 16 regioni italiane, per un totale di 10.381 twylls da 893 accounts. I docenti, introdotti alla metodologia con appositi webinar (seminari svolti in videochat), e gli studenti hanno interagito tra loro e con account, creati da Betwyll, che erano la versione social di Pirandello e altri personaggi. Betwyll è insomma ben avviata sulla strada dell’innovazione in ambito umanistico e didattico: una strada da costruire giorno dopo giorno, come documenta il sito della startup (betwyll.com).
Il voto plebiscitario con il quale l’aula di Montecitorio ha definitivamente approvato la riduzione di oltre un terzo del numero dei parlamentari, potrebbe aver lasciato tra i cittadini-elettori una inedita e illusoria sensazione. E cioè, che l’intero sistema politico – dunque maggioranza e opposizione – di fronte a un passaggio definito storico per il Paese, sia in grado – nonostante tutto – di realizzare una responsabile unità di fondo. E che tale «miracolo» potrebbe dunque ripetersi quando ciò fosse realmente necessario. Purtroppo, chi è più dentro alle tortuose vicende politiche italiane, sa bene come il risultato registrato l’altro giorno alla Camera dei deputati sia il frutto episodico di una serie di irripetibili coincidenze di timori e di interessi. E infatti, al di là e subito dopo quel voto, la situazione si è confermata tesa e incerta: ed è caratterizzata da un quadro che potremmo definire di evidente «disordine». A ben vedere, infatti, non c’è uno solo dei leader in campo (se escludiamo naturalmente Conte) che si trovi nel posto dove vorrebbe essere a fare le cose che vorrebbe fare. Una rapida carrellata lo conferma. Nicola Zingaretti non vorrebbe stare con Di Maio e Di Maio non avrebbe voluto un governo col Pd; dopo tanto crescere, Salvini non vorrebbe tornare a stare con Berlusconi e l’ex Cavaliere, del resto, non vorrebbe rientrare in quell’alleanza alle condizioni poste dalla Lega; e Matteo Renzi, in fondo, ha certo voluto la nascita del governo giallorosso, ma ora ci sta stretto e scomodo: solo che è troppo presto per mandare già tutto gambe all’aria. Generalmente, in situazioni così – in cui gli insoddisfatti sono più dei soddisfatti – i governi non fanno molta strada. Quanta ne farà l’esecutivo in carica è difficile da prevedere, ma una cosa – dopo il taglio del numero dei parlamentari – è adesso certa: non si andrà al voto prima dell’approvazione di una nuova legge elettorale. Una legge che planerà sul grande «disordine» attuale con conseguenze che, evidentemente, non potranno esser certo neutre. Tanto in termini di stabilità dei governi quanto sul piano delle alleanze politiche, leggi proporzionali o maggioritarie non producono mai gli stessi effetti. Quale obiettivo si porranno, allora, grillini, centrodestra e centrosinistra? Il bivio appare chiaro: con una legge di segno proporzionale si torna all’antico – alla Prima Repubblica, per intendersi – e non si prova nemmeno a ricondurre ad ordine l’attuale disordine; una legge d’impronta maggioritaria, al contrario, permetterebbe di continuare il cammino (contradditorio) avviato all’inizio degli anni ’90 e – al di là degli effetti sulla governabilità del Paese – potrebbe produrre una semplificazione ed una maggior coesione interna agli schieramenti. Data la situazione, logica vorrebbe che si imboccasse la seconda strada. Ma le esigenze di questo o quel leader (da Renzi a Di Maio) rischiano di produrre il risultato opposto: con la prospettiva, tutt’altro che rassicurante, di proiettare anche sulla prossima legislatura il grande disordine che è sotto il cielo della politica italiana.
Come reagire alle azioni e relative minacce di Recep Tayyip Erdogan? Il semaforo verde lasciato da Donald Trump all’invasione turca del nord della Siria ha gettato le cancellerie di tutto il mondo occidentale nel caos totale. Le conseguenze dell’azione militare turca (di cui è facile prevedere un successo, vista la schiacciante superiorità rispetto alle coraggiose ma scalcagnate milizie curde – salvo per un’eventuale evoluzione del conflitto in pura guerriglia, dove i curdi eccellono) sono relativamente chiare: controllo turco della zona in via diretta o attraverso proxy (leggasi varie milizie jihadiste, come avvenuto ad Afrin e in altre zone della Siria) e operazione di ingegneria demografica con ripopolamento dell’area con siriani arabi sunniti a dispetto di curdi e altri gruppi. In tipico stile Erdogan, alle rimostranze europee all’incursione sono seguite minacce. La prima, esplicita, è quella di riaprire a pieno regime il rubinetto migratorio, facendo entrare più di tre milioni di profughi in territorio europeo. Va da sé che la ripetizione, su scala maggiore, delle dinamiche dell’estate del 2015 costituisce un incubo per le cancellerie di tutti i paesi europei, che ancora devono smaltire le scorie politiche ed economiche del massiccio afflusso di profughi giunti allora. La seconda minaccia, per quanto velata, è altrettanto chiara. La Turchia, non foss’altro per la sua posizione geografica, è l’argine che frena il ritorno dei circa duemila foreign fighter europei dello Stato Islamico ora detenuti nelle carceri curde. Sarebbe proprio l’invasione turca a rendere molto probabile la liberazione dei seguaci dell’ormai ex Califfato, sia a causa dei bombardamenti delle carceri (spesso nulla più di scuole o altri edifici pubblici ai quali è stato aggiunto un muro di recinzione) sia perché i curdi stessi, impegnati all’ultimo uomo in una disperata lotta di sopravvivenza, non hanno personale per guardare le prigioni. Rimane quindi, paradossalmente, la Turchia il paese che dovrebbe detenere i foreign fighter, impedendone un pericoloso ritorno in Europa. Cosa può fare dunque l’Europa? Sono queste minacce che la paralizzano, limitando la propria opposizione a dichiarazioni di facciata, risoluzioni parlamentari che rimangono lettera morta e fiaccolate pro-curdi? In America, dove però le minacce di Erdogan hanno meno mordente, vista la distanza geografica, si sta compattando, cosa ormai rara a Washington, una coalizione bipartisan che, in piena opposizione a Trump, propone la linea dura. Senatori di prim’ordine come Graham (repubblicano) e Van Hollen (democratico) hanno proposto sanzioni contro il settore militare ed economico turco e contro la leadership del governo di Erdogan. In Europa si profilano due campi. Da un lato quello più duro, che sembra essere capeggiato da Macron, vuole sanzioni forti e inizia a fare apertamente un discorso (che, a onor del vero, da anni viene fatto sotto voce da molti) sulla possibilità di escludere la Turchia, secondo esercito più grande dell’Alleanza Atlantica, dalla Nato. Dall’altra sono però in tanti a essere più cauti: a Berlino, ma anche in paesi come l’Ungheria che, nonostante la retorica anti-islamica e anti-immigrazione di Orban, si è espressa contro le sanzioni e ha bloccato una risoluzione di censura della Turchia. Le posizioni da prendere vanno valutate anche considerando la politica interna turca. La popolarità di Erdogan è in caduta libera, come dimostrano i recenti dati elettorali. L’invasione della Siria va vista anche in quest’ottica, come una chiara mossa per mobilitare i sentimenti patriottici della popolazione turca in chiave anti-curda ma anche anti-occidentale – dinamica ben nota a ogni dittatore: la guerra e l’ostilità di forze esterne rinforzano il consenso. Al tempo stesso non pare saggio sottostare ai diktat di Ankara quando è chiaro che la percezione di debolezza dell’Europa non fa altro che portare Erdogan ad agire con sempre crescente spregiudicatezza.