Non bastava andare a lavorare per il governo francese. Ora si scopre che l’ex missino, ex prodiano, ex renziano, ora macroniano, Sandro Gozi, ha addirittura un contratto con il governo maltese. A rilevare l’ingombrante incarico è il quotidiano francese Le Mo nd e. “Ama vantare il suo ‘approccio transnazionale’”, scrive il giornale francese che si chiede: “Questo significa spingersi fino a lavorare simultaneamente per diversi governi?”. GOZI, INFATTI, DOPO l’incari – co di sottosegretario agli Affari europei diventa, piuttosto irritualmente, consulente del governo francese guidato da Edouard Philippe. L’allora vicepremier Luigi Di Maio lo aveva etichettato come “tr adit ore dell’Italia”. Ora si scopre che oltre all’in – carico francese esiste un contratto di consulenza con Joseph Muscat, che guida il governo di Malta. La notizia è stata diffusa dal quotidiano maltese Times of Malta, partner di Le Monde. Il portavoce di Muscat conferma che Gozi, insignito dell’Ordine nazionale al Merito nel 2016, lavora per il premier maltese dal giugno 2018. L’incarico prevede la consulenza “su tutte le istituzioni e priorità europee nel ruolo, identico o simile, che ha avuto o ha con governi e istituzioni europee”. NEL FRATTEMPO, però, Gozi è diventato consulente anche del governo francese. E dopo essere arrivato ventiduesimo alle elezioni europee nella lista francese En Marche!, si prepara a divenire eurodeputato non appena l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea lascerà liberi gli scranni inglesi a Strasburgo. Interpellato da Le Monde, Gozi ha cambiato più volte versione sull’a r g omento dicendo prima che tra i due incarichi “non c’è conflitto di interessi”. Qualche ora più tardi, però, rettifica spiegando che il contratto maltese è stato sospeso in seguito all’elezione europea con una lettera scritta a Muscat. A Le Monde, poi, ha assicurato che il premier Philippe era a conoscenza di tutto, ma poco dopo spiega: “Gli avevo detto di avere delle consulenze, ma non i dettagli su questo contratto”. Ora i francesi hanno acceso i riflettori. Si tratta di capire se Gozi possa finire nel mirino dell’Autorità per la trasparenza della vita pubblica. Va anche sottolineato che recentemente i rapporti tra Macron e Muscat sono molto migliorati sia sul fronte delle politiche migratorie sia su quello politico generale. E questo, nonostante la disinvoltura fiscale della piccola isola o scandali più rilevanti come l’o m i c id i o di Daphne Caruana Galizia. Ma “l’approccio transnazionale” di Gozi, per natura, non ha limiti.
«Agli odiatori politici in rete sono abituata. Poiché difendo gay e migranti, mi hanno scritto più volte: che ti stuprino venti negri. Non avrei mai pensato, però, che mi augurassero un carcinoma polmonare solo per aver pubblicato la foto di una lepre ferita a morte da un cacciatore nella campagna dove vivo». Monica Cirinnà, 56 anni, senatrice Pd a cui si deve la legge sulle unioni civili, non è donna da farsi intimidire. Ha ricevuto l’augurio di una malattia mortale da una certa Vanitosa95, che negli ultimi mesi ha mandato simili messaggi anche alla cantante Emma, appena uscita da un’operazione per un tumore, e ad altri personaggi che in passato si sono schierati contro la politica dei porti chiusi ai migranti. Lei ha risposto su Twitter e poi è andata a a prendere le uova fresche per il padre novantenne. Cosa dice agli hater? « Non si preoccupino: di tumori ne ho avuti due al petto in vent’anni e sono ancora qui. A combattere, a credere. Forse farebbero meglio a capire loro perché sono così mal messi, cosi pieni di odio e veleno». Chi la odia? «Non so chi siano, se persone fisiche o troll. Quello che bisogna capire è come mai, sempre più spesso, i bersagli di chi odia sotto pseudonimo in rete, siano donne. Persone indipendenti, fuori dagli stereotipi, che non stanno zitte e buone, al di là degli schieramenti: come la Boldrini o la Meloni». Perché augurarle la malattia? «Quella signora lo ha già fatto con Emma e con altri ancora. Con chi, come me, ha conosciuto sulla propria pelle la paura del cancro e della morte. Avevo 40 anni la prima volta. Mi ricordo tutto, la sera prima del viaggio a Milano, io e mio marito in lacrime, con lui che mi diceva io non ti lascio morire. I primi esami, la diagnosi, l’operazione al petto, le radiazioni che bruciano». E quando torna l’incubo? «Gli anni passano, ma continui a fare controlli e poi di nuovo, dopo nove anni, il tumore torna a farsi sentire, e di nuovo sono sotto i ferri, una nuova operazione. Adesso sono nove anni che ogni sei mesi mi faccio doppi check up e ho sempre paura, ma sono viva anche e proprio perché ho fatto prevenzione. In famiglia il cancro purtroppo è di casa: mia madre se n’è andata tre mesi fa, lo aveva al pancreas, mia nonna al petto». Cosa direbbe alla signora? «Credo che invece di vomitare odio contro di me o altri, dovrebbe fare i conti col veleno che ha dentro e che la consuma. Dovrebbe rivolgere altrove la rabbia che cova. Trasformare il suo veleno in una medicina, come dicono i buddisti». Politici sotto accusa? «Noi politici siamo oggetti degli hater, perché c’è una rabbia sociale che non ha avuto risposta, perché non c’è equità sociale in questo paese. Anche la sinistra non ha saputo ascoltare. Lo stato sociale non si fa solo col welfare ma anche con educazione, cultura. Il vero male in Italia ora è la solitudine perché nessuno dà risposte, dietro gli hater e la loro moltiplicazione secondo me c’è abbandono, solitudine, c’è una profonda cesura tra palazzi e società. Ci vorrebbe un ministero della solitudine per dare ascolto, capire e cambiare». Come combatte la paura e gli hater? «Con la passione civile e politica, venti querele e soprattutto avendo accanto mio marito, 25 anni assieme, 25 anni che mi porta la colazione a letto».
L’ha sentita morire. Ha ascoltato gli insulti rabbiosi che degli sconosciuti urlavano a sua figlia durante l’agguato sull’autostrada. Poi quella scarica di kalashnikov, anche al telefono inconfondibile e definitiva. “Hevrîna min!”, gridava Suad, mentre gliela stavano ammazzando in diretta. “Hevrîna min…”, ripete anche adesso la mamma dell’attivista curda, mentre parla attraverso whatsApp dalla sua casa di Derik, con le tapparelle abbassate e il lutto dentro. Significa “la mia Hevrîn”, in curdo. Per Suad, tutto ciò che contava. Una decina di giorni fa, all’improvviso, il mondo ha celebrato la figura di Hevrîn Xelef, la 34 enne paladina dei diritti delle donne, trucidata il 12 ottobre da miliziani che mostravano la bandiera di Ahrar al-Sharqiya. Proprio il gruppo jihadista che Repubblica aveva scoperto far parte del Syrian National Army, l’accozzaglia di ribelli addestrata dal presidente turco Erdogan per invadere il Rojava. La sua foto è apparsa ovunque, nei tg, nei giornali e sui social network. Ma cosa sapevamo veramente di Hevrîn? Niente. Allora abbiamo chiesto a Suad di raccontarcela. «Era una persona piena di talento, corretta e coraggiosa. Credeva nell’uguaglianza dei popoli, per questo motivo ha trovato subito il suo posto nel mondo. Quando era piccola e andava a scuola, le davo un po’ di soldi per comprarsi qualcosa da mangiare, e puntualmente scoprivo che li aveva divisi con le sue amiche e i suoi amici. Hevrîn per loro si toglieva il pane dalla bocca. Basta vedere le fotografie del tempo in cui frequentava l’università: non ce n’è una in cui non compaia mentre condivide con gli amici cibo e bevande». Hevrîn era un ingegnere. Di cosa si era occupata? «Si era laureata al dipartimento di ingegneria civile dell’Università di Aleppo. Dopo aver lavorato per un anno e mezzo al ministero per l’Energia elettrica, era passata al ministero delle Finanze. Quando è stato fondato il partito per il Futuro della Siria, ne divenne subito segretaria generale perché aveva già compreso quanto fosse importante per i curdi lavorare all’unità politica di tutti i popoli che abitano questa parte del mondo». Quando è sorto in lei l’impegno per i diritti delle donne? «Ha avuto questo innato istinto di protezione fin da bambina. L’impegno attivo, per affermare libertà e uguaglianza, sia all’interno della famiglia che all’interno della società, è iniziato all’università». Non aveva mai pensato di arruolarsi con le combattenti Ypj? «No perché Hevrîn era una donna pacifica. Ha sempre desiderato portare la pace e mai, in alcun modo, la guerra. Però era orgogliosa delle unità Ypj, idealmente era al loro fianco. Per lei era una grande cosa che le donne del Rojava potessero volontariamente imbracciare il fucile e difendersi. Diceva sempre: “Noi donne non siamo senza onore, noi donne proteggiamo noi stesse e il nostro onore”». Aveva famiglia? «Non era sposata e non aveva figli. La sua famiglia eravamo io e i suoi fratelli». Quali idee aveva sulla questione curda e sulla Siria democratica del Nord Est? «L’obiettivo del suo partito è portare la democrazia in Siria, trovando una soluzione pacifica per la coesistenza di tutte le religioni e per arrivare all’unità tra curdi e arabi. Purtroppo ora la Siria l’ha persa per sempre». Che cosa vi siete dette il giorno in cui è stata uccisa? «Poco prima che la mia Hevrîn uscisse di casa, ci siamo abbracciate. Mi ha detto “mamma, quanto è buono il tuo profumo!”, e io le ho risposto di non perdere tempo perché rischiava di fare tardi. Le ho detto solo “buon lavoro, e prenditi cura di te”». Dove stava andando? «Quella notte avrebbe dovuto dormire a Hasakah, poiché lì doveva parlare in un programma televisivo. L’indomani aveva un lavoro da fare a Tabqa. Purtroppo, alle 18.55 in punto, è caduta in un agguato brutale sull’autostrada M4. Il telefonino ha squillato. Ho visto che la chiamata arrivava dal suo cellulare e quindi ho risposto, ma non riuscivo a sentire la sua voce. Continuavo a dire “Pronto? Pronto?…” e a chiamare il suo nome, con la voce che mi tremava e che diventava sempre più forte. “Hevrîna min! Hevrîna min! Figlia mia, che succede?”». Hevrîn non parlava? «No, non riusciva a rispondere. Si sentivano voci di uomini che parlavano in arabo, ma non capivo bene cosa stessero dicendo. Sembravano parolacce, minacce. Poi ho sentito gli spari. E, d’un tratto, niente più». Di chi è la colpa della morte di sua figlia? «Del fascista Erdogan. E di quelli che lo hanno aiutato ad invadere la Siria: sono anche loro responsabili della morte di Hevrîn». Se incontrasse il presidente Erdogan cosa gli direbbe? «Gli direi che non ha il diritto di invadere e occupare la nostra terra. Perché ha lasciato che tutto questo accadesse? Perché ha addestrato miliziani jihadisti?». E ai governanti dell’Unione Europea? «Ripetono sempre “noi tuteliamo i diritti umani”, “noi difendiamo la giustizia”… sono parole e basta. E noi? Chi difende i nostri diritti? Non abbiamo forse anche noi il diritto di difenderci? Non vorrei che, ora, dopo la morte di mia figlia, la gente pianga commossa per qualche giorno vedendo quello che Erdogan ci sta facendo, e poi, tra due o tre giorni, si asciughi gli occhi e li rivolga di nuovo da un’altra parte». Cosa vorrebbe dire adesso a sua figlia? «Tesoro mio… prometto di seguire le tue orme lungo questa strada verso la fraternità, l’uguaglianza e l’unità tra i popoli per cui hai sacrificato la vita».
Piazza Castello, 24 giugno 2018: è la festa di San Giovanni, la notte dei fuochi d’artificio, una solida tradizione torinese. Per la prima volta nella storia della città però nemmeno un fischione: di fronte al Palazzo Reale si alzano in cielo duecento piccoli apparecchi luminosi. Sono droni. Volano in perfetto sincronismo, compongono figure fluorescenti: un toro, dei fiori, eliche, l’Uomo vitruviano di Leonardo Da Vinci. La folla in piazza osserva silenziosa, puntati verso il cielo torinese si alzano centinaia di smartphone. L’effetto è piuttosto straniante. L’ideatrice del nuovo spettacolo di San Giovanni è Paola Pisano, assessore alla S m ar t city della giunta Appendino. Da quella sera, per i torinesi, è soprattutto “la Signora dei Droni”, un soprannome che l’ha accompagnata nei mesi successivi fino alla sorprendente nomina di ministro al l’Innovazione tecnologica nel governo Conte bis. Il giorno del giuramento al Quirinale in molti si sono chiesti chi fosse quella giovane donna vestita in modo eccentrico. Oscurata, se così si può dire, dall’abito blu elettrico di Teresa Bellanova, anche Miss Droni si è presentata dal capo dello Stato con un look impegnativo: camicia bianca e pantaloni larghi e scuri, con una stramba fantasia geometrica bianca, marrone e celeste. P I SA N O ama vestire bene, o almeno in un modo che non passa inosservato. Ha 42 anni, l’aria giovanile, il piercing al sopracciglio. È sposata con Marco Toledo, l’imprenditore che ha acquistato (con i fratelli) la Carioca di Settimo Torinese, la fabbrica degli storici pennarelli colorati. È una sportiva: tanta corsa, selfie da runner su Instagram, palestra almeno una volta alla settimana. Chiara Appendino l’ha portare in giunta dopo aver letto il suo curriculum. Tutto nei confini della sua città natale: studi in Economia e Commercio (laureata con 105 su 110), master in Business admi ni st ra ti on , dottorato in Economia aziendale. Poi carriera accademica sempre nell’università sabauda (con periodi di formazione a Londra), consacrata allo studio delle trasformazioni digitali, infine la nomina alla guida di un dipartimento ad hoc nell’ateneo: nel 2014 Pisano diventa direttore del Centro di Innovazione tecnologica multidisciplinare. Niente gavetta politica o esperienze amministrative nella sua biografia: il suo profilo pare uscito da una start up della Silicon Valley trapiantata sotto la Mole. Pisano, insomma, sprizza smartness e dinamismo da tutti i pori. Nel 2018, si apprende dalle sue biografie, si aggiudica il (supponiamo) prestigioso titolo di “D i g i w oma n” – donna più influente nel digitale – conferito dalla rivista Dig ita lic, risultando più votata financo di Samantha Cristoforetti e Milena Gabanelli. GIOVANE, brillante, patinata, tecnologica. È sufficiente per guidare un dipartimento di Palazzo Chigi? Le si può affidare serenamente la trasformazione digitale dell’Ita lia? Secondo Luigi Di Maio, evidentemente, sì. È il capo dei Cinque Stelle che ha voluto la sua nomina. Pisano è molto considerata dai vertici del Movimento, che l’hanno fatta anche esordire a Ivrea, sul palco della convention di Roberto Casaleggio. Era stato sempre Di Maio a spingere per la sua candidatura da capolista alle elezioni europee, lo scorso maggio. La signora dei Droni decise di rifiutare, non proprio spontaneamente: la rinuncia fu suggerita dalla reazione furibonda del gruppo consiliare grillino (“Se va a Bruxelles non si sogni di fare anche l’assessore”). Alla fine, quando è arrivata la chiamata nazionale e Pisano si è convinta a tagliare il cordone ombelicale con la città, il suo assessorato è rimasto “in casa”: il successore designato è il suo più stretto collaboratore accademico a Torino, il professore associato Marco Pironti. Una scelta su cui non sono mancati mugugni e ironie tra gli stessi Cinque Stelle. Diciamolo: Pisano in città non è popolarissima. Certo, ci sono i bei droni colorati della festa di San Giovanni (che però gli altri 364 giorni dell’anno restano parcheggiati in un deposito, anche la polizia municipale fa sapere che “non abbiamo l’autorizzazione per farli volare”). C’è il prezioso progetto per sviluppare l’auto a guida autonoma, i cui primi test sono stati lanciati con grande risalto sulla pista ovale del Lingotto (ma poi che fine ha fatto?). C’è il bar con il cameriere-robot che prepara i cocktail della start up torinese Makr Shakr (carino, fondamentale, dopo qualche mese è stato spostato a Milano). C’è l’innovativo sportello City-Lab al Comune di Torino, un “laboratorio di innovaz io ne ” pensato per promuovere e testare lo sviluppo di nuove tecnologie (ma è aperto solo su appuntamento, solo un giorno a settimana, solo due ore e mezza). Ci sono i Sanbot, le colonnine robot piazzate all’anagrafe per snellire i tempi di attesa e alleviare il lavoro dei dipendenti pubblici in carne e ossa. È proprio qui che si consuma il vero disastro della Signora dei Droni: l’anagrafe di Torino versa in condizioni imbarazzanti. Altro che digitalizzazione: la città fatica a garantire i servizi e s se n z i al i . Caos, code che iniziano alle 5 di mattina, cittadini furibondi, tempi biblici (fino a 4 mesi) anche solo per la carta d’iden – tità: scenari ormai ben noti ai frequentatori degli uffici sabaudi. Il problema, se vogliamo, non sono i robot, ma la carenza di personale in carne ed ossa. La signora dei Droni però è l’unica responsabile dell’idea non proprio oculata di “sp er im e nt ar e” l’a pe rt ur a di due sportelli liberi, dov’è possibile recarsi senza aver preso appuntamento. Il risultato è stato tragico. NON SI PUÒ non augurare in bocca al lupo al ministro Paola Pisano, geniale organizzatrice di spot ad alta intensità tecnologica, eccellente promotrice soprattutto di se stessa. Promette di “digitalizzare l’Italia” come ha fatto con Torino. Qualcuno fa già gli scongiuri.
Attorno al grande tavolo a ferro di cavallo del consiglio di sicurezza, dove si decidono questioni di pace e guerra, di sanzioni e caschi blu, solo uno dei 15 ambasciatori ha diritto alla bottiglietta d’acqua a spese dell’Onu. È il presidente di turno del consiglio, il sudafricano Jerry Matthews Matjila: gli altri, a cominciare dall’ambasciatrice americana Kelly Craft, si devono portare l’acqua da casa. Intanto le fontane monumentali attorno al Palazzo di vetro progettato da Le Corbusier sono a secco per non consumare elettricità. E gli uffici amministrativi avvertono che non consentiranno più modifiche all’ultimo minuto nelle bozze delle risoluzioni. «Non saranno ammesse eccezioni»: probabilmente anche a costo di ritardare cessazioni di ostilità in Siria, in Libia o in altre zone incandescenti dove si concentra l’impegno delle Nazioni Unite. Che succede nel Palazzo simbolo della comunità internazionale? Queste misure di austerità sono state varate dal segretario generale dell’Onu, il portoghese António Guterres, per attenuare l’impatto di quella che al Palazzo di vetro, con un certo ottimismo, viene chiamata «crisi di liquidità». Le casse dell’Organizzazione hanno un buco di centinaia di milioni di dollari, perché alcuni dei 193 paesi membri, come Brasile, Israele, Iran e soprattutto gli Stati Uniti, non hanno ancora versato i loro contributi annuali. Washington, che è il maggiore contribuente del Palazzo di vetro, con il 22% del bilancio ordinario (2,87 miliardi di dollari) e il 28% di quello delle operazioni di pace, ne è anche il primo debitore. E per la Casa Bianca sovranista di Donald Trump sembra quasi un motivo di orgoglio il dover ancora versare 674 milioni di dollari per il 2019 e altri 381 milioni di arretrati. In attesa del pagamento americano e degli altri ritardatari (ma non dell’Italia, che ha già versato il suo obolo), l’Onu, cui non è consentito prendere prestiti o emettere bond, è costretta a tirare la cinghia. La speranza? Continuare a pagare gli stipendi ai suoi 37mila dipendenti. Ma non è sicuro e saranno bloccate anche le nuove assunzioni: «A fine mese — dice Guterres — raggiungeremo la punta più profonda del deficit dell’ultimo decennio». Il segretario ha mandato a tutti i dirigenti un ordine scritto per limitare, dalla settimana scorsa, tutti i viaggi di lavoro non essenziali. In un memorandum, che doveva rimanere riservato ma è finito nelle mani della rivista Foreign Policy, sono state fissate le nuove regole. I rapporti di Guterres non potranno superare le 8.500 parole per usare meno carta e meno inchiostro. I servizi di traduzione simultanea saranno garantiti a orari fissi, 10-13 e 15-18. Il servizio di sicurezza non potrà più operare di notte, cioè nelle ore in cui, in questi 75 anni, sono state raggiunte le decisioni più difficili e importanti. E chiuderà anche alle 17, tra la nostalgia generale, la Delegates Lounge, punto d’incontro, trattative (e bevute) di diplomatici, militari, media (e qualche spia).
Alle 12 in punto di lunedì — settimo giorno di protesta — i grandi hotel internazionali dell’Alameda chiudono le porte scorrevoli e le puntellano da dentro, come nel far west, spingendoci contro tavoli, armadi e sedie. I pochi ospiti rimasti, quelli che non sono riusciti a lasciare il paese nelle ultime 72 ore, bivaccano sui divani delle hall intimoriti dai rumori che arrivano dalla strada, i più coraggiosi tra di loro di tanto in tanto si affacciano dalle grandi finestre dei piani ammezzati per vedere che cosa sta succedendo giù in strada. E giù in strada sta succedendo il caos. Il Cile è a soqquadro. Le scuole e le università sono chiuse. Gli studenti in corteo. I lavoratori in sciopero. L’aeroporto funziona a singhiozzo e chi riesce ad atterrare non trova mezzi per arrivare in città. Il peso è crollato contro il dollaro. I bancomat sono in tilt. Le strade sono piene dei resti della battaglia del giorno prima, pezzi di vetri, bossoli, muri anneriti dalle fiamme, vetrine distrutte. I supermercati, quelli che non sono stati dati alle fiamme, sono aperti per un paio d’ore al massimo e l’accesso è regolamentato e protetto dai soldati col mitra. Una mamma dopo una coda interminabile riesce a comprare il latte in polvere per la bimba, e ora piange di gioia. L’Alameda è l’arteria cruciale di Santiago, la strada che la divide in due, da oriente a occidente, ma anche la spina dorsale che collega La Moneda a Plaza Italia, e cioè il palazzo presidenziale al luogo da cui tradizionalmente partono le principali marce di protesta. Quelle di questi giorni non fanno eccezione. Di solito è molto trafficata, affollata di gente che esce dalle stazioni della metro e entra nei mille negozi. Adesso è piena di gas lacrimogeno, le stazioni sono chiuse e mezzo distrutte, sorvegliate a vista da soldati con i mitra spianati, ovunque corrono camionette con gli idranti, e dimostranti col fazzoletto tirato fin sopra il naso, e il fiatone. La manifestazione — per quanto vietata dallo stato d’emergenza indetto sabato — era stata convocata come «pacifica e familiare». Ma niente in questi giorni può essere pacifico e familiare. La situazione degenera rapidamente, anche per colpa delle notizie e delle immagini che da ogni angolo del paese continuano ad arrivare via whatsapp sui telefonini degli studenti, la categoria più numerosa, più motivata e più organizzata di quelle che stanno sfidando il governo. Riassunti all’osso, quei video raccontano i soprusi dei temibili carabineros. Torture. Come quella registrata a mezzanotte di domenica nella città di Los Andes, dove due poliziotti, dopo aver pestato un manifestante gli danno dieci secondi per scappare, passati i quali aprono il fuoco. Poi raccolgono i bossoli per non lasciare traccia del loro gioco. Così alimentata, l’adrenalina tracima. E genera altra violenza. Una catena che al momento non sembra lasciare una via d’uscita possibile a questa crisi. Del resto, il passo indietro del presidente Sebastián Piñera sul costo della metropolitana, congelato domenica dopo essere stato annunciato pochi giorni prima, non ha prodotto alcun risultato, a ulteriore conferma che quello era solo l’innesco di una rivolta che rintraccia il suo senso dentro una rabbia più vasta, più radicata. Una rabbia le cui origini risiedono nella diseguaglianza economica e sociale di un paese in cui l’uno per cento della popolazione detiene il 26 per cento della ricchezza, mentre un 50 per cento abbondante si divide il 2,1 per cento. Sui telefonini, circola un’altra immagine, si tratta del grafico di un iceberg. La parte emersa (minima) è la storia dell’aumento del biglietto; l’altra, quella invisibile, spiega le “vere” cause. E l’elenco è lungo: si va dalla pessima condizione della sanità e della scuola pubblica, agli scandali per corruzione che hanno travolto esercito e politica, dalla povertà alla distanza tra le élite e i cittadini. Ed è proprio questa distanza che oggi appare incolmabile. La conferma l’ha fornita, chissà quanto volontariamente, lo stesso Piñera nel pomeriggio di domenica abbandonandosi a una dichiarazione quasi irresponsabile: «Siamo in guerra contro un nemico poderoso che è disposto ad usare la violenza oltre ogni limite». Parole di una durezza inusitata che sono state ridimensionate persino dal comandante in capo della difesa nazionale, il generale Javier Iturriaga, «non sono in guerra con nessuno, sono un uomo felice», ma che hanno parzialmente smascherato la strategia governativa: radicalizzare lo scontro, schiacciando le ragioni dei manifestanti pacifici, studenti e lavoratori, sui torti innegabili dei vandali che hanno distrutto le stazioni della metropolitana e incendiato i supermercati. In fondo, sospettano gli oppositori, questa storia è stata così sin dall’inizio. La protesta era cominciata lunedì in maniera pacifica ed è esplosa in rivolta solo giovedì notte quando il governo ha deciso di schierare l’esercito nelle strade. Insomma, l’impressione è che si sia voluto trasformare in guerra quella che guerra, in principio, non era. E così, a fine giornata, quando la sera e il coprifuoco riportano a forza un po’ di tranquillità nelle città cilene, non resta da fare altro che aggiornare il bilancio di questa guerra. Da otto, i morti sono saliti a 11, uno dei quali colpito dai proiettili della polizia. I feriti sono 2.151 di cui otto in pericolo di vita. Incalcolabili i danni. La catena Walmart Chile ha contato almeno cento punti saccheggiati e distrutti, molti bancomat sono stati devastati e i distributori di benzina dati alle fiamme. Così come centinaia di negozi e uffici. E la cosa peggiore è che tra poche ore si ricomincia.
Ettore Rosato, voi di Italia Viva ci state provando con Forza Italia ma la risposta per il momento sembra negativa. «Vedremo. Non ci stiamo provando, stiamo costruendo un campo largo e nuovo i cui paletti sono nel nostro manifesto che è aperto a chi vuole dare un contributo e condividere le nostre idee. Certo chi era in piazza con Salvini le nostre idee non le può condividere. Ma chi non ci è andato pur militando nel centrodestra ha compreso che quel centrodestra non esiste più, ormai c’è solo la destra. Ci aspettiamo altri arrivi». Faceva un certo effetto ascoltare gli attacchi dalla Leopolda a quello che fino a ieri è stato il vostro partito, il Pd. Se ne pente? «Non so che Leopolda abbiate visto. Io ho sentito ore di dibattito su contenuti e proposte, migliaia di persone coinvolte». Il Pd è il partito delle tasse, come ha attaccato Maria Elena Boschi? «Il Pd è il partito che non ci sta mettendo l’energia che ci vuole per evitare l’aumento delle tasse. Ma non è un attacco: è una descrizione». Il Pd è un partito diviso in bande armate, come ha accusato Teresa Bellanova? «Del Pd conosco tutto, avendone fatto parte per tanti anni. Non mi pento di averci militato. Non ho rancori, non ho astio ma neppure nostalgia». Continuate a dire che la lealtà di Italia Viva non viene meno. Ma è difficile crederlo dopo tutte le contestazioni al governo. «Nessuno di noi ha mai messo in discussione la lealtà a questo governo. Sono altri che vogliono andare a votare». E chi? Lei allude al segretario del Pd, a Nicola Zingaretti? «Domandatelo a lui. Ma voglio ricordare che se non abbiamo Salvini a Palazzo Chigi è perché Renzi ha impedito questo scempio. Può mai ora Renzi farlo cadere? Noi semplicemente avvisiamo quando si commette un errore». L’impressione è che vogliate far cadere il premier Conte ma non la legislatura? «Sembra a chi? Non è questo il nostro atteggiamento. A Conte chiediamo di fare il presidente del Consiglio con l’equilibrio che il ruolo richiede». Le liti tra alleati sono preoccupanti, avverte anche l’ex premier Romano Prodi ricordando come lui è stato sgambettato. Lei non vede il rischio? «Noi non siamo litigiosi. Abbiamo fatto una battaglia di principio contro l’aumento dell’Iva che era l’impegno costitutivo di questo governo». Però Zingaretti ha ragione quando sostiene che prima avete condiviso la manovra e poi continuate a sparare bordate? «Non abbiamo sparato alcuna bordata. L’aumento dell’Iva è stato disinnescato prima che la manovra uscisse dal Consiglio dei ministri anche per la nostra fermezza». Invece di essere uniti nella risposta alla Ue sulla manovra, sembra che ogni partito giochi a fare il primo della combriccola. «Ogni partito sta ponendo dei problemi. Noi ribadiamo che ci sono alcuni aumenti di tasse che possono essere evitati. Non è mettere in discussione la vita del governo, ma portare un contributo che eviti regali alla Lega». Ma sulla manovra cosa volete portare a casa? «Innanzitutto non tartassare gli italiani. L’invenzione della sugar tax, o l’aumento della tassazione sui contratti d’affitto sulla cedolare secca, sono cose che si possono evitare con qualche taglio alla spesa non sociale. Ci candidiamo noi a cercare dove tagliare. Le risorse messe su quota 100 sono eccessive rispetto al beneficio che portano e vorremmo riversarle in modo più diffuso su giovani, lavoro e famiglia» E se non la spuntate? «Voteremo una legge di bilancio meno efficace di come potrebbe essere».
Il presidente del Consiglio che dentro i Palazzi sente strane voci su altri premier incontra i partiti per delegazione separate, come se fosse un altro presidente, quello che sta al Quirinale. Invece Luigi Di Maio no, lo convoca da solo, di mattina, nel suo studio a Palazzo Chigi. Perché il capo dei Cinque Stelle è un’altra cosa, è l’avversario che Giuseppe Conte non si aspettava, o meglio non se lo attendeva così, apertamente ostile. Ergo, è il nemico a cui dopo un fine settimana di guerra deve dire di abbassare le armi, prima che sia già troppo tardi. A questo serve l’incontro di circa un’ora e mezza. E in qualche modo funziona, perché tra Conte e Di Maio arriva la tregua: armata, figlia della necessità di governo. Qualcosa di diverso dalla pace. “Tutto abbastanza tr anqu illo ” dirà poi il ministro al suo ristretto giro. Sintesi per un confronto non così tranquillo e non così liscio. Perché Conte all’inizio guarda negli occhi con severità il suo giovane ministro, come farebbe un professore con uno studente troppo vivace. NON HA GRADITO certi toni e certe parole nel duello sulle misure anti-evasione, ovvero su ll’abbassamento della soglia per il contante e le multe per chi non accetti pagamenti elettronici. Norme che per il premier erano pilastri e per Di Maio proprio no, al contrario “misure che criminali zz ano ” piccoli commercianti e artigiani. “Luigi, ho visto sui giornali troppi retroscena contro di me, pieni di accuse” si lamenta (in sostanza) il presidente del Consiglio. E l’appunto al capo del Movimento è chiara, quella di aver ordinato una contraerea in via mediatica. Ma Di Maio non mette la gamba, tenta di smussare: “Diciamo che non ci siamo capiti, ci sono state incomprensioni presidente, ma io non ho ispirato alcun retroscena”. Non dice ciò che pensa, il ministro, ossia che la stilettata di Conte di sabato da Perugia, quella sui grillini che “all’inizio gridavano onestà onestà” è stato un colpo sotto la cintura. Non è questo il momento dello scontro, ha deciso Di Maio. Lo aveva assicurato a qualche big anche prima di iniziare il colloquio: “Riproporrò a Conte le nostre richieste sulla manovra, tutto qui”. E su quello insiste, strappando molto di quanto chiede, a cominciare da una frenata sulle sanzioni per chi non si sia dotato di Pos. Prima, promette il premier, arriverà l’ab b a s s amento delle commissioni bancarie. Però si parla anche di politica, di alleati, cioè di Pd e di Renzi. E Conte e Di Maio arrivano alla conclusione che non c’è altra scelta: “bisogna fare asse” per reggere, per far sì che il governo giallorosso resti a galla. Qualche ora dopo si rivedono nell’incontro tra il premier e la delegazione dei Cinque Stelle, con Di Maio accompagnato dai ministri Federico D’Incà (Rapporti con il Parlamento) e Stefano Patuanelli (Mise), dal sottosegretario Riccardo Fraccaro e dalla viceministra all’Ec o n om i a Laura Castelli. Circa un’ora di colloquio con diversi sorrisi, in cui i 5Stelle chiedono innanzitutto di tenere le norme per il carcere per i grandi evasori dentro il decreto fiscale. Conte annuisce, in attesa di vedere gli altri partiti e del Consiglio dei ministri, in tarda serata. Ognuno recita sua parte per non far affondare la nave. Ma dubbi e sospetti restano sospesi come corvi sopra il patto di giornata. Perché la contesa sulle misure fiscali è stato anche un pesarsi, tra il presidente e il ministro. Con Di Maio che ha ricordato in ogni forma a Conte che a Palazzo Chigi è arrivato grazie al Movimento, convinto che l’avvocato sia ormai schiacciato sul Pd. E il premier che ha indirettamente rinfacciato al capo dei 5Stelle la sua attuale fragilità. Non è un caso che Conte, sempre sabato, abbia invitato a farsi avanti chi “vuole restare nella squadra”. E non parlava solo ai partiti di maggioranza, si rivolgeva anche a tutti quei parlamentari del Movimento che contestano il capo. Diversi dei quali in queste ore hanno inviato messaggi al presidente: “Siamo con te”. DI MAIO LO SAbenissimo, vede il lavorio dietro le quinte. E ha alzato la voce anche per ribadire internamente che il capo è lui, pure per mancanza di alternative. Però i gruppi parlamentari vanno ormai per conto proprio. In Senato, dove gli eletti del M5S hanno fatto muro quasi all’unanimi – tà al ripristino di una parziale immunità per Arcelor Mittal, il colosso che ha rilevato l’ac – ciaieria Ilva a Taranto. E di fatto anche alla Camera, dove oggi i deputati si vedranno in assemblea perché non riescono a eleggere un capogruppo. Troppe divisioni. Tanto più che ora ai due candidati in campo, l’attuale vice capogruppo Francesco Silvestri e Raffaele Trano, membro della commissione Finanze, potrebbe aggiungersi l’ex sottosegretario Davide Crippa. Un altro veterano che descrivono come molto arrabbiato nei confronti di Di Maio. Pesa anche questo, nella dialettica tra il leader e Conte: un punto di riferimento per tanti parlamentari del Movimento. Proprio lui, presidente sempre più terzo.
L’Opa su Forza Italia al momento non sembra dare i frutti sperati. Matteo Renzi è costretto a incassare i rifiuti all’ingresso in Italia Viva di diversi moderati azzurri vicini a Mara Carfagna, che aveva già detto «no grazie»: da Renato Brunetta, che lo definisce «un cannibale», ad Alessandro Cattaneo e Massimo Mallegni. Ma l’ex dem sembra guardare avanti e lancia una grande campagna di comunicazione. Una doppia azione che si muove sui social ma anche sul fronte della raccolta d’informazioni per profilare gli elettori: Renzi ha affidato un incarico alla società Nation Builder, colosso americano che ha creato un software utilizzato da diversi leader mondiali, da Trump a Macron e Johnson. Intanto i comitati locali di Renzi sul fronte della comunicazione social non hanno messo in piedi la “bestia” di Salvini, ma hanno comunque avviato un’azione capillare. Su Facebook dal 18 settembre, giorno dell’annuncio della nascita della nuovo partito, molte pagine hanno cambiato nome portandosi dietro migliaia di iscritti. Ad esempio proprio il 18 del mese scorso la pagina del “Pd Arezzo e provincia insieme”, 4.500 iscritti, è diventata semplicemente “Italia Viva”. Poco dopo è accaduta la stessa cosa con la pagina del “Pd di Caserta”, creata nel giugno del 2011 e che negli anni ha raccolto 3 mila iscritti. Cambi improvvisi anche in pagine non legate alla politica: i 12 mila iscritti ad “Informazione Vera” adesso sono finiti in una pagina con la scritta “Italia Viva”. Nelle stesse ore decine di pagine social chiaramente di sostegno a Renzi, da “In cammino con Matteo”, 5 mila iscritti, alla pagina del “Comitato di resistenza civile contro i barbari legagrillini”, hanno cambiato nome. Ma questi cambi sono frutto di un’azione coordinata dall’alto? «Assolutamente no, anzi troviamo del tutto inopportuna la scelta di cambiare nome a pagine del Pd – dice Alessio De Giorgi, responsabile social di Italia Viva – si tratta di iniziative locali che non controlliamo. Per noi c’è solo una pagina ufficiale del partito sia su Facebook sia su altri social e c’è un solo sito web». Le pagine e gli account ufficiali di Italia Viva comunque sono in gran parte semplici cambi di nome di domini intestati inizialmente ad Azione civile (i comitati avviati alla fine del 2018). Account e siti aperti tra la fine dello scorso anno e l’estate, ben prima della rottura con i dem, a conferma di una strategia di lungo periodo avviata sul web da Renzi: la pagina ufficiale di Twitter di Italia Viva è nata nel novembre 2018 ed era quella di Azione civile, mentre il dominio sul sito è stato acquistato nel luglio scorso. Renzi ha poi avviato una collaborazione con la Nation Builder: una società americana che ha creato un software che incrocia diversi dati degli elettori mandando poi comunicazioni molto profilate. Il Telegraph ha scritto che anche il primo ministro inglese si è rivolto alla Nation Builder, sottolineando una certa aggressività di questa società nella raccolta dei dati: nel 2017 secondo il Telegraph ha acquistato informazioni degli elettori inglesi da un’altra società poi accusata da Facebook di violare la privacy e coinvolta nello scandalo di Cambridge Analytica. Una cosa è certa: Renzi sulla comunicazione punta davvero molto. Forse tutto.
«I conti del Vaticano sono finiti in rosso per una ragione molto semplice: perché a gestirli ci sono gli gnomi della finanza». Giulio Sapelli, docente di storia economica e candidato premier — per qualche giorno — del governo gialloverde, conosce molto bene la storia e i bilanci d’oltretevere. E al di là del rosso nel bilancio dell’Apsa («Sospendo ogni valutazione, dovrei vedere tutti i numeri»), il suo giudizio sul loro stato di salute è tranchant: «La cosa positiva è che il problema delle casse della Santa sede non è quello di sempre, la scarsa trasparenza — dice al telefono da New York — . Con l’adesione alle norme internazionali sull’antiriciclaggio e grazie al buon lavoro fatto da Ettore Gotti Tedeschi su questo fronte si sono fatti grandi passi avanti». Il nodo, molto serio, sono invece le contraddizioni della struttura economica del Vaticano. «Una realtà a sé — spiega — dove da sempre convivono due anime: da una parte c’è un ente con autorità morale e con compiti da assolvere, come si è fatto aiutando Solidarnosc in passato. Dall’altra c’è la necessità di far quadrare il conto economico». E di fronte ai risultati di cui si parla oggi «è chiaro che non si è creata una tecnostruttura in grado di far convivere questi due mondi». L’ ambiguità è ancor più difficile da conciliare con la congiuntura economica e spirituale attuale: «La crisi delle vocazioni e il calo delle offerte dell’obolo, specie dalla chiesa nordamericana, hanno falcidiato le entrate — sostiene l’economista — anche se io non mi spingerei a sostenere che la macchina finanziaria della Santa Sede sia fuori controllo». «Un po’ di malcostume e di malgoverno ci saranno pure», ammette. Ma puntare il dito solo contro voci specifiche come i conti dei cardinali è un po’ fuorviante. «Gli alti prelati non dispongono di niente, sono persone che non lasciano eredità a nessuno e godono solo di potere “posizionale” come la vecchia alta burocrazia sovietica», dice Sapelli. Farne gli unici colpevoli dei guai delle finanze del Papa «è, per usare un’espressione biblica, come vedere la pagliuzza e non la trave». La trave, secondo lui, è «lo sbarco oltretevere di quella che papa Benedetto chiamava la finanza “non buona”». «Il Vaticano non è una corporation — continua — ma le sue casse sono finite in mano alla finanza speculativa che ha distrutto l’economia mondiale, un mondo da cui non ti difende nemmeno lo Spirito Santo». Le cose andavano meglio «quando a gestirle c’erano onesti ragionieri — dice l’economista — e il Santo Padre dovrebbe tornare a disporre dei beni come farebbe una banca commerciale che fa microcredito sul territorio». La finanziarizzazione — ricorda — «ha quasi ucciso anche la General Electric. E se affidi alle società di consulenza i destini della Santa sede, le finanze vaticane sono già morte».