C’è da tremare. I soldi cheabbiamo messo in banca rischiano di non essere più nostri.Troppe sirene, troppeminacce di disincentivi o tassazioni contro i contanti. Da quando è cambiata la maggioranza di governo, sono spuntati comefunghi i soloni dell’economia che vogliono dichiarare guerra al contante, frutto – a loro dire – di ogni nefandezza possibile. Ormai è passata questa equazione: se usi banconote o monete sei un evasore,mentre se utilizzi le carte di credito passi per illuminato, un po’ come quelli che salvano gli oceani e lottano contro i cambiamenti climatici. (…)

(…) Ahinoi toccare con mano i quattrini sta diventando un gesto da denigrare. Come se maneggiare una carta da 50 euro o, meglio, da 200 fosse un peccato mortale. Eppure la Bce continua a stampare banconote. E non poche. Noi poi, da bravi europei, siamo il popolo che più utilizza il contante. Circa l’80% delle transazioni non avvengono con metodi elettronici. D’altronde è lo stesso Stato che non vuoleil bancomat dal tabaccaio, o per i gratta e vinci, le slot… tutte attività che fruttano decine di miliardi all’Erario… Per non parlare di alcune imposte immobiliari. Solo cash, ti dicono. Così tu, sprovveduto, vai al bancomat e lo prosciughi, perchè se vuoi stare in regole devi avere il “rotolo” in tasca. Ignaro di essere considerato un potenziale evasore e nemico del bene comune, della solidarietà. Ecco che la gente inizia a passare agli sportelli bancari e a chiedere se è vero che non si può più prelevare sopra i 1500 euro mensili al bancomat.Già poichéal telegiornale, sui quotidiani,in rete ha tenuto banco la proposta del Centro Studi di Confindustria, il quale suggerisce di imporre un balzello del 2% sui prelievi di contanti oltre i 1500 euro al mese, controbilanciandola stangata con un credito fiscale del 2% per chi paga con la carta elettronica. Un’idea talmente bislacca, dato che il gettito atteso sarebbe di pochissimi miliardi l’anno, che però ha messo in allarme gli italiani.

Il popolo dello Stivale, sfiduciato dai politici, da quando è passatoMarioMonti da Palazzo Chigi ha iniziato a spendere meno e a risparmiare di più. Così ora sui conti corrente troviamo – dato di luglio – 1.400 miliardi, dicui 289,5miliardi sono delle imprese, 1.018,1 miliardi delle famiglie, 65,1 miliardi delle aziende familiari e 29,3 miliardi delle onlus. Soldi più che regolari, sui quali i contribuenti hanno già versato tasse. Siamo onesti: chi vive e lavora in nero difficilmente porta il gruzzolo in banca, onde evitare domande scomode oaddiritturaaccertamenti sulla situazione patrimoniale. Per cui se un cittadino vuole prelevare e pagarein contanti, perabitudine o necessità (vedi le manchevolezze della pubblica amministrazione nell’accettare carte elettroniche), non dovrebbe temere nulla, giusto? Invece no. I governanti hanno messo gli occhi su questo tesorone fermo nellebanche.Dicono:macome? Noi non riusciamo a rispettare le regole europee in quanto non sappiamo dove recuperare i denari e gli elettori invece tengono i soldi fermi? Ecco allora che i politici giallorossi mandano avanti professoroni, presunti tecnici o sedicenti consulenti per tastare il terreno. Confindustria ha proposto la patrimoniale sui contanti, Davide Serra (il renziano patron del fondo Algebris) ha ipotizzato su Twitter: «In Brasile e Corea l’evasione è crollata quando chi utilizza carta/bancomat può dedurre tutte le spese dal reddito e chi invece usa banconote no. Propongo un’idea semplice. Con bonifico o bancomat/carta paghi Iva al 15%. Usi contante? Paghi Iva al 30%. Così l’evasione crolla del 90%». L’obiettivo è nobile, certo: eliminareil nero. Peròlo Stato sa già, da anni, dove albergail sommerso. Basti pensare che ogni italiano effettua 67,6 operazioni con carta elettronica all’anno. Però in Basilicata la media scende a 22,4, in Calabria è a 29,4, in Campania si ferma a 32,1. Mentre in Lombardia è a 87, in Lazio 95,9 e nel Trentino si salea 101,9 pagamentielettronici annui pro capite. Cioè quasi uno ogni tre giorni. Se sovrapponiamo questi dati coni numeri sull’evasionefiscale e contributiva, scopriremmo immediatamente dove c’è maggiore nero. Ma costa troppo, in termini economici (troppi uomini e mezzi) e politici (perdita di consensi nelle zone più controllate). E allora, com’è tipico in Italia, si inizia a criminalizzare tutti gli utilizzatori di contanti, nella speranza di spennare chi non può esimersi dall’utilizzareil bancomat.

Ci rendiamo conto che stanno minacciando i nostri beni? Dopo aver massacrato le seconde case,il cuimercato è crollato del 30-40% e non si è mai più ripreso, ora è la volta della banconota. Sporca, pericolosa e cattiva. Girano strani piani al Mef. Del tipo: detrazioni e deduzioni saranno accordate ai contribuenti se le spese da scaricare sono digitali e non in contanti. Capite? Una persona va in farmacia, acquista tre medicinali detraibili e tira fuori una banconota da 50 euro. Ilfarmacista passail codice fiscale sotto il chip e, in teoria, le nostre spese mediche sono già pronte per essere scaricate in sede di dichiarazione dei redditi… No, in base alle proposte del team di Roberto Gualtieri – anticipate ieri dal Sole24Ore – o saldi col bancomat o la carta di credito oppure quella spesa medica non potrà essere detratta. Ma questa sarebbe una rapina… Tutti hanno ben presente il blitz di Giuliano Amato sui conti correnti (luglio 1992) e in parecchi non hanno scordato l’eurotassa prodiana,mai restituita completamente. Qua ci stanno spiegando, Conte in testa, che bisogna trasformarel’Italiain un paradiso verde, digitalizzato, sostenibile. Non vorremmo che si usassero i nostri soldi in banca per finanziare questi sogni… Occhio.

Si dice lotta all’evasione ma in realtà si intende lotta al denaro contante. E’ questa una delle carte che il nuovo governo intende giocare per reperire una parte delle risorse necessarie ad annullare i 23 miliardi di aumenti dell’Iva previsti per il 2020. «C’è un’evidente correlazione tra diffusione dei pagamenti in contante ed evasione» ha spiegato ieri ad Agorà Antonio Misiani, nuovo viceministro all’economia in quota Pd, secondo il quale ora «occorre proseguire il percorso avviato con l’introduzione della fattura elettronica, che ha già dato risultati importanti, e dello scontrino elettronico che entrerà in vigore a gennaio, incentivando l’uso della moneta elettronica». I numeri parlano chiaro: in Italia, secondo le stime del Mef, l’evasione raggiunte quota 107 miliardi di euro. Da sola l’Iva non versata, secondo l’ultimo rapporto della Commissione Ue, raggiunge i 33,7 miliardi di euro, il livello più alto in tutta l’Unione europea. A fronte di 550 miliardi di euro di pagamenti effettuati in contanti, quelli tracciabili (carte credito, ecc. ) si fermano a quota 280: in media ogni settimana ogni italiano effettua infatti 12 pagamenti cash e appena 2 utilizzando moneta elettronica col risultato che rispetto a una media europea superiore a 100 transazioni pro-capite annue effettuate con monete elettronica in Italia ne vengono fatte meno della metà. Rischio evasione In generale, il contante risulta leggermente meno utilizzato al Nord e più diffuso al Centro e al Sud, ma il grado di «rischio evasione» (vedere cartina sopra) è più alto nelle zone del paese dove l’attività economica è più vivace (Nord Est, Emilia Romagna e Toscana). Partendo da questa fotografia, dopo che dal primo settembre la Banca d’Italia ha introdotto un’ulteriore stretta chiedendo alle banche di segnalare all’Uif versamenti e prelievi che ogni mese superano la soglia dei 10mila euro, il governo giallo-rosé potrebbe introdurre un’altra serie di misure e di correttivi. Al momento non dovrebbe essere toccato il tetto all’uso dei contante, che il governo Renzi aveva riportato a quota 3mila euro da mille imposti da Monti, perché il programma non lo prevede, ma piuttosto si punta su incentivi e nuovi vincoli. Incentivi e sanzioni Il piano, che parte dal lavoro già svolto in parte dai 5 Stelle, prevede di estendere a tutta la Pa ed alle società che forniscono servizi pubblici l’obbligo di accettare pagamenti solo attraverso moneta elettronica. Quindi, sulla falsariga di quanto avviene già per ristrutturazioni edilizie e riqualificazioni energetiche, si pensa di prevedere anche per altri tipi di detrazioni o deduzioni (come spese mediche, canoni di locazione prima casa, istruzione, spese funebri, ecc.) l’obbligo di pagamenti tracciati per poter beneficiare degli sconti fiscali. Quindi verrà riaperto il «dossier Pos»: occorre infatti introdurre le sanzioni per esercenti e professionisti che non hanno installato le macchinette diventate obbligatorie dal 2014 dopo che il Consiglio di Stato nel 2018 ha bloccato tutto per mancanza di una adeguata copertura giuridica. E poi c’è il tema delle commissioni a carico degli esercenti. In questo caso l’obiettivo è quello di convincere banche e grandi circuiti di pagamento ad eliminare i costi sui micropagamenti (da decidere se sotto i 5 o i 25 euro). La settimana scorsa il Centro studi Confindustria ha proposto di introdurre un credito di imposta del 2% a favore dei clienti che effettuano pagamenti mediante transizioni elettroniche ed una commissione del 2% per i prelievi di contate sopra i 1.500 euro. A Confcommercio e Confesercenti la proposta non è però piaciuta: a loro parere l’unica soluzione per ridurre l’uso dei contanti è tagliare i costi di bancomat, carte di credito e Pos a carico di consumatori e imprese. Richiesta che l’Associazione bancaria vede però come il fumo degli occhi dal momento che una direttiva europea già due anni fa ha ridotto allo 0,3% le commissioni sulle carte di credito ed allo 0,2 quelle per Bancomat e Postepay prevedendo poi ulteriori sconti per operazioni sotto i 5 euro. La battaglia dei Pos Per l’Abi la via da percorrere è quella già sperimentata con successo coi benzinai, un settore dove i pagamenti elettronici hanno assunto ormai un peso considerevole. Dopo essere insorti l’anno passato per il raddoppio dei costi dei Pos hanno infatti ottenuto un piccolo incentivo fiscale che compensa i costi delle commissioni. «In questo campo ha funzionato – sostiene il presidente dell’Abi Patuelli -. Estendiamolo ad altri settori».

Il reddito di cittadinanza verrà confermato, ma il ministro dell’EconomiaRobertoGualtieri afferma che può essere migliorato. Sono diverse le storture che pure i Cinquestelle vorrebbero raddrizzare. Lo spazio di manovra a disposizione per cambiare il sussidio dei grillini però è davvero poco. Tra le soluzioni prese in considerazione finora da M5S e Partito democratico allo scopo di correggere il reddito di cittadinanza, frutto di un brainstorming ancora in corso, c’è l’ipotesidirivedere icriteri inbasea cui si stabilisce la somma a cui un beneficiario ha diritto e dunque di ritoccare le scale di equivalenza. Perché con il meccanismo attuale le famiglie numerose risultano penalizzaterispettoaisingle.Saranno inasprite lesanzionianti-furbetti. VERIFICHE E sempre a proposito di furbetti, è al vaglio anche un altro correttivo, più scenografico, che consisterebbe nel ridurre la soglia per i prelievi in contante così da contrastare gli acquisti illeciti. Stando a quanto emerso dai controlli condotti dalle Fiamme Gialle, un’ampia schiera dipercettori del sussidionon rinuncia a giocare somme importanti di cuinon ènota la fontedi provenienza. Non è escluso che la somma che è possibile prelevare con le card venga ridotta, da 100 a 50 euro per i beneficiari single per esempio, per far sì che il reddito di cittadinanza non venga disperso. Difficilmente invece il nuovo governo metterà manoairequisitidicui ènecessario essere in possesso per accedere al sussidioal finediallargare laplatea deibeneficiari.Un’operazione similenon èacostozeroe inumeridella legge di Bilancio, tra sterilizzazione delle clausole Iva e taglio del cuneo fiscale, sono già sufficientemente proibitivi. Inoltre si ragiona su come implementare le politiche attive per il lavoro perché una delle avariepiù evidentidel redditodi cittadinanza riguardaproprio l’inserimento o il reinserimento nel mercatodel lavoro deibeneficiariconsiderati attivabili:centinaia dimigliaia di percettori del bonus ricevono da mesi il sussidio senza muovere un dito. Nessuno dei possibili ritocchi di cui si è discusso in queste settimane comporteràmaggiori oneri per la finanza pubblica. L’obbiettivo, al contrario, è di ampliare semmai i risparmi legati alle minori spese finali per il reddito di cittadinanza, così da racimolare risorse utili da reinvestire nella finanziaria. Tolti i circa 12 miliardi di flessibilità che Bruxelles pare disposta a concedere al nuovo governo, restano da reperire altri 23 miliardi per sminare l’aumento dell’Iva e realizzare il taglio del cuneo fiscale promessodai giallorossi.M5S ePd sanno che la minor spesa per interessi dovuta al calo dello spread da sola nonpuò bastare, visto che nellamigliore delle ipotesi frutterà sei miliardi di euro nel 2020. Fari puntati dunque sul welfare e in particolare sul tesoretto che deriverà dal reddito di cittadinanza e da quota 100. L’Ufficio parlamentare di bilancio stima che il sussidio quest’anno costerà 1,2 miliardi di euro in meno del previsto, mentre per quanto riguarda la misura della Lega sono attesi risparmi per un miliardo di euro nel 2019 e 2,4 miliardi di euro nel 2020. Ulteriori risparmi potrebbero arrivaredallanuova stretta anti-furbetti di cui stanno discutendo democrateciqnuestelle. GIRO DI VITE L’intensificazione dei controlli permetterebbe innanzitutto di eliminare dalla platea dei beneficiari del reddito di cittadinanza coloro che oggi sono in possesso della card pur non avendone diritto. Inoltre le sanzioni nei confronti di chi lavora in nero (reclusione da due a sei anni) e di chi non partecipa alle iniziativepromossedaicentriper l’impiego nell’ambito dei percorsi di reinserimento lavorativo (sospensione del bonus) potrebbero essere inasprite. Per quanto riguarda questi ultimi, non è escluso che venga anticipata la revoca del beneficio. Oggi a chi diserta senza giustificato motivo le iniziative per l’inserimento lavorativo viene sospesa l’erogazione del bonus, ma è solo al terzo no-show che la card viene definitivamentedisattivata.

Le privatizzazioni tornano all’improvviso di attualità. Un’«attualità bruciante», come la definiscono alcuni addetti ai lavori, perchè la revisione dell’obiettivo da inserire nel Nadef, nota di aggiornamento del documento di economia e finanza, va stabilita prima del 27 settembre. E che l’intenzione sia quella di ridimensionare il target di incasso da 18 miliardi nel 2019 (1% del Pil) previsto nel precedente documento lo ha chiaramente lasciato intendere il nuovo ministro per l’Economia, Roberto Gualtieri, in un’intervista rilasciata ieri. Il ministro al contempo ha ribadito che le privatizzazioni vanno fatte, anche se nell’ambito di una strategia industriale, e tenendo presente che si tratta di aziende di valore strategico che generano dividendi copiosi. Rivedere al ribasso gli obiettivi di incasso delle dismissioni per il 2019 per un governo europeista come quello attuale – che vuole archiviare come un incidente da dimenticare il rischio di una procedura di infrazione da parte della Ue per debito eccessivo – significa impegnarsi a realizzarli. In un margine temporale che ormai è poco più di tre mesi. E questo restringe praticamente a una le possibilità di intervento, nonostante ci siano ancora scuole di pensiero che ipotizzano vendite sul mercato. La Cassa depositi e prestiti è l’attore principale che sarà probabilmente chiamato a scendere in campo. Nessuna decisione politica al momento è stata presa, anche perchè il nuovo esecutivo si è appena insediato. Il tempo, però, stringe. E se, come sembra probabile, Cdp avrà il compito di comprare quote di partecipazioni pubbliche oggi possedute dal ministero dell’Economia il conteggio degli incassi possibili da realizzare quest’anno deve tenere in considerazione anche l’equilibrio del bilancio della società guidata da Fabrizio Palermo e gli impegni assunti con il piano industriale. Questa delicata alchimia potrebbe rendere verosimile un obiettivo di incasso da almeno 5-6 miliardi (due anni fa da cfo Palermo ha riorganizzato la struttura finanziaria della società recuperando la capacità di generare flussi di cassa aggiuntivi per almeno due miliardi l’anno). E per realizzarlo c’è anche la possibilità di scegliere tra partecipazioni che ha un senso industriale spostare sotto Cdp. Quote di società che nell’ultimo anno e mezzo hanno aumentato sensibilmente la capitalizzazione di Borsa: dunque non ci sarebbe neanche un rischio ipotetico di una “svendita” per le quotazioni depresse sul mercato azionario. Tra queste il 53,38% del capitale di Enav (valore 1,5 miliardi), il 29,26% di Poste (3,9 miliardi), il 13,75% di StMicroelectronics (2,2 miliardi) e infine il 4,34% di Eni (2,2 miliardi). Il totale rasenta i 10 miliardi. Va detto che la condizione per poter vendere le quote a Cdp senza far scattare il veto di Eurostat è quella di girare anche la governance. Oggi Cdp già ha il controllo di Eni (il 25%) e quasi il 30% di Poste, ma la governance è in mano al Mef: l’implicazione più immediata con la governance è la titolarità delle nomine nel board e l’indirizzo strategico. Certamente, però, su entrambe le questioni il ministero dell’Economia manterrebbe il potere decisionale, perchè resta comunque il socio di maggioranza di Cdp. In ogni caso le relazioni industriali con Poste sono elevate(basti pensare alla convenzione per la raccolta postale), così come la quota francese di StM fa capo alla Cdp transalpina. Sicuramente l’ipotesi del passaggio della governance è destinata a creare mal di pancia, soprattutto per quanto riguarda l’Eni. Ma è anche vero che per realizzare l’incasso sopra indicato questa partecipazione non servirebbe, anche perchè le azioni del gruppo petrolifero sono le uniche ad aver perso valore negli ultimi 12 mesi, complice l’andamento del prezzo del petrolio. La cessione delle partecipazioni potrebbe essere anche un passo preliminare verso il progetto Capricorn, che però è ben altra cosa: esso presuppone il trasferimento delle partecipazioni quotate del Mef attraverso conferimento in aumento di capitale, per rafforzare patrimonialmente Cdp e darle più potere di intervento nell’economia.In questo caso la privatizzazione dovrebbe passare poi per l’apertura del capitale di Cassa, ripagando lo Stato ma lasciandolo al contempo in maggioranza.

Soldi a pioggia. Dalla paghetta per stare comodamente seduti sul divano di casa propria, elargita come reddito di cittadinanza, fino allo stipendio dei navigator che a malapena hanno preso servizio. E già. Infatti nelle loro tasche tra 2 settimane arriverà la seconda busta paga dei 2.000 euro dovuti per contratto: 1.700 netti in busta più un rimborso forfettario, esentasse, di 300 euro per vitto ed eventuali spostamenti necessari a svolgere l’incarico. Il primo stipendio se lo sono guadagnato impegnando, ad agosto, 3 giorni del loro prezioso tempo per seguire un corso di formazione e orientamento in attesa di sedersi nel proprio box a ricevere richieste e offerte di lavoro. Il secondo tentando di scrivere il curriculum dei percettori del reddito di cittadinanza che via via vengono convocati nei centri per l’impiego. E passin passino i neoassunti andranno a incassare 27.338,76 euro all’anno cui sommare altri 3.600 fino ad aprile 2021. Conti alla mano insomma la prestigiosa misura dei pentastellati è già costata agli italiani, solo per il mese scorso 7,5 milioni tra stipendio, benefit e tasse. Senza contare che in alcuni centri per l’impiego, capoluoghi in primis, sono in corso ancora le operazioni di ammodernamento della rete internet per consentire ai nuovi impiegati di accedere ai canali di comunicazione sul web. La stessa Anpal (l’agenzia che fa capo al dicastero di via Veneto) ha già messo a bando una serie di iniziative d’acquisto di sistemi informatici per ottimizzare i lavori in corso. Certo non dovrebbe essere necessario sottolinearlo però risulta assai bizzarro che alcuni compiti siano stati avviati tra luglio e agosto quando invece la legge sul reddito di cittadinanza, navigator acclusi, è stata semplicemente approvata oltre 9 mesi fa. Senza contare che i pentastellati nelle loro profusioni lessicali pubbliche, fin dagli esordi dei Vaffa Day di Beppe Grillo, tuonavano contro burocrazia, lungaggini gestionali e amministrazioni pingui e mal funzionanti. Ancora una volta il ministero del Lavoro, prima con Di Maio ora con la neo insediata Catalfo è andato a cozzare contro l’incapacità di progettare dei percorsi concreti e quindi agevolmente realizzabili. Peraltro Nunzia Catalfo vanta di conoscere la professione: possiede la qualifica di orientatore e selezionatore del personale oltreché di stenografa, con esperienza proprio negli sportelli lavoro. Così è sancito dal curriculum in seno alla piattaforma Rousseau dove però, alla voce titolo di studio compare uno spazio bianco. Eppure Nunzia Catalfo dimostra di avere le idee chiare: ha promesso che incentiverà la misura del reddito di cittadinanza e forse, chissà, pure il numero di navigator visto che accanto ai 2.980 contrattualizzati ce ne sono altrettanti idonei, lasciati fuori la porta a causa dei posti limitati. Nei primi giorni di ministero, Di Maio stesso aveva sbandierato ai quattro venti che sarebbero stati 6.000 quelli da assumere. Nei fatti, il numero dimezzato, potrebbe far sì che il Comitato navigator idonei metta in piedi un ricorso per intralciare il provvedimento. Nessuna Cassandra però: senza una riforma organica dei centri per l’impiego i percettori di reddito di cittadinanza non riceveranno alcuna offerta di lavoro dai navigator.

Il mondo veloce e disordinato non sembra intenzionato a offrire una tregua, ma nel mondo delle notizie c’è almeno una buona nuova da registrare. I grandi giornali hanno iniziato a capire come sopravvivere e crescere nell’epoca digitale. La regina di questa rincorsa faticosa è il New York Times. Nonostante i frequenti attacchi di Donald Trump, che si diverte a chiamarlo il “failing Nyt”, il giornale non sta affatto fallendo. Nel 2010 aveva meno di centomila abbonati digitali, oggi sono 4,7 milioni, e nel 2025, secondo i piani dell’amministratore delegato Mark Thompson saranno almeno dieci milioni. 62 anni, il primo inglese a guidare il Nyt, dopo essere stato direttore generale della Bbc, ha portato i ricavi a 1,8 miliardi di dollari. A Roma per ricevere il premio Pair del Centro Studi Americani, Thompson spiega a Repubblica la sua strategia e da osservatore privilegiato registra i passi falsi dei populisti, da Matteo Salvini a Boris Johnson. Per anni si è discusso di molte formule per salvare i giornali, dagli accordi con le piattaforme digitali all’e-commerce. Oggi c’è un consenso sulla via da seguire. Cos’è cambiato? «La pubblicità digitale per gli editori è difficile, perché i fondamentali favoriscono sempre le piattaforme. Il dibattito è ancora aperto, ma è chiaro che la gran parte dei ricavi dovrà arrivare dagli abbonamenti digitali. Possiamo discutere se sarà il 70, l’80 o il 90%, ma non sarà certamente il 20%. Il grande cambiamento è arrivare a un modello dove i lettori contano davvero su di noi. Dobbiamo concentrarci sulla relazione con gli abbonati, essere parte della loro giornata». Come farete ad arrivare a 10 milioni di abbonati nei prossimi cinque anni? «Dobbiamo partire dal mercato potenziale, che è molto più grande: stiamo migliorando molto nell’attrarre abbonati più giovani, e molte più donne, che ora sono il 52% della nostra base. Per farlo abbiamo cambiato filosofia organizzativa, i team lavorano per obiettivi, con grandi competenze di analisi dei dati». Come fa un’azienda che ha 168 anni di storia a cambiare? «Durante la recessione del 2008 il New York Times ha attraversato una crisi esistenziale. Abbiamo capito che se non fossimo cambiati saremmo falliti, o avremmo perso l’indipendenza. Quando ho iniziato a lavorare qui nel 2012 la famiglia proprietaria e un terzo dell’azienda erano davvero pronti per un cambiamento fondamentale, anche se altri erano timorosi. Considera anche che nello spirito americano c’è la convinzione di voler provare cose nuove, e credere nel futuro». L’evoluzione del modello economico dei giornali, dalla pubblicità agli abbonamenti è possibile anche per testate più piccole? «Il modello che stiamo sperimentando è costoso all’inizio, abbiamo quasi mille persone al lavoro oltre alla redazione. Ma presto le soluzioni saranno sul mercato, non vedo perché replicare l’esperienza su scala minore debba essere impossibile. La domanda chiave è se il giornalismo sarà appropriato: quel che funziona è la qualità». Ogni giorno che passa viene aperta una nuova indagine antitrust su Google, Facebook e Amazon. È solo politica o qualcosa va fatto? «L’industria digitale deve essere regolata, e le piattaforme sono chiamate a rispondere. Il mio punto di vista da editore, comunque, è che dobbiamo guardare in faccia alle cose: se stampavi Repubblica o il Nyt 40 anni fa avevi la tipografia, la distribuzione, la pubblicità. Il problema è internet. Ma dire “non è giusto, avevamo tutti i soldi dalla pubblicità, è colpa di qualcuno!”, è come se nell’industria dei cavalli si lamentassero per le automobili. Quei ricavi sono stati un po’ un incidente. Bisogna piangere, asciugarsi le lacrime e immaginare il futuro». Nel 2016 ha pubblicato un libro (“La fine del dibattito pubblico”, Feltrinelli) in cui dichiarava morto il dibattito politico. Dobbiamo nutrire una speranza di poter riprendere la parola? «Dobbiamo assolutamente essere speranzosi. Nelle società controllate, come la Russia o l’Ungheria, Putin e Orbán possono restare al potere per molti anni. Ma nei paesi che hanno democrazie e media vivi, per i populisti sta diventando più difficile: lo sta capendo Trump. Anche Matteo Salvini, che ha avuto una parabola interessante, ha dimostrato che il linguaggio del leader populista non può convivere con un governo di coalizione. Boris Johnson dice “Brexit o preferisco morire in un fosso”, ma poi cosa otterrà? È una transizione, ci abitueremo, avremo un po’ più tempo per pensare invece di impazzire per le frasi di un politico. La speranza è trovare un equilibrio». Già nel 2020 avremo questo equilibrio? Insomma, Trump sarà rieletto? «Eh, questo mi sembra ottimista. Trump è stato astuto, più di Salvini, nel rimanere un oppositore, anche se alla Casa Bianca. Suona sempre contro il sistema. È strano, ma il suo modo di fare caotico, inconsistente e incoerente, pare andare bene a molti. Nel 2020 batterlo sarà sorprendentemente difficile».

Per l’inaugurazione del nuovo Palazzo Italia è stato invitato il presidente Giuseppe Conte e a Human Technopole confidano nella sua presenza in una data di inizio ottobre, ma intanto la campagna acquisti di scienziati ha dato già i suoi frutti. E parte di un gruppo più numeroso, tre leader della ricerca come il genetista Piero Carninci, la biologa Gaia Pigino e il biochimico Alessandro Vannini, hanno accettato di mettereadisposizione la loro esperienza. Human Technopole, il progetto natoaRho sull’eredità di Expo, comincia a macinare le prime concrete novità che ci proiettano verso l’affermazione di Milano come «città della scienza». Un ruolo che tra le grandi città europee può forse vantare soltanto Londra, anche perché Francia, Svizzera e Germania hanno un sistema della ricerca distribuito nel territorio. Per il terziario milanese si tratta comunque di una piccola rivoluzione: tradizionalmente viveva sul commercio e la finanza, è diventato nel tempo moda e design, ha aggiunto l’immobiliareeora, grazie alle sue università, i centri di ricerca e poi Human Technopole, invade il terreno della conoscenza. Un passaggio tutt’altro che scontato che ci aiuta a capire di più delle trasformazioni di questi anni, del mutamento delle classiguida e del peso delle reti internazionali. Per stare con i piedi perterra vale la pena ripartire da Palazzo Italia, il cuore di Expo a pochi passi dall’Albero della vita, sede nel 2015 di una visitatissima mostra sulla cultura italiana, oggi quartier generale di una cittadella delle scienze della vita. L’edificio ospiterà inizialmente i vertici di Human Technopole, gli amministrativi e 150 data scientist. Poi via via attorno a Palazzo Italia nascerà un gemello per il quale si aspettano i risultati del concorso internazionale di architettura, arriveranno l’ospedale Galeazzi e le facoltà scientifiche dell’università Statale con annesso campus. Le date: il palazzo-fratello sarà aperto nel 2024, il Galeazzi nel dicembre 2021 e il primo anno accademico della Statale in versione Rho sarà il 2024-25. E ancora, se all’ospedale sono previsti seimila pazienti al giorno il campus della Statale dovrebbe ospitare ventimila studenti. I profili degli scienziati Ma torniamo ai tre leader della ricerca che stanno collaborando da subito, con altri in procinto di aggiungersi, alla costituzione del nuovo polo. Carninci lavora da vent’anni in Giappone presso il Riken Institute, ha inventato e sviluppato diverse nuove tecnologie per il sequenziamentoel’estrazione del Dna eaHt si occuperà di avviare e sviluppare il centro di genomica. Gaia Pigino è attualmente responsabile di un gruppo di ricerca al Max Planck Institute di Dresda, è senese, si è occupata della microscopia cryo-EM per comprendere l’assemblaggio del ciglio nelle cellule ed eventuali difetti che possono causare problemi a reni, fegatoesistema nervoso centrale. A Rho collaborerà con il centro di biologia strutturale, diretto da Alessandro Vannini che arriva da Londra dove negli ultimi otto anni è stato vice direttore di divisione dell’Institute of Cancer Research. Affiancherà il direttore di Human Technopole, lo scozzese Iain Mattaj, per acquisire una conoscenza precisa della struttura delle macromolecole e la loro organizzazione all’interno delle cellule, con l’obiettivo di comprenderne il funzionamento. Anche dall’esame dei curriculum dei tre scienziati si arriva a capire l’identità del nuovo insediamento, «come un hub di scienza e trasferimento tecnologico impegnato a produrre una medicina personalizzata accessibile a tutti; una infrastruttura scientifica aperta, a disposizione della ricerca e dell’industria italiana» sintetizza il presidente Marco Simoni. La sanità e l’industria Milano scientifica comincia quindi riportando in Italia tre professionalità cresciute e maturate all’estero e ciò è possibile per la legge sul rientro dei cervelli; perla reputazione internazionale di cui gode ora Milano e, non ultimo, per il combinato disposto di livello dei servizi e qualità della vita che può offrire a uno scienziato. E qui arriviamo a un punto-chiave di questa riflessione sulle nuove mete del terziario milanese. La città può candidarsi a un ruolo significativo nell’Europa della ricerca perché alle spalle ha i risultati del modello lombardo di sanità, quell’esperimento di collaborazione pubblico-privato che ha permesso che nell’area milanese nascessero alcune tra le più avanzate realtà mediche capaci di competerealivello continentale. Poi che attorno a questi centri si siano intensificati gli insediamenti industriali della grande e media farmaceutica va quasi da sé e va a rafforzare il retroterra dell’operazione Human Technopole, con la quale si conferisce una vocazione precisa a tutta l’area dove si tenne l’Expo e che infatti è stata battezzata Milano Innovation District (Mind). Non è un caso che Farmindustria tenga a Rho ai primi di ottobre la sua riunione di giunta e che nel Consiglio di Sorveglianza di Ht ci sia anche il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci. La governance duale Ht è una fondazione di diritto privato, finanziata con 140 milioni l’anno dal ministero dell’Economia, presieduta per l’appunto da Simoni e che ha adottato uno schema di governance duale per separare gli interessi degli azionisti — e dunque della politica — dalla gestione e garantire così l’autonomia della ricerca. È un triangolo, dunque, quello tra ricerca, industria e politica che a Rho pensano di aver messo in ordine costruendo anche legalmente le giuste distanze. Quando poi si andrà avanti e l’area Expo diventerà una vera città frequentata da 60 mila persone al giorno e con 15 mila residenti si confida che si siano insediati nell’area anche Bosch, Eni, Enel, Leonardo e Mapei.

Foto e video che mostrano Gabriel Natale Hjorth mentre maneggia droga e armi. Filmati e immagini in cui si vede Finnegan Lee Elder che utilizza stupefacenti e medicinali. È il risultato dell’analisi effettuata sui cellulari dei due ragazzi americani accusati di aver ucciso il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega la notte tra il 25 e il 26 luglio. Un «collage» per dimostrare—denuncia il Nucleo investigativo nella relazione consegnata ai magistrati — «che i due indagati hanno disponibilità di diverse sostanze stupefacenti e psicotrope», ma anche «il profilo di due giovani che si dimostrano spavaldi e inclini alla sregolatezza». E contro Natale c’è un’ulteriore contestazione: «Tra le immagini ce ne sono alcune in cui Natale Hjorth, unitamente alla sua presunta “ragazza” o talvolta da solo, ostenta il possesso di ingenti somme di denaro che, correlate ad alcuni messaggi trovati su WhatsApp, potrebbero essere derivanti dai proventi della vendita dei narcotici». E infatti nell’informativa viene evidenziata la chat tra Gabriel e sua mamma. Lo scambio di messaggi risale al 30 giugno. L’accusa della donna è esplicita: «Sei un bugiardo. Dovresti cominciare a dirtelo e allo stesso tempo chiedereate stesso cosa io non faccio per te e cosa tu fai per me». E ancora: «Se hai bisogno di farmi passare per quella cattiva così puoi andartene, fare uso e vendere droga e andare alle feste tutte le notti senza avere una vita che sia produttiva, puoi andare avanti e farlo». Luirisponde sprezzante: «Sei così ridicola, “faccio uso e vendo droga” solo perché ho provato alcuni funghi per la seconda volta nella mia vita e ho deciso di essere onestoedirtelo. Lasciami in pace e ti lascerò in pace. Ho finito di provare a renderti felice,èinutile». Altre chat riguardano i discorsi con la fidanzata alla quale elenca i coltelli che vuole acquistare. Alla sua ragazza scrive Elder pochi minuti dopo aver accoltellato Cerciello Rega: «Qualunque cosa accada ti amo». E quando lei si allarma lui sembra consapevole di quanto succederà: «Non so se riesco a tornare». Tra i documenti consegnati ai magistrati coordinati dal procuratore Michele Prestipino c’è la relazione dei carabinieri del Ris sulle tracce trovate nella stanza d’albergo dei due giovani. «Sul pannello dove era nascosto il coltello del delitto, ci sono le impronte di Natale Hjorth», denunciano. E questo per dimostrare la responsabilità di entrambi nella vicenda.

Per una campagna elettorale abortita al Papeete Beach, un’altra comincia con toni non meno pirotecnici. Il 7 ottobre novemila magistrati eleggeranno due membri del Csm, sostituti dei dimissionari coinvolti nello scandalo sulle nomine, definito «sconcertante» dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Ufficialmente i 16 candidati sono fuori dal gioco delle correnti, come richiesto dal sindacato interno, l’Anm. In realtà le correnti non sono sparite. Basta girare in questi giorni nei palazzi di giustizia dove si svolgono i primi dibattiti. A Torino sono volati gli stracci, quando dai massimi sistemi si è scesi alla carne viva del rapporto con le correnti. Il casus belli è la scelta di Paolo Criscuoli, esponente di Magistratura Indipendente coinvolto nel «mercato delle nomine» e perciò sotto processo disciplinare, di rientrare al Csm dopo due mesi di autosospensione. È stata la risposta interlocutoria di Antonio D’Amato, procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere e unico tra i candidati a essere iscritto alla stessa Magistratura Indipendente, a scatenare la rissa. «Prendi le distanze dalla tua corrente o no?», lo incalzava Fabrizio Vanorio, pm a Napoli e candidato progressista di Area. «No, ma la mia candidatura è totalmente autonoma», rispondeva D’Amato. «Tanto autonoma che partecipi a cene elettorali organizzate dalla tua corrente», l’affondo di Tiziana Siciliano, procuratore aggiunto a Milano (sua la commovente requisitoria nel processo sul caso dj Fabo). Gelo in sala. E D’Amato, napoletano dal sangue caldo: «Di cene elettorali proprio tu parli, che da due mesi ne fai a Milano con Fabio Roia (ex membro del Csm, esponente di Unicost, ndr)». «Ti sfido a dimostrarlo». «Mi ha tirato un colpo basso», inveiva D’Amato lasciando la sala, mentre i suoi sostenitori accusavano la Siciliano di aver «istruito un processo proletario degno dei Khmer Rossi». E via di seguito, in un clima da corrida che induceva Francesco De Falco, pm napoletano e candidato di Unicost, a premettere – non richiesto – che «io dal 1999 non vedo e non sento Cosimo Ferri», magistrato e deputato Pd, protagonista delle trame sulle nomine. E Alessandro Milita, anch’egli procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere e candidato indipendente (ma come la Siciliano, di idee vicine a quelle di Area) a ipotizzare per Criscuoli «un’indagine per truffa ai danni dello Stato, per aver preso lo stipendio al Csm senza lavorare». Per nulla pentita, la Siciliano ha dato il bis a Milano: «Io sono davvero indipendente, nessuno mi organizza aperitivi e cene elettorali. Qui c’è più di qualcuno che si dice indipendente ma ha alle spalle correnti che lo promuovono in maniera occulta». Costringendo tutti a un pubblico esame del sangue correntizio. D’Amato è l’unico di Magistratura Indipendente, la corrente vincitrice alle ultime elezioni ma più colpita dallo scandalo. Si definisce «né ferriano né antiferriano». L’anno scorso, candidato in pectore al Csm, fu scavalcato in extremis da un fedelissimo di Ferri. La sua campagna è tutta sull’esaltazione del «magistrato moderato e senza volto» contro «quelli che cercano il protagonismo mediatico in funzione salvifica». Bersaglio Nino Di Matteo, pm palermitano del processo Stato-mafia. Candidato da Autonomia e Indipendenza (la corrente di Piercamillo Davigo, ma in questo caso soprattutto di Sebastiano Ardita), ha esordito a Milano invocando «la resistenza alla strisciante volontà degli altri poteri, legali e illegali, di ridurci a squallidi burocrati». Di Matteo è il grande favorito per notorietà mediatica, consenso tra le giovani toghe (ormai il 30% del totale) e profilo anti-sistema. Però non ha una base di consenso territoriale (la Direzione nazionale antimafia ha pochi magistrati), finora ha fatto poco proselitismo e la sua sovraesposizione politica (il M5S lo voleva ministro) risulta indigesta, soprattutto ai giudici di merito. D’Amato e Di Matteo sono candidati unici delle rispettive correnti, enorme vantaggio in un sistema uninominale maggioritario. Unicost, corrente centrista pure colpita dalle intercettazioni (è quella di Luca Palamara e di due membri del Csm dimissionari) ha due candidati: il pm napoletano Francesco De Falco e il procuratore di Pisa Alessandro Crini. Area, la corrente progressista, confermandosi la meno irregimentata (o «più tafazziana», come dice qualcuno), ha rispettato l’impegno a non «gestire» i candidati. La conseguenza è che ce ne sono tre direttamente riferibili e altrettanti indirettamente, con inevitabile e deleteria dispersione di voti. I più forti paiono Anna Canepa, volto storico di Magistratura Democratica e pioniera dell’antimafia al Nord, e Fabrizio Vanorio, già candidato sconfitto alle primarie l’anno scorso, in un conflitto interno non sopito che alimenta criticando «la nostra eccessiva vicinanza ai gruppi di potere». Molti candidati, consenso balcanizzato, indipendenti che succhiano consensi alle correnti: sarà guerra all’ultimo voto. E dunque le correnti si muovono: porta a porta, chat promozionali con indicazioni di voto, cene (Magistratura Indipendente), «light lunch» (Unicost), tour elettorali di gruppo nei tribunali. Tutto, peraltro, non solo lecito ma anche fisiologico. Ma di questi tempi è sale sulle ferite aperte dai trojan. Il risultato elettorale ridefinirà gli equilibri di potere in un Csm nel quale si sta consumando un ribaltone non dissimile da quello parlamentare. Autonomia e Indipendenza e Area, soccombenti nelle urne un anno fa, si ritrovano in maggioranza. Proprio come M5S e Pd. Il che avrà effetti sulle nomine più delicate: Procuratore generale di Cassazione, Brescia, Torino. E Roma, la madre di tutte le nomine. Dove i giochi si sono riaperti e si profilano terze, se non quarte, vie.

«Si tratta di un’azione irresponsabile». All’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Simone Valente (M5S), secondo firmatario della legge di riforma dello sport italiano, le lettere di Malagò al Cio non sono affatto piaciute. Quali possono essere le conseguenze? «Spingersi al punto di suggerire al Cio di escludere l’Italia dalle Olimpiadi di Tokyo e revocare Milano-Cortina 2026 crea scompiglio all’interno del mondo sportivo italiano. È molto grave che il numero 1 dello sport italiano abbia agito in quel modo». Perché crede che Malagò faccia del contrasto alla riforma una sorta di linea del Piave? «La costanza e la ripetitività di questi picchi di tensione causati con dichiarazioni contro la legge mi fanno pensare che non abbia così tanto a cuore il mondo sportivo, ma il proprio tornaconto personale. Sono anni che ascolto il mondo sportivo e le sue componenti, è dalla base che è partito questo disegno di riforma». A cosa si riferisce quando parla di questioni personali di Malagò? «Il Coni gestiva in autonomia più di 400 milioni di euro che lo Stato gli riversava ogni anno. La riforma ha creato una nuova governance e ha tolto al Coni la distribuzione dei fondi. Questo può aver provocato la rottura di un sistema che prima funzionava in un certo modo e che noi non condividevamo. Lo spirito della legge è quello di creare ordine e proporre una netta distinzione tra il funzionamento della macchina burocratica e la gestione della preparazione di alto livello». Si è detto: un Governo deve salvaguardare il principio dell’autonomia dello sport. Crede che questa legge lo faccia? «Nel testo c’è scritto espressamente che ogni punto della legge debba essere aderente alla Carta olimpica, è un principio sacrosanto che non abbiamo toccato. Chi parla di ingerenze, sbaglia totalmente». Ha parlato con il ministro Spadafora? «Certo, e gli ho dato la mia disponibilità a collaborare per portare avanti un processo che ora va completato. Meno stress si crea al mondo sportivo in questo momento e meglio è. Bisognerà andare avanti e non indietreggiare, tenere fermi i punti approvati dal Parlamento. Sono certo che Spadafora non cederà». A chi fa male questo clima? «Tutto il sistema sportivo non potrà lavorare al meglio finché si porta avanti questa guerra, e ricordiamoci che il prossimo è l’anno olimpico». Crede che Malagò debba dimettersi? «Mi rimetto al ministro, eventualmente lui potrà chiedere le dimissioni di Malagò e il commissariamento del Coni. Certamente Malagò dovrebbe prendersi le sue responsabilità. La situazione non può proseguire in questo modo, così si fa solo del male allo sport italiano».