Matteo Salvini, il cardinal Ruini dice che lei «ha notevoli prospettive davanti». Se l’aspettava? «L’intervista mi ha colpito e commosso. Ruini rappresenta una parte importante della Chiesa. Io cerco il dialogo con la Cei, conivescovi, con il mondo cat tolico. La sua un’apertura straordinaria». Ha anche detto, però, che lei deve maturare. «Sicuramente non si finisce mai di imparare. Però sulla famiglia, sulla difesa della vita e della libertà educativa sono già allineato alle posizioni della Chiesa». Incontrerà il cardinale? «Lo farò riservatamente. Voglio parlare con lui e con tanti cattolici che hanno mostrato interesse per la mia politica. Nei prossimi giorni fisserò alcuni incontri». I «vescovoni» di Bossi, quindi, non fanno più paura. «Siamo di fronte all’avvio di un percorso positivo». Ma monsignor Mogavero la pensa diversamente. «Rispetto l’opinione di tutti. Ma preferisco ricordare le parole di tre Papi (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco) che sull’accoglienza hanno espresso posizioni non lontane dalle mie». Parliamo di politica: ma davvero il voto in Emilia-Romagna è cruciale? «Per me no, mentre a sinistra c’è grande preoccupazione. C’è in ballo solo il voto degli emiliano-romagnoli». Non è sicuro di vincere? «Non ci sono io al governo, né sono stato ioaportare il premier in Umbria a mettere la faccia su una sonora sconfitta. Tuttavia, per la sua storia, la sinistra non potrebbe archiviare una sconfitta come se nulla fosse». Ma se il 26 gennaio conquista la Regione, il 27 lei cosa chiede? «Mah… Sa che non so nemmeno se ci arrivano al 27 gennaio. Questi fanno un vertice al giorno, litigano su tutto. Non darei nulla per scontato». Non ha risposto. «Se vincessimo sarebbe un’ottima notizia per i cittadini mentre per il Pd sarebbe la nona o la decima sconfitta consecutiva. Tanto più clamorosa perché subita in una regione rossa». Tan to basterebbe per chiedere le dimissioni del governo? «Per me il governo Conte II, corretto nella forma ma non nella sostanza politica, non doveva nemmeno nascere». Giorgia Meloni ha detto che toccaaFdI indicare i candidati in Toscana e nelle Marche. È d’accordo? «Come centrodestra un accordo lo abbiamo sempre trovato. E penso che ognuno avrà il suo spazio». E di «Altra Italia», la nuova creatura di Berlusconi, cosa pensa? «Tutto quello che ci aiuta a portare voti è benvenuto. Non sono geloso. Anche in Emilia Romagna ci saranno 2-3 liste civiche». Forza Italia sembra ridotta al lumicino. «Quando sono diventato segretario della Lega avevo più o meno quei voti. Se mi fossi preoccupato non avrei nemmeno cominciato. Ma il dato politico che conta è un altro». A cosa si riferisce? «Se si votasse oggi il centrodestra avrebbe una maggioranza assoluta e governerebbe il Paese». E invece governano M5S e Pd. Da ieri alle prese con la «grana» Ilva. «Se la sono cercata. Già nel precedente governo avevamo dovuto dare battaglia per contrastare l’ideologia dei 5 Stelle. Nei giorni scorsi, col voto anche del Pd e dei renziani, è stato tolto lo scudo penale ed ora la frittata è fatta». Ha parlato di «dilettanti, incapaci o venduti». «Che siano stati dilettanti o incapaci lo dimostra il disastro che hanno provocato». Ma perché «venduti»? «Semplice: se l’acciaio non lo produci in Italia, lo devi andareacomprare altrove. Da chi? A che prezzo? Non vorrei che si trattasse dell’ennesimo favore all’Europa…». Minaccia barricate in Parlamento. «Oggi in apertura dei lavori chiederemo che il governo riferisca subito. Altrimenti, in maniera educata e rispettosa faremo in modo che i lavori non comincino». Lei sostiene che il governo «è nemico del Sud». «Il caso dell’Ilva è il più clamoroso. Ma ci sono crisi aziendali anche in Sicilia e in Campania. Ci siamo dimenticati di Whirpool? E che fin farà Alitalia? La verità è che questo governo ha il ministro per il Mezzogiorno ma finora si sono visti solo licenziamenti». Quel ministero c’era anche nel suo governo? «Sì, con la Lezzi… Il ministro ha cambiato cognome, la sostanza è la stessa». Lei è un tifoso di calcio. Che idea si è fatto del caso Balotelli? «A mio figlio predico sempre rispetto per giocatori e arbitri. Quindi, giusto condannare insulti e comportamenti oltraggiosi. Ma mi pare che si sia sollevato un polverone esagerato». Ha qualcosa da dire al giocatore del Brescia? «Se devo incontrare qualcuno penso a Liliana Segre». Ha citato la Segre perché si è pentito dell’astensione sulla commissione da lei proposta? «No, se ci si fosse limitati all’antisemitismo non avrei avuto problemi. Le commissioni etiche le lascio all’Unione Sovietica. Ma Liliana Segre è una persona che merita tutto il mio rispetto e le chiederò quanto prima un incontro».

L’immunità penale garantita ai commissari di Ilva è «un privilegio» e come tale «il Parlamento, che è sovrano, lo ha eliminato». Questa dichiarazione Giuseppe Conte la rilasciò al G20 di Osaka e chissà se oggi la difenderebbe, visto che ArcelorMittal ha ufficialmente legato la decisione di abbandonare il campo al nodo dell’immunità. Non è stato un fulmine a ciel sereno, eppure l’annuncio dell’addio ha precipitato il governo nel caos, scatenato le opposizioni e allarmato il Quirinale. Molto preoccupato per la decisione degli indiani, che mette a rischio più di un punto di Pil e oltre diecimila posti di lavoro, Sergio Mattarella si è sentito più volte con il premier, auspicando la massima attenzione al dossier e rimarcando che la continuità aziendale non può essere messa in discussione. È in gioco una grande filiera produttiva ed è in gioco il destino del governo: sia Salvini che Renzi hanno invocato all’unisono una soluzione e invitato Conte a riferire immediatamente in Parlamento. Il governo è consapevole che Ilva è un asset strategico del Paese e che lo scontro politico rischia di mettere in difficoltà seria la stessa tenuta dell’esecutivo, eppure i due vertici di emergenza al ministero dello Sviluppo economico e poi a Palazzo Chigi, con cui i gialloverdi hanno rimandato al mittente le ragioni dell’azienda, non sono bastati a risolvere il rebus. La soluzione al momento appare lontana. I tecnici del Mise e quelli di Palazzo Chigi la cercano affannosamente studiando con la lente norme e cavilli giuridici. Il ministro Patuanelli, che ha in mano il dossier, ha dichiarato che l’azienda sta usando quello dello scudo penale come «una foglia di fico». Ma nel fuoco amico di queste ore, che ha scatenato un bombardamento di sospetti e accuse incrociate, lo stesso Patuanelli è finito nel mirino del Pd. Raccontano che due settimane fa, nel chiuso del Consiglio dei ministri, il responsabile dello Sviluppo abbia tranquillizzato i colleghi: «ArcelorMittal non lascerà Ilva se salta lo scudo penale, ho avuto rassicurazioni da loro, non ci saranno conseguenze…». Sottovalutazione o doppio gioco? Conta poco la replica che filtra da Palazzo Chigi, che gli indiani sono «molto spregiudicati», che hanno «sbagliato il piano industriale», conta poco perché non è con le accuse incrociate che la questione si può risolvere. C’è anche da sottolineare che il governo, prima quello fra Lega e Movimento, poi il Conte 2, non ha mai avuto le idee molte chiare sulla questione. Il nodo dello scudo penale è stato pensato e ripensato più volte, dando anche la sensazione evidente di una mancanza di indirizzo politico. Il governo Conte 1 aveva ridotto nel perimetro lo scudo, ma non l’aveva abolito, poi lo aveva reinserito con un salvo intese. Uno stop and go culminato il 22 ottobre, quando è stato definitamente abolito con un emendamento al decreto imprese, votato anche da Pd, Italia viva e dai 5 Stelle. Le scorie di quel voto non sono state ancora smaltite, anzi stanno generando lo scaricabarile e le accuse incrociate fra membri del governo, forze di maggioranza e di opposizione. Con il paradosso che anche chi ha votato per togliere lo scudo penale per i dirigenti dell’azienda, dal Pd ai renziani — sino all’ormai famoso drappello di senatori del Movimento 5 Stelle, capitanato da Barbara Lezzi — parla ora di inaccettabilità della decisione dell’azienda. Conte ha convocato per oggi pomeriggio i vertici aziendali del gruppo franco-indiano, per metterli alle strette e verificare se esistano margini per un ripensamento. La convinzione del governo è che reintrodurre lo scudo non basterebbe a trattenerli, perché le vere ragioni dello strappo sono economiche e non giuridiche. «Gli indiani hanno sbagliato il piano industriale», è il ritornello amaro dei ministri giallorossi. Da Palazzo Chigi filtra la possibilità di un intervento normativo, forse un decreto legge, che potrebbe approdare già sul tavolo del Consiglio dei ministri di domani, ma che non riguarderebbe soltanto Ilva: si pensa a una norma più generale per tutelare aziende nelle stesse condizioni di Ilva, a garanzia degli investitori. Pubblicamente il capo del governo ha dedicato solo un tweet al caso Taranto, promettendo che farà di tutto per tutelare investimenti produttivi, livelli occupazionali e proseguire il piano industriale. Non è chiara però la soluzione che l’esecutivo potrà adottare di fronte ad una decisione irrevocabile da parte degli indiani. Tra un vertice e l’altroèspuntata l’ipotesi di un intervento economico statale (ma con quali soldi?) e qualcuno ha proposto di ripescare Jindal, il gruppo sconfitto da ArcelorMittal. «La situazione è grave», ha ammesso preoccupato il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, uscendo da Palazzo Chigi.

Era nell’aria, ma ieri ArcelorMittal ha notificato ufficialmente ai commissari straordinari dell’Ilva la volontà di recedere dall’accordo di un anno fa (31 ottobre 2018) per l’affittoeil successivo acquisto del gruppo Ilva. La decisione del colosso franco-indiano, dallo stesso messa in relazione con la norma inserita nel decreto imprese con la quale è stata cancellato lo scudo penale controireati ambientali per i manager di ArcelorMittal impegnati nella realizzazione del piano industriale, ha sconvolto l’agenda dell’esecutivo. «Per questo governo la questione Ilva ha massima priorità — dice il premier, Giuseppe Conte —. Faremo di tutto per tutelare investimenti, livelli occupazionali e per proseguire il piano ambientale». Il ritiro di ArcelorMittal apre una prospettiva di incertezza per i dipendenti dell’Ilva, a partire dagli 8.200 dello stabilimento siderurgico di Taranto (la più grande acciaieria d’Europa) più altri 3.500 addetti nell’indotto; per i mille dipendenti di Cornigliano, a Genova e per i 680 di Novi Ligure. Immediato lo scambio di accuse tra la Lega di Matteo Salvini e le forze di maggioranza su chi sia il responsabile del venir meno dello scudo penale. «L’emendamento soppressivo dello scudo — attacca Salvini — è a firma M5S, votato da Pd, Italia viva e Leu. Chi lo ha votato dovrebbe avere il coraggio di andareaTarantoaspiegarlo». Ma Pd e Italia viva ribattono che fu il governo Conte 1, sostenuto dalla Lega, a togliere lo scudo messo per la prima volta dal governo Renzi (poi reintrodotto in extremis dall’esecutivo gialloverde e infine di nuovo cancellato due giorni fa). Ieri pomeriggio il governo ha fatto il punto in una riunione al ministero dello Sviluppo e poi in un verticeaPalazzo Chigi. Al comunicato di ArcelorMittal, che con tono ultimativo chiede «ai commissari straordinari di assumersi la responsabilità delle attività di Ilva e dei dipendenti entro 30 giorni», una prima risposta è arrivata dal ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli: «Il governo non consentirà la chiusura dell’Ilva. Non esistono i presupposti giuridici per il recesso». E dopo il vertice tra il premier eiministri ArcelorMittal è stata convocata a Palazzo Chigi: fissato inizialmente per oggi alle 16, ieri notte è slittato a mercoledì. Nel suo comunicato il gruppo franco-indiano chiama in causa non solo la decisione del Parlamento di eliminare la protezione legale «necessaria alla società per attuare il piano ambientale senza rischio di responsabilità penale», ma anche i provvedimenti del tribunale di Taranto che prevedono lo spegnimento dell’altoforno 2, se i commissari non completeranno determinate prescrizioni entro il 31 dicembre, termine che gli stessi commissari hanno già detto di non essere in grado di rispettare. Lo spegnimento dell’altoforno, sottolinea la società, «renderebbe impossibile attuare il piano industriale». A questo punto governo e maggioranza devono valutare se ripristinare con un decreto legge lo scudo penale e superare le altre criticità evidenziate dal ArcelorMittal, ma cercano anche di capire se dietro la decisione direcedere dall’accordo non vi siano solo la «situazione di incertezza giuridica e operativa», ma anche ragioni non esplicitate ma altrettanto importanti, come la crisi del mercato dell’acciaio, legata a quella dell’auto, che potrebbe aver indotto il colosso franco-indiano ad abbandonare, dopo appena un anno, il progetto di acquisizione dell’Ilva. I sindacati dei metalmeccanici hanno convocato per stamani il consiglio di fabbrica a Taranto. Dove la tensione è alta.

La domanda brutale potrebbe suonare così: chi ha ucciso l’Ilva di Taranto? La prima risposta, quella che in qualsiasi giallo che si rispetti appare subito debole, porta al nuovo gruppo dirigente di ArcelorMittal, a una manager di lungo corso come Lucia Morselli, che ieri ha firmato la comunicazione di recesso. Del resto i sindacalisti quando l’amministratore delegato francese Matthieu Jehl era stato sostituito dalla Morselli — che aveva nel suo curriculum i drastici tagli apportati all’Ast siderurgica di Terni — avevano già capito come sarebbe andata a finire. Ma è davvero così o, in fondo, la multinazionale franco-indiana è stata messa con le spalle al muro e di fatto indotta a tirare l’ultimo colpo? Prima di cercare riscontri vale la pena riavvolgere il nastro a tornare al 1971 quando un ambientalista come Antonio Cederna scriveva sul «Corriere» che per lo stabilimento inaugurato 6 anni prima, capace di 11,5 milioni di tonnellate e costato in investimenti 2 mila miliardi di lire non si era però pensato «alle elementari opere di difesa contro l’inquinamento e non è stato nemmeno piantato un albero a difesa dei poveri abitanti dei quartieri popolari sotto vento». Per dirla con una battutaccia quelli non erano i tempi di Greta, il Novecento industriale godeva di una retorica a prova di bomba, l’Italia si muoveva attuando il piano siderurgico Sinigaglia e c’era bisogno di acciaio a prezzi contenuti per i settori-chiave dello sviluppo italiano, dall’auto agli elettrodomestici. Amen.

La prima conclusione a cui arriva la nostra indagine è, dunque, che lo Stato italiano non è certamente innocente, industrializza il Sud senza guardare ai danni collaterali e trova la connivenza delle amministrazioni locali dei paesini limitrofi che cambiano i piani regolatori per poter costruire più vicino possibile alla fabbrica e far vendere le case più facilmente. Si crea così il grande peccato del quartiere Tamburi, si dà vita a uno scambio perverso di lungo periodo tra sviluppo e inquinamento. Un madornale errore che si protrarrà per circa 50 anni e accompagnerà il processo di privatizzazione che porta lo Stato a lasciare il campo per far posto ai Riva. Domande forse ingenue: ma come ha fatto la politica a non vedere per dieci lustri? Come non ci si è resi conto che creare una continuità fisica tra fabbrica e città avrebbe ingigantito i problemi e soprattutto resa difficile la soluzione? La data-clou è il 26 luglio 2012, i nuovi proprietari subentrati nel ‘95 pagando 1.650 miliardi di lire, vengono accusati dalla magistratura addirittura di «disastro ambientale». Ha raccontato l’imprenditore tarantino Vincenzo Cesareo: «Il 26 luglio resta per me il punto di non-ritorno. Ero presidente della Confindustria solo da un mese e su richiesta della Procura il Gip di Taranto dispose il sequestro preventivo, senza facoltà d’uso, degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva». Ricorda Marco Bentivogli, che aveva guidato la Fim tarantina nei primi anni Dieci: «I lavoratori scesero in sciopero e invasero la città, c’erano blocchi ovunque. La manifestazione era in mano alle associazioni ambientaliste, si creò uno di quei momenti in cui scappano tutti e restano solo i sindacalisti. E serpeggiò persino l’accusa che lo sciopero fosse contro la magistratura». Il giudizio del sindacalista sui Riva è impietoso: «Mentre l’indagine della magistratura andava avanti non avevano dimostrato nessuna capacità di ammettere responsabilità. Si sentivano “padroni” ma senza la crescita culturale che sarebbe stata necessaria per il salto di qualità da trasformatori del ciclo del rottame a proprietari del più grande centro siderurgico d’Europa. E senza rispetto per l’ambiente e la salute di operai e cittadini». Non investirono abbastanza e sottovalutarono la necessità di coprire il Parco Minerario per impedire che il vento facesse il suo sporco lavoro. Dal 2012 al 2017 ci vorranno ben cinque anni perché vedesse l’inizio il processo ai Riva: sembra incredibile ma il tempo è volato tra istruttoria giudiziaria e decreti governativi a raffica per evitare di volta in volta lo stop della produzione. Prima di essereiprocessati i Riva faranno a tempo a uscire di scena, lo Stato si riprende l’Ilva, nomina i suoi commissari e la rimette in vendita. Si fanno avanti con maggiore decisione quelli di ArcelorMittal e immediatamente negli ambienti siderurgici si parla di una mossa comunque vincente: o la comprano e la gestiscono o alla mala parata la chiudono per impedire comunque ai concorrenti di piazzare la loro bandiera su Taranto. Il sospetto accompagnerà le mosse dei francesi per molto tempo nonostante che dal loro portafoglio nel frattempo escano 1,8 miliardi di euro per l’acquisizione e vengano stanziati altri 1,2 miliardi per «ambientalizzare» l’Ilva, a cominciare dalla copertura del Parco Minerario con una cupola. Siamo nel 2018 ma la frittata è stata già fatta. La politica, al secolo i 5 Stelle, mette in atto un’Opa sull’ambientalismo locale e si presenta alle elezioni politiche di marzo con la parola d’ordine della chiusura dello stabilimento. Fioccano i consensi (47% e primo partito) e da lì il destino ha svoltato. Se in tutti questi anni sviluppo e ambiente non avevano trovato modo di far pace – come è capitato per altro a tante città siderurgiche d’Europa -, il quadro cambia e la politica si veste di verde per dare la caccia alle streghe e allo sviluppo. Il resto è storia dei nostri giorni, la chiusura di Taranto diventa addirittura materia di conflitto dentro il Movimento e soprattutto si mette nel mirino ArcelorMittal revocando di fatto la salvaguardia giudiziaria. Il governatore pugliese Michele Emiliano, che aveva sognato quella che chiamava «la decarbonizzazione» dell’Ilva vendendo non a Mittal ma agli altri indiani di Jindal, fa corsa assieme ai grillini e il partito del Pil a Taranto si ritrova desolatamente orfano. Commenta il pd Claudio De Vincenti, ex ministro per il Mezzogiorno con il governo Gentiloni: «In questo Paese non è maturata per tempo la consapevolezza che si tengono assieme ambiente e sviluppo solo se si ha fiducia nella scienza e nelle competenze». Nell’attesa non ci resta che contare i colpevoli. Tanti.

La nuova tassa allarma l’intera filiera della plastica, da chi la produce a chi costruisce i macchinari per gli imballaggi, da chi la utilizza per confezionare cibi e bevande a chi realizza componenti auto. Preoccupa imprese grandi e piccole ed ovviamente tutti i sindacati. Il prelievo di 1 euro per ogni chilogrammo di plastica utilizzata (o introdotta nelle confezioni) già nel 2020 pesa per circa 1,1 miliardi di euro, prelievo che poi nel 2021 sale addirittura a 1,8 miliardi. Insomma un bel salasso, senza contare poi che sulle famiglie si dovrebbero scaricare ben 165 euro di costi in più l’anno. A tremare è uno dei comparti più dinamici e innovativi della nostra economia, che vale nel complesso 40 miliardi di euro di fatturato, conta 10 mila aziende e ben 150 mila occupati, di cui 50 mila solo nel settore degli imballaggi. «La misura non ha finalità ambientali, penalizza i prodotti e non i comportamenti, e rappresenta unicamente un’imposizione diretta a recuperare risorse ponendo ingenti costi a carico di consumatori, lavoratori e imprese», protesta da giorni Confindustria, spiegando che «le imprese già oggi pagano il contributo ambientale Conai per la raccolta e il riciclo degli imballaggi in plastica per un ammontare di 450 milioni di euro all’anno, dei quali 350 vanno a finanziare la raccolta differenziata dei Comuni». Secondo il presidente di Federchimica Paolo Lamberti «la nuova tassa colpisce la plastica in modo demagogico, senza tener conto dell’impatto disastroso che avrà su tutte le imprese, con ricadute devastanti sugli investimenti a favore dell’innovazione». A suo parere «questo dirompente aggravio di costi, oltre a mettere in gravissimo pericolo la sopravvivenza di tante piccole e medie imprese, di fatto sottrarrà fondi che le imprese chimiche destinano alla ricerca e all’innovazione per trovare le migliori soluzioni tecnologiche in ottica di sostenibilità». Va da sé che anche i sindacati dei chimici esprimano altrettanta preoccupazione. «La plastic tax – recita una nota congiunta delle segreterie nazionali di Filctem Chil, Femca Cisl e Uiltec Uil – anziché aiutare la crescita e le riconversioni, contribuirebbe a determinare il soffocamento del settore della produzione e un’ingente perdita di posti di lavoro, che con questi presupposti sembra essere inevitabile. La tassa, inoltre, determinerebbe un aumento pari al 10% del prezzo di prodotti di larghissimo consumo, contribuendo a indebolire ulteriormente la domanda interna e non a sostenerla, con evidenti ripercussioni negative per tutti i settori indicati». La mossa del governo, che chiede alle imprese una riconversione delle produzioni secondo i principi dell’economia circolare, lascia insomma stupiti un poco tutti. Di fatto, si fa notare, con la plastic tax si sottraggono alle imprese risorse ben superiori a quelle necessarie per la riconversione stessa. Un vero autogol. Non è un caso che Paolo Scudieri, presidente del gruppo Adler, azienda leader nel campo della componentistica auto, altro comparto colpito dalla nuova tassa, lanci una provocazione molto forte: «Ci vorrebbe uno sciopero fiscale e dell’industria – spiega – contro chi vuole distruggere l’economia ed europea nel nome di un falso ecologismo votato al consenso elettorale».

Non c’è polemica che tenga: per l’Italia la plastic tax rappresenta una grande occasione, parola di ambientalisti. «Dopo aver fatto scuola con il bando ai sacchetti di plastica nel 2011, ai sacchetti ultraleggeri per l’ortofrutta nel 2018, ai cotton-fioc nel 2019 e alla microplastica contenuta nei cosmetici, che scatterà nel 2020, norme copiate a livello internazionale, possiamo per l’ennesima volta diventare un esempio globale». Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, definisce «sacrosanta» la tassa di fronte a quella che è «la seconda emergenza globale dopo i cambiamenti climatici», ma a patto che siano introdotte due modifiche. «Uno: va garantita l’esenzione per i prodotti in plastica riciclata. Due: la tassa va fatta pagare non solo agli imballaggi, 2 milioni di tonnellate, ma alla totalità dei manufatti in plastica, ulteriori 4 milioni di tonnellate». Per i posti di lavoro, assicura, nessun allarme: «Il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha messo sul piatto il disco rotto del suo predecessore Errani, che quando nel 2006 venne approvato il bando dei sacchetti lanciò l’allarme occupazione: nessuna azienda ha chiuso perché sono state riconvertite le produzioni alle plastiche compostabili, operazione per cui questa volta saranno anche riconosciuti incentivi economici. Non è avvenuto allora, non credo avverrà adesso». L’obiettivo è scoraggiare l’uso della plastica, di cui l’Italia è il secondo produttore europeo dopo la Germania, con otto milioni di tonnellate, oltre a essere il secondo più grande produttore di rifiuti del Mediterraneo, con 4 milioni di tonnellate, l’80% dei quali da imballaggi. Di questi, ricostruisce il Wwf nel rapporto “Fermiamo l’inquinamento da plastica”, solo un milione viene avviato al riciclo, mentre 2,5 milioni di tonnellate finiscono in discariche o inceneritori e il resto non viene neppure raccolto. «Tassare la plastica è giusto – sottolinea in un post Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia – ma il provvedimento sarà realmente incisivo? Il rischio è che ci si limiti al solo prelievo fiscale». Perché, afferma, «considerate le cifre in ballo» il provvedimento «non sembra essere in grado di disincentivare i consumi». Nel caso di una bottiglia d’acqua, per esempio, la tassa potrebbe incidere di 1-3 centesimi sul prezzo finale, «una cifa troppo bassa per essere un vero deterrente all’acquisto». Oggi gli italiani producono un chilo di rifiuti plastici a testa ogni cinque giorni. Nel 2018, secondo i dati del Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica) dei 2,3 milioni di tonnellate di imballaggi immessi sul mercato dei consumi, solo il 44,5% è stato avviato al riciclo. Perché? Gli impianti di trattamento scarseggiano, i materiali non sono riciclabili, i cittadini commettono troppi errori nella raccolta differenziata. Ma per l’ambiente il rischio è mortale. Il Mediterraneo, avverte il Wwf, è diventato una enorme discarica: ogni anno 570 mila tonnellate di plastica finiscono in mare, pari a 33.800 bottigliette al minuto, un inquinamento che potrebbe quadruplicarsi entro il 2050, con perdite per decine e decine di milioni di euro per la cosiddetta “blue economy”: acquacoltura, turismo costiero, nautica e crocieristica.

Maria Rosa Tomasello sulla Stampa a pagina 4.

Il governo è pronto a rimodulare la plastic tax, che di tutte le cosiddette «microtasse» è quella che in questi giorni ha creato più polemiche. «Ascolteremo le opinioni di tutti» ha spiegato ieri il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri in una intervista a la Stampa, riferendosi in particolare alle obiezioni sollevate dal presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, preoccupato per un settore che proprio nella sua regione conta 270 imprese e ben 17mila occupati. Il governatore emiliano, intervenendo alla trasmissione Mezz’ora in più di Raitre, ieri ha confermato che «tra pochi giorni sarà convocato un tavolo dal ministro, che poi verrà in Emilia Romagna. Non so se si potrà togliere tutta la tassa ma si può rimodulare, si può ridurre l’impatto». Al Tg3 della sera lo stesso ministro dell’Economia ha confermato la disponibilità a rimodulare la tassa: vuole farlo «bene» e per questo si è detto «pronto a discutere con gli operatori del settore». Matteo Renzi, che da subito ha sparato a zero contro plastic tax, sugar tax e auto tax, ovviamente è passato subito all’incasso: «Per 24 ore un fiume di polemiche contro di me – ha scritto su Twitter -. Ora retromarcia in corso sulle nuove tasse (plastica e auto aziendali) Bene! Apprezzo il buon senso del ministro Gualtieri. Per Italia Viva conta solo il risultato #NoTax». Due gli scogli da superare: uno tecnico, perché la plastic tax farà incassare 1,1 miliardi nel 2020 e 1,8 nel 2021, per cui più di tanto non si potrà smontare; ed uno politico, perché i 5 Stelle la difendono a spada tratta. «Chi si oppone a questa imposta è contro il futuro» scrivono in una nota congiunta deputati e senatori. «Serve a dare una scossa, serve a invertire la rotta – scrive Di Maio su Facebook -. Non promuovi l’ambiente parlando, lo promuovi facendo delle scelte». Paolo Baroni sulla Stampa a pagina 4.

Luigi Di Maio prova a rilanciare la sua leadership, ci mette la faccia e, anche per evitare che in sua assenza degeneri, partecipa a un’assemblea dei senatori. La macchina delle rimostranzeèormai avviata e somma risentimenti personali, ambizioni politiche eitimori per un partito reso più fragile dal repentino cambio di casacca a livello nazionale e da sondaggi a picco. Ma il leader non ha nessuna intenzione di mollare e ha deciso che il suo Movimento non si appiattirà sul Pd. Atteggiamento che provoca l’ennesima frizione, questa volta sulla Rai, dove il partito di Nicola Zingaretti si sente tagliato fuori. Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo, pare che non abbia alcuna intenzione di assegnare la delega del servizio pubblico al suo vice, il dem Giampaolo Manzella. Anche se al ministero spiegano: «Nulla è stato ancora deciso». Il Pd denuncia la violazione degli accordi. «Inaccettabile — dicono al Nazareno—Il cda è in mano a 5 Stelle e Lega e noi non possiamo restare fuori dal servizio pubblico». Il tutto con una serie di nuove nomine alle direzioni in arrivo. Ma è sul fronte interno che Di Maio si trova in difficoltà. All’assemblea dice: «Questo governo deve andare avanti, non solo per la salute del Paese ma anche per il bene del Movimento che deve realizzare un programma ambizioso». Non fanno tanto paura alcuni «vecchi» big e ministri tagliati fuori dal potere. I vertici temono soprattutto i giovani peones, che non hanno alcun timore reverenziale del capo politico. Di Maio segue con attenzione l’andamento dell’assurdo stallo che paralizza la nomina del nuovo capogruppo alla Camera. Quel che non gli sfugge è che nessuno osa richiamarsi a lui, perché rischierebbe di trovarsi il gruppo contro. Un segnale chiaro del fatto che Di Maio non controlla più i gruppi. In più deve subire l’ostilità esplicita di Alessandro Di Battista, unico ad avere un effetto diretto sul popolo dei 5 Stelle. Insieme a Beppe Grillo, aperto fautore dell’alleanza con il Pd e sempre più insofferente al capo politico. Per ora è proprio il fondatore l’unico soggetto autorizzato a scalzare Di Maio. Nella direzione di un cambio delle regole vanno le manovre in corso alla Camera e in Senato. A Palazzo Madama, ieri , dopo i soliti annunci di fiamme e rivolte, molti si son trasformati in agnellini. Emanuele Dessì ha chiesto una modifica al regolamento del gruppo per far sì che l’assemblea sia deliberante e che possa incidere nella costruzione dell’indirizzo politico. In sostanza, mentre ora la linea politicaèdettata da Di Maio e dai due capogruppo, si vuole far sì che le assemblee concorrano all’indirizzo. «Serve una fase costituente—dice Dessì — C’è un lavoro immane da fare, dobbiamo mettere in piedi gruppi di lavoro. Perché, sarebbe ipocrita non ammetterlo, siamo finiti nell’angolo. Abbiamo perso la spinta propulsiva e i cittadini non ci capiscono più». In scia c’è il collega della Camera Giorgio Trizzino che in un documento chiede «un congresso e la fine dell’accentramento dei poteri: serve una visione collegiale». Stefano Patuanelli ammette che il Movimento è «eterogeneo»: «Non c’è un’ideologia politica che accomuna tutti». E non c’è neanche la stessa visione sulle prossime Regionali. Dessì, per esempio, spiega: «L’alleanza in Umbria è stata frettolosa, ma non dimostra nulla. In Emilia dobbiamo capire che se è fondamentale per il Pd, non è che noi possiamo fingere che riguardi solo loro». E anche in Calabria si discute. Molti sono contrari, non così il deputato Riccardo Tucci, che si dice favorevole a un accordo coi dem: «Dobbiamo dialogare con un Pd profondamente rinnovato che riesca a mettere da parte i vecchi capibastone».

Un contratto di quel genere dei russi con l’Eni? «Ha le stesse probabilità che ho io di ricevere un’offerta per allenare l’Inter». L’ex sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti commenta così — nel nuovo libro di Bruno Vespa Perché l’Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare) — la vicenda russa che ha coinvolto stretti collaboratori di Matteo Salvini. «Che cosa penso dell’incontro al Metropol? — dice Giorgetti nel libro—. Savoini e D’Amico sono due sprovveduti avvicinati da mediatori d’affari che li immaginavano dotati di poteri magici. Altri pensavano che arrivassero fino a Salvini. Figurarsi. Però — si legge ancora nel volume di Vespa — ogni loro passo era monitorato [da servizi segreti], erano polli lasciati correre in libertà». E poi: «Avevo informato Salvini e lo avevo messo in guardia. Ma lui, in assoluta buona fede, riteneva che fossero simpatici romantici assolutamente innocui, senza poter fare alcun danno. Ma il danno d’immagine per Salvini è stato enorme, visto che lo avevano sempre accompagnato in Russia».

“Incauto ma non delinquente”. Così nell’ultimo libro di Bruno Vespa – Perché l’Italia diventò fascista, in uscita il 4 novembre – Matteo Salvini definisce il suo ex portavoce Gianluca Savoini in relazione all’inchiesta sui presunti fondi russi alla Lega. E nello stesso libro, c’è anche il commento sulla vicenda dell’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti: “Che cosa penso dell’incontro al Metropol? Savoini e D’Amico sono due sprovveduti avvicinati da mediatori d’affari che li immaginavano dotati di poteri magici. Altri pensavano che arrivassero fino a Salvini. Figurarsi. Però, ogni loro passo era monitorato, erano polli lasciati correre in libertà”.