Donald Trump annuncia «La fase uno di un accordo di sostanza con la Cina». Wall Street accoglie la notizia con un rialzo del Dow Jones, che chiude la giornata guadagnando l’1,2%. Bene anche le Borse europee che hanno puntato sull’esito positivo delle trattative in corso a Washington chiudendo tutte in rialzo. L’intesa, secondo quanto spiegato dal presidente e poi dal Segretario al Tesoro Steven Mnuchin, comprende anche l’aspetto più controverso, cioè la tutela della proprietà intellettuale e quindi le conoscenze tecnologiche delle aziende americane che investono in Cina. Inoltre il governo di Pechino si impegna ad aumentare l’acquisto di soia e di altri prodotti agricoli per un controvalore tra i 40 ei50 miliardi di dollari. Un sollievo per i farmer del Midwest, in gran parte elettori di Trump, tra i più colpiti dai contro-dazi imposti alle dogane del grande Paese asiatico. Infine le posizioni si sono avvicinate anche sul tema dei servizi finanziari e, per la prima volta, i cinesi hanno aperto a un confronto sulla «gestione delle monete», vale a dire sulla svalutazione eccessiva del cambio. L’accordo dovrebbe essere finalizzato entro tre o quattro settimane ed è maturato al termine di due giorni di colloqui, culminati con l’incont ro alla Casa Bianca tra Trump e il vice premier Liu He, capo della delegazione ospite. Per il presidente Usa ci sono ancora margini di intervento. Obiettivo è raggiungere il «grande accordo» che insegue da più di un anno, in collegamento costante con il leader cinese Xi Jinping. I due si vedranno a Santiago del Cile, il 14 novembre prossimo, a margine del summit Asia-Pacifico. Quello potrebbe essere il momento per finalizzare il protocollo commerciale e inserirlo nel contesto di un rilancio complessivo della relazioni politiche tra le due superpotenze economiche del pianeta. «Noi siamo contenti, abbiamo fatto progressi sostanziali in numerosi settori», sintetizza Liu He. Il pacchetto prevede anche il «disarmo bilaterale» dei dazi. Il 15 ottobre la Casa Bianca aveva programmato l’aumento delle tariffe dal 25 al 30% su 250 miliardi di import. Tutto annullato, fa sapere il ministro Mnuchin, per il momento non si muoverà nulla. Sullo sfondo pende ancora la minaccia dell’adozione di nuovi prelievi del 15% su 156 miliardi di prodotti acquistati in Cina: ma in questo caso la scadenza è fissata per il 15 dicembre. In mezzo ci sarann o il ve rtice Trump-Xi Jinping e, prima ancora, un nuovo round di negoziati a Pechino. La reazione dei mercati è in linea con il moderato ottimismo che si era diffuso negli ultimi giorni. Ed è significativo che il mondo della finanza, almeno ieri, non abbia prestato attenzione alle altre notizie potenzialmente devastanti per Trump. Il presidente, così ha deciso la magistratura, dovrà consegnare ai tribunali la sua dichiarazione delle tasse, mentre a Washington prosegue la procedura di impeachment.

L’euro non è più messo in discussione, l’Europa e la Bce «hanno dimostrato il loro valore; oggi sono coloro che dubitavano ad essere messi in discussione». È lo stesso Mario Draghi a tracciare la sintesi dei suoi otto anni alla presidenza della Banca centrale europea, a pochi giorni dalla scadenza dell’incarico. È allo stesso tempo la rivendicazione di una missione compiuta, dell’aver portato a termine «il mandato» ricevuto da governi democraticamente eletti —equindi per definizione non solo tecnico ma «politico» —: salvare l’euro, nato appena 20 anni fa. Oggi la moneta unica «è più popolare che mai. Nei dibattiti sul futuro dell’Europa si discute sempre meno se la sua esistenza abbia senso e assai di più sulla via migliore per avanzare». E anche «chi mirava a rallentare l’integrazione europea non ha contestato la legittimità delle istituzioni dell’Unione, pur criticandole anche duramente». È per questo che ieri, per la lectio magistralis all’Università Cattolica di Milano — che gli ha conferito la laurea honoris causa in economia — il presidente della Bce ha voluto concentrarsi non sulruolo del banchiere centrale ma su quello del «policy maker». Che deve agire, e non restare nell’inazione, con «conoscenza, coraggio e umiltà». È la traccia che serve al 72enne banchiere centrale per difendere tutte le scelte compiute nel fronteggiare la crisi monetaria che ha rischiato di disgregare l’euro. Ma la sua non è una ricostruzione storica né un’analisi teorica. Piuttosto nella prolusione si colgono in filigrana la risposta agli attacchi di chi dentro la Bce, come i governatori di Germania, Austria, Olanda e Francia, ha contestato apertamente la decisione di tagliare ancora i tassi e di far ripartire l’acquisto di titoli, il Quantitative Easing. Il policy maker — dice Draghi — deve «saper ascoltare la voce di chi non è d’accordo. Per i policy maker i dissensi sono come uno specchio con cui osservare le proprie azioni e costituiscono uno strumento con cui spezzare la forza delle narrative dominanti». C’è anche un richiamo, l’ennesimo, ai Paesi che non procedono con le riforme: Draghi sottolinea che i governi che negli anni della crisi «hanno saputo distinguere gli interessi costituiti dall’interesse pubblico, guardando alla larga maggioranza che si sarebbe giovata delle riforme», accettando anche di sacrificare alcuni, hanno prodotto «risultati positivi» che «sono oggi sotto gli occhi di tutti». Ma nelle parole di Draghi si può leggere anche un implicito messaggio alla presidente in pectore della Bce, Christine Lagarde: resistere alla via facile di «rispecchiare … gli umori della pubblica opinione, sminuendo il valore della conoscenza, assumendo prospettive di breve respiro e obbedendo più all’istinto che alla ragione», perché «solitament e c i ò non serv e l’interesse pubblico». Nel farlo serve «l’umiltà» di sapere che «non abbiamo la libertà di decidere se dobbiamo fare ciò che è necessario fare per assolvere il nostro mandato», ma «rigorosamente nei limiti della legge», come quando venne affrontata la crisi delle banche greche nel 2015. Il concetto delle «conoscenze dell’analisi teorica come guida perl’azione pratica» è uno dei punti fermi di Draghi sulla base dell’insegnamento del suo maestro Federico Caffè, ha ricordato nell’introduzione il rettore Franco Anelli. Il presidente della Bce si riallaccia a questa linea. Non ci sono certezze, nel lavoro di un banchiere centrale: «I policy maker spesso decidono in condizioni di incertezza in cui i risultati raramente sono conosciuti e valutabili con sicurezza», come quando tra il 2014 e il 2015 la Bce decise di introdurre i tassi negativi e di comprare titoli di Stato: «Entravamo in terra incognita». Il coraggio perfarlo «venne dalla convinzione che i rischi incombenti sarebbero stati assai maggiori se non avessimo fatto nulla», come quando nel 2012 lo spread arrivòa600 punti. Fu lì che Draghi pronunciò le famose parole «whatever it takes» («tutto quello che serve»): quell’impegno «fu potente, equivalente a quello di un programma di acquisto di titoli su larga scala». Ma anche i governi hanno «trovato il coraggio di decidere, senza esitazioni» di approvare riforme come il Meccanismo di stabilità, la vigilanza e il fondo ri risoluzione unico delle banche. Draghi rivendicairisultati ottenuti con le politiche della Bce: 2,6 punti percentuali di crescita del Pil fra il 2015 e il 2018, 11 milioni di posti di lavoro creati in Europa dal 2013, più di quanto non sia stato fatto per esempio negli Stati Uniti.

Io sarò amministratore unico, l’amico Philippe Donnet mi aiuterà a fare i conti: in questo è più bravo di me. I bambini del nostro tennis vorrei diventassero più Roger Federer che Rafa Nadal. Almeno un po’ pof, pof, se possibile, insomma…». La vita ricomincia a 69 anni ristrutturando lo storico Sporting Club Zambon di via Medaglie d’Oro a Treviso, all’ombra del ciuffo morbido da eterno adolescente, con un meraviglioso avvenire alle spalle (Roma, Parigi e la Coppa Davis in un’unica, indimenticabile, stagione: correva il 1976), a 538 chilometri da dove tutto cominciò. Tc Parioli, Anni 50, le prime trasmissioni in biancoenero della Rai, l’inaugurazione del tratto dell’Autostrada del Sole da Milano a Parma, gli Oscar a Federico Fellini, e Adriano Panatta detto Ascenzietto, figlio del custode. Da qualche anno vive in Veneto: «Per ragioni sentimentali». Posso scriverlo, Adriano? «Ma certo. Ho traslocato da Roma a Treviso per amore di Anna, la mia compagna. Donna bella, dolce e intelligente». Anna Bonamigo, avvocatessa trevigiana, detta Boba. La spesa al mercato di San Parisio, la carne alla macelleria Stecca di Borgo Cavour, a piedi al cinema Corso, Piazza dei Signori da solcare in bicicletta. Un’altra galassia rispetto all’anarchico gigantismo di Roma, che gli resta nel cuore. «Di Treviso mi piace tutto: qui sono finalmente riuscitoacostruirmi una dimensione di normalità. E mi sento tranquillo nella mia vita». Lontano dalla Capitale, la panattitudine è un’aura da portare in giro con più leggerezza, ma il primo amore non si scorda mai. Il tennis. «L’iniziativaèmia. Il Tc Zambon, gravato da un pignoramento promosso dalle banche creditrici, era già andato all’asta quattro volte. Sempre deserta. Ormai sono stabile sul territorio, il tennis è un settore che conosco: ne ho parlato a Parigi con Philippe, amico carissimo e ad di Generali. Avrei l’intenzione… Ottimo, facciamo insieme, è stata la sua risposta». Una srl che porta le iniziali dei due nomi, A&P International, 550 mila euro di controvalore sottoscritto, un progetto da 2,5 milioni di investimento per riqualificare tutta l’area. Apertura a ottobre 2020. Panatta businessman, dopo volée al bacio, rovesci di velluto e veroniche satinate. «Ci avevo giocato, al Tc Zambon, cento anni fa quando ero giovane — racconta Panatta —. Un’istituzione della marca trevigiana. Dopo tante vicissitudini, ora siamo alla fase burocratica: il piano finanziario, la presentazione al Comune di Treviso, con il sindaco Conte abbiamo ottimi rapporti. Penseremo anche a un nuovo nome: a proposito, se ha un’idea…». Difficile immaginare che un tennis gestito da Adriano non porti il cognome Panatta. «Sarà un club all’antica, per soci adulti, bambini e nonni. E per le donne, che dalla palestra all’estetica avranno a disposizione un settore dedicato a loro. Non sarà un circolo mordi e fuggi. Piscina, ristorante, club house: chi viene resterà tutto il giorno. Ho in mente il modo di vivere il club dei miei tempi, dal Tc Parioli al Circolo Canottieri Aniene. E i maestri insegneranno il tennis che dico io: classico, non estremo, le impugnature improbabili dei poveri giocatori infelici saranno bandite, vietato il rovescio a due mani. Se non si divertono, i bambini il tennis lo abbandonano. Vorrei evitarlo. E sarò lì tutti i giorni, anche in campo. Meglio se di padel, però, così corro meno…». La partita a padel con Alessandro Di Battista è già negli annali: «L’ha conosciuto mio figlio Alessandro al parco, mentre facevano giocare i pupi. Ha chiesto di incontrarmi. Con una racchetta in mano mi sento più a mio agio». Un ritorno al passato per il più moderno dei nostri campioni. Bella sfida o pensione dorata, Adriano? «Che sia dorata è tutto da dimostrare! Nuova avventura, diciamo. Un impegno che mi piace prendere. Avevo voglia di un progetto, basta andare avanti e indietro per l’Italia. L’anno prossimo compirò 70 anni. Ormai si è fatta una certa».

La procedura è avviata, entro qualche settimana il capo della gendarmeria vaticana Domenico Giani potrebbe essere sostituito. È l’epilogo clamoroso dell’indagine avviata sulle operazioni finanziarie da milioni di euro effettuate da alcuni uffici della segreteria di Stato. Ma è soprattutto l’ultimo atto di una guerra interna che va avanti da mesi e avrebbe convinto lo stesso papa Francesco sull’opportunità di un cambio ai vertici della struttura che si occupa di tutte le inchieste avviate dentro le mura. Ieri alcune indiscrezioni parlavano addirittura di dimissioni, in realtà si sta cercando una via d’uscita concordata con Giani che sarebbe destinato ad un altro incarico all’esterno della Santa Sede, forse in un organismo internazionale. Le foto e i divieti Si torna dunque al 1° ottobre scorso quando la sala stampa vaticana dirama la notizia sugli accertamenti svolti su investimenti finanziari e immobiliari: «Questa mattina sono state eseguite, presso alcuni Uffici della I° Sezione della Segreteria di Stato e dell’Autorità di Informazione Finanziaria dello Stato, attività di acquisizione di documenti e apparati elettronici. L’operazione, autorizzata con decreto del Promotore di Giustizia del Tribunale, Gian Piero Milano e dell’Aggiunto Alessandro Diddi, e di cui erano debitamente informati i Superiori, si ricollega alle denunce presentate agli inizi della scorsa estate dall’Istituto per le Opere di Religione e dall’Ufficio del Revisore Generale, riguardanti operazioni finanziarie compiute nel tempo». Si scopre così che le verifiche riguardano monsignor Mauro Carlino, capo dell’Ufficio informazione e Documentazione della Santa Sede; il direttore dell’Aif — l’autorità antiriciclaggio — Tommaso Di Ruzza; due funzionari, Vincenzo Mauriello e Fabrizio Tirabassi; un’impiegata dell’amministrazione, Caterina Sansone. Tutti devono chiarire la natura di alcuni investimenti, compreso un palazzo acquistato a Londra, nella lussuosa Sloane Square per oltre 200 milioni di euro. Il giorno dopo L’Espresso pubblica l’immagine di una nota interna firmata da Giani con le foto dei cinque, la comunicazione sulla loro «sospensione dal servizio» e il divieto di ingresso in Vaticano. «I suddetti—è scritto—potranno accedere nello Stato esclusivamente perrecarsi presso la Direzione Sanità ed Igiene per i servizi connessi, ovvero se autorizzati dalla magistratura vaticana. Monsignor Mauro Carlino continuerà a risiedere presso la Domus Sanctae Marthae». L’incontro con il Papa La «soffiata» viene ritenuta gravissima, in Vaticano raccontano che lo stesso pontefice abbia voluto incontrare Giani per manifestargli il proprio disappunto. Anche perché in quelle immagini i cinque sembrano ricercati. Nessuno crede che sia stato il comandanteafar uscire il documento riservato, ma gli viene comunque contestata una omessa vigilanza di cui dovrà rendere conto proprio al governatorato. Entro qualche giorno dovrà depositare una relazione per ricostruire l’accadutoeil suo avvicendamento viene dato per scontato e imminente. In queste ore chi è riuscito a parlare con il Comandante lo descrive «provatoeamareggiato», pur confermando come queste voci sulla sua sostituzione siano cominciate già da mesi. Ma si siano via via fatte più insistenti anche tenendo conto dei rapporti non proprio idilliaci con il suo vice, Gianluca Gauzzi Broccoletti, nominato da papa Francesco nel dicembre scorso. Giani — nominato capo della gendarmeria nel 2006 — ha gestito tutti i casi delicati, da Emanuela Orlandi ai «corvi», dai casi di pedofilia a Vatileaks. E per questo si sta cercando una via d’uscita che non appaia come un licenziamento.

Svolta nei negoziati sulla Brexit: quando tutto sembrava procedere verso un divorzio catastrofico, un raggio di ottimismo ha squarciato un’atmosfera plumbea. E ora sono in molti a scommettere che un’intesa verrà raggiunta entro la fine del mese, in modo da consentire alla Gran Bretagna una uscita ordinata dalla Ue alla data fissata, il 31 ottobre. In primo luogo ci credono i mercati: la sterlina è da ieri in continuo recupero su euro e dollaro. «Ora ci aspettiamo un accordo — ha detto al Financial Times un economista della banca d’affari Jp Morgan —. Per la prima volta, una Brexit sulla base di un accordo nel giro di settimane appare come il percorso più probabile». Ma cosa è successo? Fino a pochi giorni fa, sembrava che le trattative fossero finite su un binario morto: ed era già cominciato, tra Londra e Bruxelles, il gioco ad addossarsi la colpa del fallimento. Poi, giovedì, è arrivato l’incontro tra il premier britannico Boris Johnson e quello irlandese Leo Varadkar: due ore di colloquio faccia a faccia, alla fine del quale i due leader hanno annunciato di aver individuato «un cammino verso un’intesa». Particolarmente il leader irlandese era apparso ottimista: e questo è un dettaglio cruciale, perché lo scoglio sul quale tutto era sembrato arenarsi era proprio la questione del confine con l’Irlanda del Nord, che nessuno vuole vedere ristabilito dopo la Brexit. Se da Dublino arriva un via libera, allora la strada è quasi spianata. Finora non è trapelato nulla dei dettagli: ma pare che Johnson abbia fatto ulteriori concessioni, accettando che l’Irlanda del Nord possa restare nello stesso regime doganale della Ue, oltre a rimanere allineata al mercato unico. Un riserbo che è un ulteriore segnale positivo: perché la trattativa è entrata nella fase cruciale, quella più riservata. Un altro passo avanti è stato fatto nell’incontro, ieri mattina, tra il ministro britannico della Brexit, Stephen Barclay, e il capo negoziatore europeo Michel Barnier: un colloquio definito «costruttivo». «Ho ricevuto segnali positivi che un accordo è possibile», ha commentato il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk. Johnson ha ieri sottolineato che l’intesa non è ancora «cosa fatta», ma ha confermato i progressi. Cosa può succedere ora? Se l’accordo sarà raggiunto nei prossimi giorni, verrà annunciato al vertice europeo di giovedì e venerdì prossimi. Il sabato, il Parlamento britannico si riunirà in seduta straordinaria: una cosa accaduta solo in occasione della Seconda Guerra mondiale, della crisi di Suez e della guerra delle Falklands. In quella sede i deputati potrebbero essere chiamati a ratificare l’accordo, cosa sulla quale il governo Johnson appare contare. A quel punto, la Gran Bretagna uscirà ufficialmente dall’Unione europea il 31 ottobre (salvo un breve rinvio tecnico per mettere in piedi la legislazione necessaria): ma di fatto non cambierà granché, perché scatterà un periodo di transizione, fino alla fine del 2020, durante il quale tutto rimarrà come prima, per consentire di negoziareifuturi, definitivi rapporti reciproci.

«Serve una gestione sostenibile ma comune del fenomeno migratorio, non la rimozione, il tirarsene fuori… Un fenomeno che va affrontato per governarlo, o travolgerà qualsiasi equilibrio nel nostro continente». Sergio Mattarella disegna scenari cupi (drammatizzati dalla profezia per cui «l’alternativa alla solidarietà rischia di essere il terrorismo e l’odio») lanciando l’allarme sul tema più delicato oggi nella Ue. Gli altri 12 capi di Stato riuniti ad Atene si dividono, anche sulla scia delle incognite aperte dall’attacco turco alla Siria e dalla minaccia di Erdogan di far entrare grandi masse di migranti da noi. Fatale che la discussione si animi tra chi evoca «difese d’identità» e timori di «un’invasione», come l’ungherese Ader, affiancato da Polonia e Lettonia, e chi si mette in scia con l’Italia, come il tedesco Steinmeier, spalleggiato dai colleghi portoghese, maltese, irlandese e greco, il quale ultimo recrimina duro: «Voi non sapete che cosa significhi avere il mare come frontiera». «Un franco scambio di idee», e soprattutto di distanze, quello del meeting informale di Arraiolos, aperto e chiuso ieri. Che ha visto il nostro presidente nella veste di voce critica. Con quel suo sprone alla «solidarietà come ragione sociale dell’Europa» e con l’invito a fermare insieme «l’ignobile traffico di esseri umani che, per le coscienze, è un costante rimprovero». E, infine, con il suo richiamo a un maggior protagonismo europeo sulla crisi siriana perché in questo caso «i protagonisti sono altri, ma le conseguenze più gravi cadono innanzitutto sui siriani e sull’Europa», che per l’ennesima volta si dimostra «marginale». Ecco perché, esorta Mattarella, solo una Unione Europea rafforzata «anche nella politica estera, di sicurezza e difesa» può affrontare sfide di questa portata. Serve, in definitiva, una maggior integrazione che sia «complementare alla Nato, senza gelosie, resistenze e sguardi al passato». Naturalmente c’erano pure altri dossier, in agenda ad Atene. Dalle sfide economiche e sociali, che impongono di consolidare il «cantiere aperto» dell’Ue, all’urgenza per l’Unione di «riesaminare con occhio critico il proprio lavoro» con capacità di autoriformarsi. E di farlo senza «arretrare verso ristretti interessi contrastanti, contrari a un futuro condiviso», come è scritto nella dichiarazione firmata al momento di congedarsi da tutti e 13 i presidenti.

Pubblichiamo la parte centrale del discorso d’insediamento del premier Abiy Ahmed al Parlamento etiope nel 2018.

Come ha detto uno dei padri della nostra nazione, «mentre siamo in vita, siamo esseri umani; quando moriamo, torniamo alla terra e dunque diventiamo parte della nazione». Ecco, voi troverete i preziosi resti di tanti uomini e tante donne sparsi in ogni angolo di questa terra. Mentre siamo vivi, siano etiopi. Quando moriamo, diventiamo Etiopia. L’Etiopia è la nostra casa comune. In ogni Paese, in ogni contesto, è inevitabile che ci siano differenze di opinione. Ma queste differenze non sono una maledizione. Se siamo disposti ad ascoltare le opinioni degli altri in un dialogo di principi condivisi, le nostre differenze si rivelano una ricchezza, una benedizione. È nella battaglia delle idee che si forgiano le soluzioni ai problemi. La forza è nella cooperazione. Insieme, diventiamo più forti. Non c’è problema che non si possa risolvere restando uniti. L’atteggiamento di chi dice: «Preferisco morire piuttosto che vedere la sconfitta delle mie idee», finisce per distruggere le famiglie, figuriamoci i Paesi. Noi abbiamo una sola Etiopia. Al di là di ogni differenza, l’unità nazionale è al primo posto. Ma l’unità non esclude il pluralismo. L’unità deve abbracciare le nostre diversità. Per questo noi etiopi abbiamo bisogno della democrazia. E ce la meritiamo. La democrazia non vale solo per altri Paesi. Quando era ancora un’idea estranea a molte popolazioni, noi abbiamo vissuto sotto il sistema della Gadaa che è stata un esempio per il mondo (il riferimento è all’antica organizzazione sociale in uso presso la popolazione oromo, con un’assemblea popolare che passava le leggi e eleggeva un leader, ndr). Oggi, la costruzione della democrazia è una questione fondamentale per l’Etiopia così come per ogni altro Paese del mondo. La democrazia non è concepibile senza libertà. E la libertà non è un regalo concesso da un governo al popolo. È semmai un dono di natura che vale pertutti, in virtù della nostra dignità di esseri umani. È necessario rispettare tutti i diritti umani e democratici, specialmente la libertà di espressione, di riunione e di organizzazione, partendo dal vincolo costituzionale che emerge dalla salvaguardia della libertà. In un sistema democratico, il governo permette ai cittadini di manifestare le proprie idee liberamente e senza paura. Il diritto delle persone alla libertà di movimento deve avere il sostegno forte e aperto delle istituzioni. È un diritto che va rispettato (e non certo ostacolato). Il fondamento della pace è la giustizia. La pace non è assenza di conflitto. La pace è un’inviolabile casa comune, costruita sulle nostre convinzioni condivise, e l’unica porta di accesso è il dialogo. È la fiducia reciproca. Il nostro viaggio insieme, che ci permette di appianareiconflitti in modo civile. Con il governo dell’Eritrea, dal profondo del cuore vogliamo porre fine al disaccordo che ha regnato per anni. Non eluderemo le nostre responsabilità. Esprimendo la volontà di superare le differenze attraverso il dialogo, lanciamo un appello al governo eritreo affinché faccia lo stesso. Non lo dobbiamo soltanto ai nostri interessi comuni, ma alle relazioni di sangue e di amicizia che legano i nostri popoli.

C ome la prenderà il compagno Isaias? Certo, la motivazione del premio Nobel per la pace assegnato al premier etiope Abiy Ahmed Ali ha qualche parola buona anche per lui. E riconosce lo sforzo di «tutte le parti interessate che lavorano per la pace e la riconciliazione in Etiopia e nelle regioni dell’Africa orientale e nordorientale» e dà atto che la pace firmata un anno fa è stata raggiunta appunto «in stretta collaborazione con Isaias Afewerki, il presidente dell’Eritrea». Niente di paragonabile, però, all’omaggio al successore di Albert Schweitzer, Martin Luther King o madre Teresa di Calcutta nella lista dei Nobel più prestigiosi. Un omaggio che riconosce ad Abiy Ahmed di avere «avviato importanti riforme per dare a molti cittadini la speranza per una vita migliore e un futuro più luminoso» e promosso «riconciliazione, la solidarietà e la giustizia sociale». Tutte parole che il vecchio tiranno comunista penserà geloso di meritare per sé. Certo, può darsi che lui, il Presidente della Repubblica Eritrea nonché presidente dell’Assemblea nazionale nonché guida del governo nonché leader del Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia nonché eccetera eccetera, colga quelle parole come un incoraggiamento a dare davvero il via a un processo di pace che, dopo la firma del settembre 2018, è rimasto nella sostanza arenato. Ma può darsi però che, al contrario, un uomo come lui che dopo aver vinto nel 1991 la guerra d’indipendenza eritrea ed essersi da allora imposto come presidente, viva anche il Nobel dato «solo» al premier etiope che era la sua controparte il giorno della fine delle ostilità con l’Etiopia, come l’ennesima prova di quella congiura internazionale che denuncia da sempre proponendosi come un uomo di Stato dedito al benessere del suo popolo ma, ahilui!, incompreso dagli altri. Vedremo. Dipenderà anche da quanto peserà il conflitto generazionale fra due uomini così diversi. Da una parte il quarantatreenne premier etiope eletto nell’aprile 2018 e capace nel giro di una manciata di mesi di dare un’iniezione di fiducia al proprio Paese e spingere l’ex nemico a un accordo quasi impossibile da rifiutare. Dall’altra il despota più vecchio di trent’anni che, a dispetto della vecchia battuta di Andreotti, appare logorato da mezzo secolo di guerra e decenni di potere assoluto. Un Duce rosso che si è via via tirato addosso le accuse della comunità internazionale che l’accusa di torture, di Amnesty («sono in migliaia a tentare di fuggire per non subire l’oppressione del governo o per evitare la leva obbligatoria a tempo indeterminato»), di Reporters Sans Frontieres che dopo l’esodo di tutti i giornalisti stranieri e la chiusura dei giornali nazionali (tranne la fedelissima «Haddas Eritrea» e un canale televisivo di osanna al Capo) piazza quello eritreo come il terz’ultimo Paese al mondo per libertà di stampa. Tutte cose che, per quanto i selezionatori dei Nobel per la Pace abbiano mostrato in passato una certa indulgenza verso qualche leader autoritario o qualche personalità discussa, non avrebbe proprio consentito, oggi, un premio alla pari. Ma lì torniamo: come la prenderà, il vecchio dittatore che si vede come un padre amorevole del popolo che tiene sotto il tallone?

La pace si fa in due, ma hanno premiato solo lui. Abiy Ahmed, prima il cognome e poi il nome come da tradizione etiope. Prima lo scatto e poi la maratona: in un Paese osannato per i suoi atleti fondisti, il Nobel più ambito è andato a un «premier sprinter» che nel giro di due mesi ha sgretolato un muro da record che resisteva da due decenni. Ha battuto la concorrenza di 300 e passa candidati, dalla favorita Greta Thunberg ad Angela Merkel passando per gli attivisti mascherati di Hong Kong. Hanno premiato lui, i commissari norvegesi del Nobel, pur ammettendo che i conflitti non si risolvono «grazie alle azioni di una parte sola». La mano tesa dal giovane premier etiope la scorsa primavera era stata presa al volo dal vecchio dittatore dell’Eritrea, Isaias Afewerki. Certo un anno dopo la dichiarata pace, i rapporti si sono un po’ arenati e le frontiere richiuse, mentre permangono le dispute sul confine che risalgono almeno alla guerra del 1998-2000 quando 80 mila soldati rimasero sul terreno. Dopo la sorpresa della partenza a razzo, il vecchio dittatore è rimasto tale. Ma lo sprinter non si è fermato. In patria Abiy ha liberato migliaia di prigionieri politici (anche se ultimamente si registra una certa ripresa della repressione sugli oppositori). E all’estero ha giocato un ruolo di mediazione cruciale in Sudan, dove il conflitto tra militari e società civile è sfociato in dialogo. Il premio che arriva da Oslo è un riconoscimento a un leader visto con simpatia (o con gelosia) in tutta l’Africa. Inaspettato ma non sprovveduto. Ex militare, 43 anni, è il più giovane leader del continente. Tre figlie, una moglie conosciuta nell’esercito, il mago dell’informatica vanta una carriera da veterano. Ha cominciato a 13 anni nelle file della resistenza al dittatore Menghistu, ha fatto il soldato e ha lavorato nell’intelligence, fondando l’agenzia nazionale di cyber security. In curriculum spicca un master in «leadership trasformativa» a Londra. Anche chi vede con sospetto l’Abiymania, non può non riconoscere le trasformazioni da lui impresse a un Paese come l’Etiopia. Applausi sono fioccati da tutto il mondo. Uno per tutti, il Segretario Generale dell’Onu António Guterres ha parlato di «un magnifico esempio» per tutti coloro che «vogliono superare le barriere del passato e mettere al primo posto le persone». Molta gente è scesa per le strade a festeggiare ad Addis Abeba. Giustoaottobre, un anno fa, la capitale era stata teatro di una minacciosa protesta con migliaia di militari fatti arrivare sotto il palazzo del premier per chiedere aumenti retributivi (forse sobillati dai vertici dell’esercito rimossi dal governo). Immaginate le guardie del corpo quando hanno visto Abiy scendere in mezzo ai soldati e «sgonfiare» la tensione sfidandoli a una gara di flessioni. È passato un anno e il Nobel per la pace arriva come incoraggiamentoaun leader che ha ancora molto da dimostrare. «Sono onoratoefelice», ha detto Abiy dopo l’annuncio. «È un premio all’Africa, all’Etiopia. Immagino che anche gli altri leader lo vedranno come un segno positivo per lavorare al processo di pace nel nostro continente». A guardarsi intorno, non si vede la fila di colleghi che si dannano l’anima per la pace. Fosse il Nobel perla guerra, forse sarebbe più facile. Non solo in Africa. Nella stessa Etiopia, le aperture democratiche del nuovo corso hanno acceso rivendicazioni che in alcuni casi hanno preso la strada della violenza, con almeno 1.200 morti e due milioni di sfollati interni. Abiy sembra l’incarnazione del dialogo tra etnie e religioni diverse: papà Oromo (l’etnia maggioritaria e a lungo discriminata)emusulmano, mamma di sangue Amara e cristiana ortodossa. Ahmed è diventato cristiano protestante: il suo ufficio è pieno di libri di filosofia, scienza, storia delle religioni. All’inizio del mandato non aveva voluto neanche una segretaria, per dare l’idea che il suo ufficio fosse sempre apertoatutti, senza filtri. Un paio di attentati hanno modificato il suo approccio. Le elezioni del 2020 saranno il banco di prova della sua missione. Il Parlamento attuale non vanta neppure un deputato dell’opposizione.

Per ora c’è la versione ufficiosa di Teheran. Una petroliera iraniana — hanno annunciato — è stata danneggiata da un paio di esplosioni in Mar Rosso. Un attacco terroristico, è la definizione delle fonti. Un evento dagli immediati contraccolpi con un rialzo del 2% del prezzo del greggio. Mentre, in uno sviluppo non legato in modo diretto, Washington ha ordinato un rafforzamento del dispositivo militare in Arabia Saudita. L’incidente si è svolto in due fasi a circa 60 miglia dalla città saudita di Gedda. Un primo ordigno ha colpito la nave alle 5, quindi un secondo «botto» venti minuti dopo. L’attacco avrebbe causato qualche danno, compresa una perdita ridotta di greggio, peraltro subito contenuta e nessuna conseguenza per l’equipaggio. Una situazione non troppo complessa visto che il comandante ha potuto manovrare ed ha deciso di invertire la rotta dirigendosi di nuovo verso un proprio porto. Inizialmente gli iraniani hanno ipotizzato l’uso di missili, circostanza poi non confermata. Confusione anche sul nome dell’unità. Si era pensato che fosse la Sinopa, ma successivamente hanno precisato che la petroliera coinvolta era la Sabiti. Un particolare arricchito da un dettaglio fornito da esperti della società «Windward» alla Bbc. L’unità — in base ai loro rilevamenti — ha tenuto spento il suo segnalatore Ais per circa due mesi e lo ha riacceso poche ore prima dell’incidente. Un comportamento, secondo alcuni osservatori, che potrebbe essere spiegato con la volontà di nascondere le tracce di eventuali traffici, visto che il carico era destinato alla Siria, paese colpito da embargo. L’episodio ha suscitato attenzione in quanto si inserisce nella guerra delle petroliereein una regione già scossa dal bombardamento dei siti sauditi, azione rivendicata dai guerriglieri yemeniti Houti ma attribuita ai pasdaran iraniani. Dunque sono tante le ipotesi su quanto sia avvenuto:1. Una rappresaglia di Riad (anche se nelle ultime settimane nel regno hanno ammorbidito i toni verso il nemico). 2. Un atto compiuto da qualche gruppo che ha agito per conto dei sauditi. 3. Un sabotaggio dai contorni incerti simile a quelli che hanno coinvolto unità nel Golfo Persico: è possibile colpire, è difficile accertare la responsabilità. 4. Una provocazione. La via d’acqua peraltro è stata già teatro di operazioni condotte sia da gruppi proIran che elementi qaedisti, spesso hanno usato lanciarazzi o barchini esplosivi contro il traffico marittimo. E non da ieri, bensì dai primi anni 2000. In questo quadro di grande instabilità è arrivata una mossa da parte degli Usa. Il Pentagono ha disposto l’invio di altri 1.500 soldati, due formazioni di caccia, sistemi missilistici per potenziare la difesa dell’alleato saudita. Due batterie di Patrioteuna di Thaad dovranno fronteggiare eventuali minacce colmando «buchi» nella rete di Riad, rivelatasi incapace di sventare lo strike contro gli impianti Aramco, centrati da droni e cruise. Con il nuovo schieramento il numero dei militari statunitensi nella penisola sale a 3 mila uomini. Gli Usa trasmettono un doppio segnale. Per dimostrare solidarietà concreta ad un partner scettico sulle reali volontà di Trump e per ammonire Teheran.