Ha ragione da vendere, il comandante della Guardia di finanza Giuseppe Zafarana. La pirateria digitale, ha detto venerdì al nostro Carlo Bonini, «spalanca praterie all’informazione fake, per sua natura gratuita, e dunque, in ultima analisi, finisce con l’attentare all’articolo 21 della Costituzione». Va riletto con attenzione, quell’articolo che non per caso i padri costituenti hanno voluto introdurre fra i “diritti e doveri dei cittadini”. Comincia così: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». Dal momento in cui sono nate le moderne democrazie, questo è stato uno principio irrinunciabile. A qualunque latitudine. Ma per la prima volta, adesso, le democrazie hanno a che fare con un nemico apparentemente invisibile, che penetra come l’acqua nella società attraverso le fessure aperte nell’universo immateriale del web. Un nemico che corrode rapidamente alcuni pilastri della convivenza civile e delle libertà individuali: quel che è più grave, diffondendo l’idea esattamente contraria. E cioè che quella corrosione, rendendo gratuito l’accesso all’informazione, ma anche alle produzioni culturali e alla musica, renda più liberi. È un’idea in sintonia con il populismo oggi imperante, e quindi capace di trovare significativi sostegni politici. Che rendono, inutile sottolinearlo, ancora più difficile la lotta ai ladri di giornali, come ai ladri di film e ai ladri di musica. Perché di furto, in primo luogo, si tratta. Soltanto che non è come rubare al supermercato. Perché si tratta di un furto con implicazioni che vanno ben oltre il codice penale. I ladri di giornali, ossia le piattaforme che si appropriano illegalmente dei nostri contenuti per diffonderli gratuitamente lucrando così sul furto (perché guadagnano su quella rapina), stanno contribuendo a mettere in ginocchio la libera stampa, amplificando in misura determinante la crisi della carta. Una crisi che ha certo più d’una ragione: fra queste non va sottovalutata la chiusura dei punti vendita, con gli edicolanti strozzati anche dai prezzi e gettati in miseria, che lascia interi pezzi del Paese privi di accesso a un’informazione qualificata. Ma quando i giornali, come qualche arguto politico ancora non smette di augurarsi, saranno scomparsi, anche la democrazia non sarà più come l’abbiamo conosciuta finora. Chi pensa che la stampa sia manipolabile e si illude che la verità stia sui social media, non vede che sta succedendo esattamente il contrario. Gli elettori sono stati influenzati da notizie false negli Stati Uniti come in altri Paesi. Senza per giunta che chi esercita quelle influenze, attraverso account anonimi basati all’estero e difficilmente individuabili, sia esposto al pubblico controllo e alle conseguenze del caso, anche sul fronte delle responsabilità legali. Il contrario di ciò che invece avviene, in tutto il mondo, per la libera stampa. In un Paese che mostra serie difficoltà con la memoria bisognerebbe ricordare come ogni volta che i giornalisti sono stati imbavagliati, è stata imbavagliata anche la democrazia. Un tempo si faceva con le leggi, oggi ci pensano i ladri del web che uccidono le imprese editoriali con l’idea malata che l’informazione debba essere gratis. E fa venire i brividi notare come quel bavaglio sia stato giustificato in Italia con motivazioni identiche a quelle che oggi certi profeti del web e dei social, quinte colonne dei ladri di cui sopra, portano per denigrare il nostro lavoro: cioè che i giornali in realtà non sono liberi perché obbediscono solo ai loro padroni. «Con la libertà di stampa i giornali pubblicano solo ciò che vogliono veder stampato le grandi industrie o le banche, le quali pagano il giornale»: così rispose Benito Mussolini nel 1932 allo scrittore Emil Ludwig che lo intervistava. Da sette anni la libera stampa in Italia era stata definitivamente abolita mentre il fascismo era all’apice della sua parabola.
Il codice penale – che è del 1930 – punisce con la reclusione da cinque a dodici anni chiunque aiuti altri a mettere in atto la decisione di por fine alla propria vita. L’aiuto al suicidio è trattato allo stesso modo della condotta, del tutto differente, di chi istiga o determina altri a suicidarsi. La Corte costituzionale, con un’ordinanza dell’anno scorso, ha già espresso il suo giudizio, indicando che, almeno in talune situazioni, come quella in cui venne a trovarsi DJ Fabo, la tutela della vita trova un limite nella necessità di riconoscere altri valori costituzionali, legati alla dignità della persona e al rispetto della autodeterminazione. La Corte aveva rinviato la sua decisione di un anno per dar modo al Parlamento di legiferare conformemente. Il Parlamento non ha provveduto e la Corte riprenderà l’esame della questione il prossimo 24 settembre. In un recente, importante intervento il cardinale Bassetti, presidente della Conferenza episcopale, ha espresso una posizione radicalmente negativa rispetto alla previsione di casi in cui l’aiuto al suicidio sia consentito. Del discorso del cardinale, data la sua qualità e considerato ch’egli ha avuto cura di premettere che parlava «a nome della Chiesa italiana», interessa cogliere il versante etico religioso. Egli ha sostenuto che «va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente»; il suicidio da parte del malato è «un atto di egoismo, un sottrarsi a quanto ognuno può ancora dare». Che dire? Che dire se si hanno presenti le tragiche, irreversibili condizioni in cui vengono a trovarsi certe persone, che soffrono, senza speranza, pene insopportabili e non sono in grado di darsi la morte o sono costrette ad uccidersi in modi atroci? È certo che molta parte della società italiana respinge come inaccettabili –direi disumane- simili affermazioni. Questa è però la posizione che legittimamente la Chiesa esprime. La quale Chiesa tuttavia non si limita a enunciare la condotta che deve adottare chi intende seguirne le indicazioni morali. Essa chiede anche che lo Stato punisca chi aiuti altri a dar corso alla decisione di morire (e in fondo anche che consideri illecito il suicidio stesso, secondo quanto avveniva nei secoli passati). Lo Stato viene chiamato a tornare a svolgere il ruolo di braccio secolare, che infligge pene a chi viola i precetti della Chiesa. La distinzione tra il peccato e il reato, però, dovrebbe essere ormai accettata. Per aver separato il reato dal peccato, Beccaria si vide mettere all’Indice dei libri proibiti il suo Dei Delitti e delle pene. Ma si era nel 1766. E non tutti in Italia si considerano tenuti a seguire i dettami della Chiesa cattolica. Se l’incostituzionalità dell’attuale punizione dell’aiuto al suicidio, dopo l’ordinanza della Corte costituzionale, deve essere ormai un dato acquisito, la previsione dei casi in cui quell’aiuto deve essere lecito, la costruzione di procedure che assicurino la libertà e consapevolezza della decisione di por fine alla propria vita, la definizione di chi e come possa legittimamente provvedere, sono tra la questioni che richiedono attenta regolamentazione. Soprattutto va approfondita la questione dell’autonoma decisione di morire, finora non abbastanza considerata nel dibattuto e nei diversi progetti di legge. Difficilmente, dati gli strumenti di cui dispone, potrà compiutamente provvedere la Corte costituzionale. Una legge sarà comunque necessaria. Intanto la società civile si è mobilitata. Convegni e studi si sono susseguiti: quello in cui è intervenuto il cardinal Bassetti, diversi organizzati dall’Associazione Luca Coscioni e altri organizzati in ambiente universitario. Il gruppo di studio di bioetica dell’Università di Trento ha ora pubblicato uno studio interdisciplinare sull’aiuto medico a morire, frutto del lavoro di giuristi e medici (sul sito della rivista Biodiritto). Il tema è di straordinaria complessità. Facile, troppo facile rifiutare di affrontarlo, adducendo radicali ragioni morali. Alle istituzioni dello Stato spetta l’onere di offrire possibilità ai cittadini: possibilità, non obblighi, naturalmente. Con attenzione e rispetto per chi viene a trovarsi nelle condizioni di decidere di cessare di vivere.
L’Egitto è di nuovo al bivio, slogan anti-regime, gas lacrimogeni, una quarantina di ragazzi arrestati. Da 48 ore, per l’ennesima volta da quando il vento del 2011 portò la speranza nel mondo arabo, l’iconica piazza Tahrir si riempie di quelle aspettative che ormai solo la piccola Tunisia sembra stoicamente tenere alte nella regione. Le proteste degli ultimi due giorni al Cairo ma anche ad Alessandria, Suez ed altre città, sono certamente sorprendenti in un Paese dove da anni nessuno osa più contestare qualcosa, ma dicono molto di più. Quando all’inizio di settembre, dalla Spagna dove risiede, il fino ad allora sconosciuto imprenditore edile Mohamed Ali ha cominciato a denunciare su Facebook la corruzione dell’entourage del presidente Al Sisi e le ville costruite a spese del popolo, nessuno, tranne gli irriducibili, ha dato peso alla cosa. Poi la rabbia è cresciuta. La fine del regime «Il popolo vuole la caduta del regime» ripetono gli egiziani che dopo aver rinunciato alla libertà nel nome della sicurezza e della lotta al terrorismo si ritrovano da anni più silenziati, più insicuri e più poveri. Da quando il generalissimo Al Sisi è stato eletto presidente, dopo aver deposto il predecessore Morsi ed aver messo al bando la Fratellanza Musulmana, il Paese ha affrontato la cura ricostituente del Fondo Monetario Internazionale che ha rimesso in carreggiata i debiti ma ha impoverito la popolazione tagliando drasticamente i sussidi su cui contava dai tempi di Nasser. Mohamed Ali è un nome di cui nessuno sa nulla al Cairo. Certo, postando video in cui denuncia quello che tutti sospettano, ossia che i cantieri moltiplicatisi nel Paese, da New Cairo al raddoppio del Canale di Suez, lavorino solo per il regime e per l’esercio che lo sostiene, ha catalizzato la frustrazione. Ma c’è di più. «Noi del 2011 aspettiamo di capire cosa siano queste proteste, ma siamo pronti a sostenerle» spiega una attivista della prima ora oggi molto ritirata. Il sospetto è che ancora una volta si tratti di una manovra dell’esercito per fare fuori il sacrificabile, l’outsider di turno, Al Sisi, il presidente partito in anticipo per il meeting alle Nazioni Unite e secondo molti in procinto di non tornare mai più. La memoria corre a Tamarod, il movimento nato dal nulla nella primavera del 2013 che raccolse in breve milioni di firme contro l’allora presidente islamista Morsi salvo scoprirsi poi un prodotto dell’esercito. Sono le nuove proteste una creazione militare per fare fuori Al Sisi e il suo entoruage avido di ville? È presto per dirlo, ma le braci della realissima rabbia egiziana covano da anni sotto la cenere. Mentre scriviamo centinaia di ragazzi stanno tornando in piazza e la polizia si ammassa sui cavalcavia, 40 arresti per gli standard locali sono pochi ma la storia non è finita. Il bivio è quello del Novecento.
Gli stagionati e i freschi. Ecco le due locomotive che, nei primi sei mesi dell’anno hanno trainato la forte crescita delle esportazioni di formaggi e latticini italiani. Il report di Ismea, diffuso in occasione di Cheese che si conclude domani a Bra, mette in luce un deciso cambio di marcia rispetto al rallentamento dell’anno scorso: l’incremento va oltre il 12%, quattro volte l’andamento del 2018 (+3%), il più basso degli ultimi 10 anni. In questo scenario positivo c’è un dato in controtendenza: il Canada. «Le esportazioni di Grana Padano e Parmigiano Reggiano si sono ridotte del -32% scendendo a soli 1,4 milioni di chili», denuncia la Coldiretti che mette sotto accusa l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada (Ceta). Propaganda? A oggi i numeri sono negativi per l’intero settore caseario nazionale: Provolone (-33%), Gorgonzola (- 48%), Pecorino romano e Fiore sardo (- 46%). Perdono quote anche Asiago, Caciocavallo, Montasio e Ragusano (- 44%). Nello stesso tempo il report Ismea mette in luce che l’export verso gli Usa è in crescita grazie all’ottima performance di Grana padano, Parmigiano reggiano (+26%) e dei Pecorini (+28%). E così il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, va all’attacco: «Il Ceta ha legittimato, per la prima volta nella storia dell’Unione Europea, le imitazioni del Made in Italy». dal suo punto i vista la prova di questa accusa sta nel fatto che la produzione del Parmesan in Canada è aumentata del 13% e hanno avuto incrementi «anche ricotta e mozzarella locale, Provolone taroccato e non ben identificato formaggio Friulano». E la Coldiretti mette sotto accusa anche l’accordo tra Ue e Giappone. Ma i ricercatori di Ismea segnalano l’ottimo andamento in Giappone dei formaggi stagionati (+22,8%) e freschi (+24,9%). Si vedrà. Quel che è certo è che il «caso Canada» è destinato a riaccendere le polemiche politiche e anche quelle tra organizzazioni agricole. In ballo c’è la ratifica dell’intesa da parte del parlamento italiano con il ministro dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, che spinge per il Sì. Coldiretti è per il No mentre Confagricoltura – che pur riconosce la flessione – e la Cia sottolineano la bontà di quell’accordo perché come «segnalato dagli industriali di settore, il fenomeno dipende da un’inefficiente gestione delle quote». Dunque «occorre continuare a lavorare per la piena applicazione dell’accordo e riteniamo che il problema possa essere superato a breve». L’analisi delle regole Ma a Bra, tra gli stand di Cheese, si pare un altro fronte. Slow Food International ha analizzato i disciplinari delle 236 Dop e Igp europee del settore caseario e mette in dubbio l’efficacia di questo regolamento, che sebbene resti molto valido nei principi, purtroppo nei fatti viene spesso disatteso a favore di una industrializzazione del prodotto. Al punto che gli allevatori e i casari più rigorosi si trovano costretti a cercare altre vie per affermare l’artigianalità, la qualità e la biodiversità dei loro formaggi. «Abbiamo preso in considerazione una serie di parametri – spiega Raffaella Ponzio di Slow Food International -. Quello sul latte è tra i più significativi: solo il 39% dei disciplinari obbligano a usare latte crudo, mentre gli altri restano vaghi o consentono la pastorizzazione, condizionando fortemente il risultato finale». Anche sulle razze animali la confusione è ampia: 108 disciplinari (46%) non danno indicazioni sulle razze dalle quali deve provenire il latte, pochissimi chiedono ai produttori di allevare genericamente razze «locali» do «del territorio», ma senza specificarne il nome. Sui fermenti, la situazione è ancora peggiore: «L’86% delle Dop e Igp consente quelli industriali ed è anche per questo che Slow food ha lanciato la sua campagna sui formaggi naturali» spiega Raffaella Ponzio. In Italia, se il disciplinare del Parmigiano Reggiano è un esempio virtuoso, lo stesso non si può dire per le regole troppo generiche adottate dall’Asiago e dalla Toma Piemontese. Ma all’estero la situazione non è migliore: in Francia c’è il caso del Camembert ormai industrializzato e in Inghilterra quello dello Stilton, che addirittura obbliga a pastorizzare il latte. «L’auspicio – dicono da Slow Food – è che la situazione migliori, che i disciplinari non siano visti come strumenti di marketing, ma diventino dei veri baluardi della qualità, a salvaguardia del consumatore».
Due nuovi «sbarchi fantasma» nelle ultime ore. A Lampedusa sono arrivati 92 migranti a bordo di un’imbarcazione di legno, mentre 41 sono approdati a Brancaleone, in Calabria, su una barca a vela. Intanto resta ancora in stallo la situazione della Ocean Viking, la nave umanitaria gestita in collaborazione da Msf e Sos Mediterranée: 182 persone restano bloccate a bordo. Tra di loro ci sono bambini, una donna incinta e un neonato. Al Viminale e a Palazzo Chigi spetta così un duplice impegno. Per gestire gli arrivi dei migranti con le navi delle Ong si punta alla loro distribuzione europea, mentre per quanto concerne gli «sbarchi fantasma» si guarda a un possibile confronto con Khalifa Haftar. Dopo l’incontro dell’altro giorno con il primo ministro del governo di accordo nazionale Fayez al Sarraj, il premier Giuseppe Conte sta prendendo in considerazione la possibilità di discutere del problema con l’uomo forte della Cirenaica. Intanto sul tavolo del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, che lavora in stretto contatto con il presidente del consiglio, i fascicoli più spinosi riguardano la gestione delle imbarcazioni delle Ong secondo una linea politica in grado di «coniugare umanità e rigore». L’obiettivo è quello di rafforzare la sponda europea della distribuzione dei migranti, passando dalla base volontaristica a quella automatica. Ieri il premier Conte ha ribadito che «l’Italia non accetterà più di restare sola» e certamente all’occorrenza «può esercitare» un diritto di veto. E ancora: «Sulla necessità di aiutare i migranti economici sarò irremovibile anche con Macron». E se finora la disponibilità all’accoglienza è stata concessa solo da Francia e Germania, l’auspicio è che possano aggiungersi sempre più Paesi, a partire quelli con le coste sul Mediterraneo come Spagna e Grecia. Snodo cruciale sarà la conferenza a Malta fissata per domani. Le aspettative sono tante, anche se è evidente che si tratta di obiettivi a lungo termine. La partita, insomma, è decisamente complessa e spinosa. Come lo è del resto anche l’altra questione degli sbarchi fantasma, anche se va ricordato che non si tratta di una novità: da gennaio ad agosto 2019, mentre Salvini imponeva la chiusura dei porti, ce n’erano stati ben 208 per un totale di 4.306 migranti. Infatti sono sbarcati sulle coste italiane 5.253 stranieri, ma solo 947 sono stati portati con le navi delle Ong con 26 sbarchi. Un problema insidioso, che per il presidente del consiglio Conte «rischia di diventare più allarmante di quello delle navi delle Ong». Urge al più presto una soluzione, che però può essere trovata solo dal punto di partenza, ovvero la Libia e la Tunisia. Fondamentale è la collaborazione con le rispettive forze della Guardia costiera. Una missione non certo facile, soprattutto a causa della loro collusione con ambienti della criminalità, delle milizie, degli jihadisti e dei trafficanti di esseri umani. Se la Tunisia deve fare i conti con la precarietà dovuta alle recenti elezioni, in Libia la situazione è ancora peggiore a causa della guerra civile in corso tra i sostenitori di al-Sarraj e quelli a favore di Haftar. Un primo passo è avvenuto mercoledì scorso con l’incontro a Roma tra Conte e al Sarraj. Ma il territorio libico è una polveriera che rischia di esplodere e gli equilibri sono così sottili e delicati da richiedere un confronto anche con Haftar, oltre che con al Sarraj. Non proprio una passeggiata. Ecco perché, oltre al lavoro delle diplomazie, c’è in campo anche l’impegno più sotterraneo della nostra Intelligence. Non a caso questo specifico capitolo libico e tunisino è seguito direttamente dal premier, che ha tenuto per sé la delega ai servizi segreti. Giuseppe Conte sta dunque valutando l’opportunità di incontrarsi di nuovo con Haftar, tanto più che l’ultima riunione con lui risale allo scorso maggio.
Più che di scissioni, Piero Fassino è esperto di fusioni perché nel 2007, da segretario dei Ds, li sciolse per dare vita al Pd insieme con la Margherita. Ora Matteo Renzi imbocca il percorso inverso e Fassino lo vive «con grande sofferenza personale». Che cosa non la convince? «Èun’operazionecheciriportaalpassato.Abbiamofondato il Pd per superare le culture del Novecento e mettere a disposizione dell’Italia un progetto politico per questo secolo.Questascissioneinvece ripropone la distinzione tra sinistra e centro che fu superata12anni fa». Non ne sentiva il bisogno? «Bastaguardareacomeèstata accolta, da un largo sentimentodidisagioediirritazione. Il popolo progressista ha imparato a proprie spese che, quando viene meno una forte unità di intenti, la prospettivadelle riforme si indebolisce. Chi spacca o divide difficilmente può essere guardato con simpatia. E qui non si è trattato certo di una separazioneconsensuale». Come la definirebbe? «Una rottura a freddo. Senza profonde ragioni. Tutte le principali scelte dell’ultimo anno sono state condivise dall’interoPd:lafermaopposizione al governo Lega-5Stelle, la lotta alla brutalità di Salvini, la nuova maggioranzaPd-5S.Qualidissensi giustificano la nascita del nuovopartito ?». E allora, quale altra spiegazione si dà? «Renzi come primo ministro ha compiuto scelte anche coraggiose, ma non ha mai fattoiconticonlesconfitte.Eoggi fonda un partito per riproporre le scelte dei suoi governi, senza tener conto che quando passi dal 40 al 18 per cento non puoi dire che è colpa del “fuoco amico”. Milioni di cittadini hanno tolto la loro fiducia al Pd non condividendone le politiche e non sentendosiascoltati». Qualcuno ci vede una strategia alla Macron, che in Francia ha rotto gli schemi. «Sì: marginalizzare il Pd, assorbireilcentroeproporsicome unica alternativa a Salvini. Però segnalo differenze non da poco: Macron non ha spaccato il suo partito. Ha vinto con il doppio turno e in un regime presidenziale, mentre il quadro istituzionale italiano è diverso. E poi scendevada leader per la primavoltanell’agone». Renzi garantisce che sosterrà il governo. Gli dà credito? «Mi auguro che sia cosí. Ma c’e un rischio oggettivo: dovendo crescere, il nuovo partito sarà costretto a conquistarsi uno spazio e una visibilità, mettendo ogni giorno in campo proposte che si distinguano. E proponendosi comel’alternativaaSalvinifinirà per offrirgli una rendita di posizione, che il leader della Lega sfrutterà per uscire dal proprioisolamento». Il Pd può mettersi al riparo da questi rischi? «Lo deve fare. Non ci faremo marginalizzare, né ci arroccheremo nei vecchi recinti. Al contrario riproporremo senza incertezze la natura di partito riformista, radicato in Europa, fortemente innovatore,apertoallasocietà,capace di riforme economiche, sociali,istituzionaliindispensabili per rimettere in moto il Paese, combattere vecchie e nuove disuguaglianze e vincerelesfidedelmondoglobale, dal climate change all’immigrazione». Cosa comporta, Fassino? «Che tutte le piattaforme politiche su cui i candidati segretari – Zingaretti, Martina e Giachetti – si sono confrontati al congresso, erano finalizzate alla lotta contro il governo giallo-verde. Lo scenario è cambiato radicalmente. Adesso siamo al governo e la sfida consiste nel rimettere in moto il Paese. Occorrerà aggiornarestrategieeobiettivi e costruire una forte e larga unità, che superi gli schieramenti congressuali. E abbiamo davanti sfide elettorali regionali importanti. Insomma:serveun“colpodireni”. Il Pd deve ritrovare l’orgoglio della sua storia e le ambizioni per cui è nato».
Entro venerdì il governo dovrà pubblicare la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef), che fisserà gli obiettivi di deficit e debito pubblico alla base della legge di bilancio per il 2020. Sarà il primo atto concreto di politica economica del nuovo governo. Cosa ci possiamo aspettare? Facciamo un riassunto delle puntate precedenti.
La Nadef aggiorna il Documento di Economia e Finanza (Def) presentato in aprile. Il Def aveva indicato che il deficit pubblico si sarebbe attestato al 2,4 per cento del Pil nel 2019 e al 2 per cento nel 2020. Questi numeri non erano piaciuti alla Commissione e a giugno, riconoscendo che le cose stavano andando meglio del previsto in termini di spesa e di entrate, il governo aveva concordato un pacchetto di risparmi che avrebbero portato il deficit del 2019 al 2%.
Non era chiaro quali sarebbero state le implicazioni per il 2020, ma, in assenza di una nuova stima ufficiale, si può ipotizzare che i risparmi identificati in giugno (alcuni dei quali una tantum, altri più permanenti, come la minor spesa per quota 100 e il reddito di cittadinanza, misure che hanno attirato meno interesse di quanto inizialmente previsto), insieme ai minori tassi di interesse negli ultimi mesi potrebbero far scendere il deficit nel 2020 intorno all’1,5 per cento del Pil.
Questo avverrebbe però solo se la legislazione restasse immutata, incluso l’aumento dell’Iva per circa 23 miliardi votato alla fine dell’anno scorso per trovare coperture agli aumenti di spesa già decisi con effetto sul 2020. Senza questo aumento, che il governo è intenzionato a cancellare, il deficit il prossimo anno salirebbe da 1,5 al 2,8 per cento.
Un ultimo elemento per capire da dove si parte nel 2020: le previsioni del Def di aprile non comprendevano le cosiddette “spese indifferibili” spese che si sa dovranno avvenire nel 2020 ma che, per una cattiva abitudine italiana, non erano incluse nelle previsioni del Def. Se si aggiungono queste spese (circa 2 miliardi), il deficit per il 2020 sale dal 2,8 al 2,9% del Pil. Quindi per riportare il deficit all’obiettivo previsto in aprile (2 per cento) occorrerebbe trovare risorse per lo 0,9 per cento del Pil, circa 16 miliardi.
A questi si aggiungerebbero le risorse per le nuove iniziative che il governo dice di voler prendere. Non si sa quanto queste potrebbero costare, ma per avere qualcosa di significativo in tutte le aree indicate nel programma di governo (cuneo fiscale, welfare, famiglie, pubblica istruzione, sussidi a imprese che investono) servirebbero almeno una decina di miliardi, forse più, da aggiungere ai già citati 16 miliardi. Da dove possono venir fuori tutti questi soldi? Il governo spera nel buon cuore della nuova Commissione Europea.
Intendiamoci: non è che i soldi ce li darebbe la Commissione. Ma questa acconsentirebbe a farceli prendere a prestito, accettando un deficit più alto del 2 per cento. Non penso però che si posso andare molto in là: cambiare le regole europee sui conti pubblici richiederebbe, se anche ci fosse l’unanimità dei membri, un paio di anni e, nell’ambito delle attuali regole la flessibilità potrebbe limitarsi a 5-6 miliardi (lo 0,3 per cento del Pil). E il resto?
Il governo ha parlato di ridurre deduzioni e detrazioni, le cosiddette “spese fiscali”, magari quelle dannose per l’ambiente (ricordiamo che Macron ebbe la stessa idea, scatenando la reazione dei gilet gialli). Forse è anche utile andare a vedere se qualcuna delle misure introdotte negli ultimi anni potrebbe essere rivista.
Viene in mente prima di tutto quota 100, misura in conflitto rispetto alle tendenze demografiche e l’aumento tendenziale della spesa pensionistica. Il problema è che il risparmio immediato anche da una sospensione completa dei nuovi pensionamenti con quota 100 nel 2020 sarebbe modesto (mezzo miliardo circa).
Si potrebbe rivedere il trattamento previsto per il reddito di cittadinanza, che risulta molto più generoso per i single che abitano al Sud, dove il costo della vita è più basso, che per le famiglie numerose del Nord. Ma occorrerebbe tagliare i sussidi già in corso di erogazione, cosa non facile.
Tante altre misure sono state introdotte dal 2014. Il totale ammonta a quasi 90 miliardi, compreso, sul lato della spesa, oltre a quota 100 e reddito di cittadinanza, maggiori stanziamenti per la “buona scuola”, le pensioni, le assunzioni nel settore pubblico, le spese per le famiglia, il bonus “cultura” per i diciottenni e, sul lato delle entrate, l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, la riduzione dell’Ires, la detassazione di premi di produttività, l’esclusione del costo del lavoro dall’Irap, il bonus di 80 euro (che l’Istat classifica però come spesa e non come detassazione), la flat tax per le piccole partite Iva, eccetera. 90 miliardi, alla faccia della austerità, uno potrebbe dire.
Il problema è però il solito. Ormai tutte queste cose sono viste come diritti acquisiti e sarà difficile eliminarle. La logica per cui si introducono nuovi provvedimenti e si verifica dopo due o tre anni la loro efficacia non appartiene al settore pubblico italiano: non si va mai a valutare l’efficacia delle misure introdotte (si è mai andato a vedere cosa esattamente è stato comprato col bonus ai diciottenni, per esempio?).
Si sarebbe potuto procedere con una revisione della spesa a più ampio raggio, ma non mi risulta che il governo precedente abbia fatto grandi progressi in questa direzione.
Resta quindi l’incertezza sul come far tornare i conti. Certo occorrerà ridimensionare lo spazio per nuove iniziative. Ma anche senza nuove iniziative occorre trovare 16 miliardi, a meno di non aumentare l’obiettivo di deficit sopra il 2 per cento. Che si ricorra, di nuovo , ai tagli lineari, magari anche quelli per le spese di esercizio con un peggioramento della qualità dei servizi pubblici? Temo di sì…
L ’indagine della procura di Firenze va ancora una volta a sottolineare un tema fondamentale per la vita democratica: la trasparenza del finanziamento della politica. Al di fuori degli eventuali illeciti penali, che saranno oggetto del vaglio della magistratura, c’è un problema di fondo: l’impossibilità di conoscere chi contribuisce economicamente ai partiti. Finora le contabilità sono state a dir poco opache, con fiumi di milioni distribuiti a leader e correnti attraverso una selva di fondazioni, associazioni e simil-onlus prive di qualunque regola. A volte, come spesso ha denunciato Raffaele Cantone, avevano lo statuto di una bocciofila di paese. La fondazione “renziana” Open , ad esempio, era una delle pochissime a mettere online un dettagliato bilancio. Allo stesso tempo però ha mantenuto l’anonimato su circa il 40 per cento dei finanziatori. E non si tratta di somme irrilevanti: in sei anni ha ricevuto 6 milioni e 700 mila euro. Ma i sovvenzionatori che negano il consenso alla pubblicazione rimarranno per sempre segreti. E non è neppure possibile conoscere la destinazione dei fondi rimasti in cassa al momento della chiusura, almeno un milione e 300 mila euro, che il presidente Alberto Bianchi ha indicato come destinati a ripianare i debiti. Con la legge Spazzacorrotti il Far West sembrava destinato a finire. Per la prima volta sono state introdotte misure rigorose, con l’obbligo di denunciare sulle pagine internet entrate e spese superiori ai 500 euro. Queste regole sono rimaste essenzialmente teoriche, perché i siti dei partiti non risultano aggiornati. Anche lo Spazzacorrotti però rischia di rimanere un’arma spuntata, perché non è stato dotato di un organismo di controllo all’altezza. Se ne deve occupare la “Commissione di garanzia per la trasparenza”, dipendente dal Parlamento: è composta da 5 giudici part-time, 7 impiegati prestati da altre amministrazioni e 2 segretarie. Non hanno banche dati nè strumenti di indagine: armati di buona volontà, devono certificare i bilanci di centinaia di soggetti politici. Da oltre un anno il presidente della Commissione Luciano Calamaro ha chiesto rinforzi: venti persone stabili e qualificate, per tentare di far fronte alla missione. Arriveranno mai?
Un altro duro colpo al cerchio magico di Renzi per un’inchiesta della Guardia di finanza coordinata dalla procura di Firenze. Stavolta a finire nel mirino non è un politico, ma un avvocato: Alberto Bianchi, 65 anni, pistoiese ma fiorentino di adozione. E’ stato indagato per traffico di influenze illecite. Amico di Renzi, di cui è stato anche l’avvocato personale, Bianchi è stato il presidente della fondazione Open, creata dall’ex premier, che per anni è stata la cassaforte degli eventi renziani, a partire dalla Leopolda. Avvocato brillante ma anche lobbista collaudato in grado di esercitare grande opera di persuasione tra gli imprenditori per raccogliere fondi per le attività di Renzi, Alberto Bianchi ha maturato negli anni prestigiose consulenze. Il suo difensore, l’avvocato Nino D’Avirro, insiste che si tratta di «accuse infondate relative a prestazioni più che legittime», ma dagli inquirenti filtra che si sta valutando un’altra pesante accusa e cioè quella di finanziamento illecito ai partiti. Di certo c’è che Alberto Bianchi è noto sia a Firenze sia a Roma per la sua vicinanza a Matteo Renzi e per i molteplici incarichi ottenuti sia nel pubblico sia nel privato. L’inchiesta punta ora a verificare se grazie ai rapporti con le società che hanno versato denaro alla Open (che in sei anni ha ottenuto finanziamenti per 6,7 milioni di euro) Alberto Bianchi possa aver esercitato influenze per concludere affari. Tra le varie attività di consulenza di Bianchi con enti pubblici spicca quella alla Consip, la centrale di committenza nazionale della pubblica amministrazione che bandisce gare per 14 miliardi di euro l’anno per l’acquisto di beni e servizi: in due anni e mezzo ha affidato a Bianchi incarichi per quasi 350 mila euro. È inoltre entrato nel Cda dell’Enel e ha ottenuto una consulenza dalla Alstom Ferroviaria e dalla Federservizi. Tra le consulenze con le imprese private si ricordano invece quelle con Snai, Siram e Nexive. Non basta, ha anche creato una società di brevetti farmaceutici, la K-cube, insieme a un altro fedelissimo di Renzi, Marco Carrai. Quando Bianchi era presidente della Open, nel consiglio direttivo sedevano Maria Elena Boschi (segretario generale), Marco Carrai e Luca Lotti. La fondazione, sul cui sito internet era possibile leggere i nomi dei finanziatori che avevano dato il consenso alla pubblicazione, è stata chiusa l’anno scorso. Ma l’avvocato D’Avirro insiste nel sostenere che «l’accusa di traffico d’influenze non è riferita direttamente a società famose: è relativa all’attività professionale fornita ad imprese minori. Il mio assistito ha messo a disposizione degli inquirenti tutta la documentazione richiesta nella convinzione di poter chiarire al più presto questa vicenda che lo sta profondamente amareggiando. Il traffico di influenze è un reato fumoso e il mio cliente ne è del tutto estraneo». Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto Luca Turco: l’altro ieri ha disposto la perquisizione dello studio dell’avvocato Bianchi e il sequestro dei bilanci.
È grazie al senatore Riccardo Nencini se Renzi evita di finire nella terra di confine del Misto e riparte da Palazzo Madama (oltre che da Montecitorio) come leader di un gruppo parlamentare. Si chiama Partito socialista-Italia viva e conta 15 senatori: 13 arrivano dal Pd, una da FI e l’altro è l’ex sottosegretario ai Trasporti, toscano e presidente del Partito socialista italiano. Nencini, appunto. La cui prima preoccupazione è smentire le indiscrezioni: «Non esiste la confluenza del Psi nel movimento che fonderà Renzi». Piccoli, ma orgogliosi: «La grande storia del socialismo umanitario è una bandiera che non va chiusa in un cassetto». In tandem con il segretario Enzo Maraio, Nencini si impegna a conservare identità e autonomia politica: «Non sono io che vado nel gruppo di Italia viva, diventiamo un gruppo unitario». La scelta di dirsi socialisti può sembrare curiosa, se è vero che Renzi sta facendo scouting anche dentro Forza Italia, tra i 5 Stelle e, al Sud, persino fra i leghisti orfani di Angelino Alfano. Ma il regolamento del Senato, per diminuire l’italica tendenza a voltare gabbana, ha introdotto il divieto di costituire gruppi che non si siano presentati alle elezioni. E così Renzi, per realizzare la sua «machiavellica operazione di palazzo», ha chiesto aiutoaNencini. «Ho accettato perché in Italia c’è bisogno di una terza forza, diversa dal Pd e dalla sinistra radicale — risponde il presidente del Psi al Corriere —. Una forza lib lab, riformista e umanitaria». Molti pensano che Renzi, stimato al 3,4% dal sondaggio Emg Acqua per Agorà, mediti di defenestrare Conte per prendere il suo posto. Ma per Nencini è «fantapolitica». Non punta a fare il ministro in un governo Renzi? «Ma no — sorride lui e giura che la politica la fa “per passione”, non per interesse —. Quel che ho in mente in questi giorni è il finale di un bel romanzo su Giacomo Matteotti che sto scrivendo». Conte, Zingaretti e Di Maio non sono per nulla sereni, eppure Nencini tranquillizza: «Non devono temere nulla, la legislatura arriverà a scadenza naturale». Magari in due tempi, con un altro premier? «No, io ho votato la fiduciaaConteelo sostengo responsabilmente, non starò lì a dar fuoco alle polveri come Pietro Micca. Ma poiché il Psi non è impegnato nel governo e non partecipa alla costruzione dei provvedimenti, li esaminerò con attenzione». La sua tesi è che il nostro Paese stia attraversando una drammatica fase «diciannovista», continua Nencini, e azzarda un parallelo con cento anni fa, quando Mussolini fondò i Fasci di combattimento: «La pancia del ceto medio ribolle, le aree di povertà aumentano e aumenta il rischio che il populismo si radichi». Il governo M5S-Pd è stata una «operazione giusta», perché «ha messo nell’angolo chi seminava odio e invocava i pieni poteri». Ma il pericolo non è alle spalle, avverte: «La pancia degli italiani non si è sgonfiata e la nuova area che si sta formando può agganciare una parte di consenso dal mondo astensionista, per erodere spazio al populismo».