L’ottimismo delle ultime ore sulla Brexit ieri si è incrinato dopo le parole del viceleader degli unionisti nordirlandesi Dup, Nigel Dodds, che in esclusiva a Repubblica (intervista integrale sul nostro sito) ha dichiarato: «Il sistema “doppio doganale” oggetto delle ultime trattative tra Regno Unito e Ue non può funzionare in Irlanda del Nord». Parlando a margine del vertice Nato Parliamentary Assembly a Londra, Dodds confessa. «Noi accetteremo solo una piena unione doganale britannica». Oltre a “non può funzionare”, è quel “piena” che getta una forte ombra sui negoziati fiume in corso a Bruxelles. Perché un clamoroso accordo Brexit prima del Consiglio Ue del 17 ottobre passa proprio per la possibile soluzione del “doppio sistema doganale” per l’Irlanda del Nord che da un lato rimarrebbe parte ufficialmente dell’area commerciale britannica ma allo stesso tempo applicherebbe, per un periodo indefinito, regole e norme Ue su commercio e qualità. Ciò, oltre a scongiurare il ritorno della frontiera al confine irlandese per preservare la fragile pace, comporterebbe una sorta di nuovo confine nel Mar d’Irlanda, cioè tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna. E ciò è inaccettabile per gli unionisti di Dodds, perché Belfast sarebbe divisa dal resto del Regno Unito. Insomma, il vecchio “backstop” di Theresa May che ora il premier Johnson vuole riesumare in nuova veste e, qualora ci fosse un accordo con l’Ue, portarlo in Parlamento a Londra prima del 19 ottobre per chiudere la Brexit. Ma i voti del Dup saranno decisivi e in genere i brexiter conservatori “seguono” gli unionisti. Ma, qualora Johnson capisse di avere i voti necessari senza il Dup, non ci penserebbe due volte a sbarazzarsi degli unionisti.

Elezioni politiche decisive per l’Europa oggi in Polonia, con i sovranisti strafavoriti. Negli ultimi sondaggi il PiS vola fino al 48 per cento, contro il 26-28 di Koalicja, l’alleanza liberal, il 10-14 della sinistra, e i Contadini tra il 5 e il 7. Se anche andassero bene sono opposizioni eterogenee, una loro coalizione sarebbe difficile. Ascoltiamo il veterano della rivoluzione del 1989 e del dissenso, storico e giornalista Adam Michnik. Che cosa è in gioco per la Polonia, la democrazia, l’Europa? «Col partito di maggioranza di Jaroslaw Kaczynski vincerebbe la Polonia xenofoba, omofoba, chiusa alla vita moderna occidentale, con il forte appoggio della Chiesa. E allora ci incammineremmo verso qualcosa come la “democrazia illiberale”di Orbán. Se il PiS otterrà una maggioranza parlamentare abbastanza forte da consentirgli di governare da solo, o peggio in grado di cambiare la Costituzione, avremmo allora esattamente la situazione che si sarebbe creata in Italia con il partito di Salvini come forza di maggioranza». Perché 30 anni dopo il 1989 della libertà il PiS è cosí forte? «Non è solo una questione polacca. Nazionalisti populisti e antieuropei oggi sono forti in tutta Europa. È il risultato di un’ondata politica che ha investito ogni Paese, e poi c’è un elemento polacco. Il PiS guadagna consenso con la polarizzazione della società. Grandi e medie città sono contro il PiS, ma la gente della campagna lo appoggia. Hanno poi un fortissimo appoggio della Chiesa cattolica e del tradizionale conservatorismo esteuropeo». Con quali valori? «Xenofobia da un lato, omofobia dall’altro. E la convinzione che i cambiamenti sociali avvenuti in occidente, che hanno l’appoggio di molti giovani polacchi, siano uno shock culturale. “Il matrimonio è unione tra un uomo e una donna, non ha altre forme”, è quanto molti pensano nelle campagne. Queste convinzioni godono di un appoggio immenso da parte della Chiesa cattolica. Il terzo elemento è la politica sociale e di welfare del PiS: voglio dire spendere e spendere». Non sarebbe anche necessario per i ceti piú poveri, forse dimenticati dalle città? «A breve termine è molto efficace, ma a lungo termine potrebbe rivelarsi estremamente pericoloso per l’economia. A ciò possiamo aggiungere una specie di istinto naturale di paura della democrazia come sistema che porta a rischi non necessari. Molta gente, specie nei Paesi postcomunisti, preferisce vivere senza rischi, una vita dove uno Stato paternalista si prende cura di te, a spese del pluralismo politico e delle libertà personali. Anche questo non è un fenomeno unicamente polacco». Una vittoria del PiS quanto rafforzerebbe Salvini e i suoi altri alleati europei? «Un PiS trionfante sarebbe un immenso aiuto a tutti i nazionalisti antieuropei in Europa, come la vittoria di Trump in America è stata positiva per il PiS mentre la sconfitta dei nazionalisti in Slovacchia è stata per loro negativa». La Polonia resterebbe democrazia o diverrebbe come la “democrazia illiberale”´di Orbán in Ungheria? «Se il PiS vincerà queste elezioni possiamo essere sicuri che ci dirigeremo verso quella via. È difficile dire a quale stadio di questo processo di mutamento istituzionale siamo ora. Furono necessari alcuni anni per introdurre appieno l’idea di un aperto stalinismo dal 1945 al 1949, ma oggi nella prospettiva attuale ogni giorno ci porta piú vicino a quello sbocco indicato dalla sua domanda. Le cose stanno semplicemente così».

«Tutte le foglie sono marroni e i cieli sono grigi». Improvvisamente la citazione è di moda in una California sprofondata nel Medioevo pre-elettrico. Neanche grigi, i cieli sono proprio neri, buio pesto da blackout. Alle foglie marroni e ai cieli grigi era dedicato il primo verso di una canzone-simbolo, California Dreamin’ dei The Mamas and The Papas. Erano gli anni Sessanta, quando lo Stato Dorato della West Coast conquistò un posto centrale nell’immaginario collettivo di intere generazioni, americane e non. La California come nuova frontiera, culla di tutte le rivoluzioni culturali valoriali e di costume, poi laboratorio della modernità fino alle varie ondate di innovazioni tecnologiche. E naturalmente bastione della sinistra americana. Perciò c’è un sottile godimento della destra nell’osservarla alle prese con una crisi assurda, inspiegabile: due milioni di utenze senza luce elettrica, o affette da interruzioni a singhiozzo. Al quarto giorno della crisi dei blackout, nello Stato più ricco d’America, il sarcasmo dei conservatori è alle stelle. The Wall Street Journal apre un editoriale sul “Medioevo della California” osservando che gli abitanti della Silicon Valley e dintorni “stanno imparando a vivere come gli Amish”, quella comunità religiosa che rifiuta il progresso e pratica uno stile di vita settecentesco. La California non è al suo primo impatto con una crisi energetica, anche se può sembrare stupefacente che i dipendenti di Apple Google e Facebook siano soggetti agli stessi disservizi che associamo con i contadini dell’India. Nelle estati del 2000 e 2001 già ci furono blackout a ripetizione. La colpa anche allora era delle utility private, in un’era di speculazione sui derivati dell’energia che culminò col crack finanziario della Enron. (Il malcontento per quei disastri portò al potere Arnold Schwarzenegger). Anche oggi sul banco degli imputati c’è un colosso privato, la utility Pacific Gas & Electricity (PG&E), ma le cause della crisi sono diverse: gli incendi. L’anno scorso l’incendio che ebbe epicentro nella cittadina di Paradise uccise 85 persone e distrusse 14.000 case. In quello e in altri disastri le indagini hanno inchiodato PG&E: i suoi cavi elettrici sospesi sono stati spesso all’origine di scintille in mezzo alle foreste. PG&E è stata condannata dalla giustizia e dovrà pagare indennizzi fino a 30 miliardi di dollari. A gennaio è finita nella procedura di bancarotta che si chiama Chapter 11. In amministrazione controllata, dove comandano gli avvocati e i finanzieri che rappresentano gli azionisti, PG&E non ne vuole sapere d’investire per mettere in sicurezza i cavi sospesi. Ha scelto la soluzione meno costosa: quando parte l’allarme per il rischio incendi, toglie la corrente. Incredibile ma vero, in uno Stato così opulento che se fosse indipendente starebbe nel G7, e ha un Pil superiore a Francia, Inghilterra, Italia, i capricci di una utility inefficiente rendono aleatoria la corrente in 34 contee. I disagi sono enormi, i pericoli anche: in particolare per chi abita in case isolate e anziani con apparecchiature mediche salvavita. Per la destra questo disastro è l’occasione di un processo all’ambientalismo californiano. I repubblicani prendono per buona la versione della PG&E secondo cui i costi per mettere in sicurezza tutte le linee sospese raggiungono 150 miliardi di dollari; anche solo per “ispezionarle” la spesa è tale che le tariffe elettriche dovrebbero salire del 400%. E la California ha già l’elettricità più cara d’America, a causa delle leggi ambientaliste che impongono alte quote di fonti rinnovabili. La sinistra respinge la versione della utility privata. Il governatore della California, il democratico Gavin Newsom, punta il dito contro PG&E: «Sono in bancarotta a causa di un management disastroso che dura da decenni. E non tiriamo in ballo il solito cambiamento climatico: questa è una storia di avidità e negligenza. È ora che PG&E ci dia un sistema elettrico degno del XXI secolo». C’è il sospetto che l’azienda stia prendendo in ostaggio due milioni di utenze per esercitare un ricatto proprio sul governatore e la politica locale: vorrebbe ottenere leggi meno cogenti sulle fonti rinnovabili, e soprattutto sulla sua responsabilità civile e penale in caso di disastri. Mentre la popolazione segue con angoscia il bollettino dei black-out per sapere quanti servizi saranno sospesi nuovamente (lunedì potrebbero esserci ancora scuole chiuse, trasporti pubblici a singhiozzo, reti stradali senza semafori), tra il capitalismo elettrico e la politica locale è una battaglia senza esclusione di colpi. A sinistra si torna a parlare di ri-nazionalizzare il servizio. Ma i democratici hanno lasciato che questo disastro maturasse sotto il loro governo, in un contesto di decadenza generale di tutte le infrastrutture.

Hamdan Al Zeqri, 33 anni, è arrivato in Italia dallo Yemen quando ne aveva 17 per curarsi una grave infezione a una gamba, grazie a un progetto umanitario della Regione Toscana. Oggi è cittadino italiano, lavora in una industria del Mugello, ha un diploma di mediatore culturale, ed è il responsabile del dialogo interreligioso e della formazione coranica dei giovani della Comunità islamica di Firenze, insegnante di arabo e guida spirituale dei detenuti islamici del carcere di Sollicciano. Un curriculum “islamico” di tutto rispetto a cui si aggiungerà, martedì 15 ottobre, un tassello molto sui generis. Al Zeqri sarà il primo rappresentante di una comunità islamica italiana, con incarichi ufficiali, a laurearsi in scienze religiose. A consegnargli il diploma, che lo abilita, fra l’altro, a insegnare la religione cattolica nelle scuole, sarà una commissione di docenti dell’Istituto superiore di Scienze religiose di Firenze, che forma i suoi iscritti (dice lo statuto) «all’evangelizzazione» e «all’animazione cristiana della società». L’Issr è annesso alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, di cui è Gran Cancelliere l’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, che ha incaricato la Diocesi si sostenere interamente i costi degli studi di Hamdan. Una incongruenza? Piuttosto la prova che, nel concreto, le relazioni fra comunità religiose possono stabilirsi nel segno di un’apertura che va ben al di là degli scontri politico-ideologici. «Più capivo chi era Gesù», spiega il laureando, «meglio vivevo il mio essere islamico». Sui social, però, si è subito scatenata la rissa. Con insulti e minacce, fanatici dell’uno e dell’altro fronte hanno bollato il titolo di Al Zeqri come il segno di una intollerabile confusione di ambiti religiosi, capace di incrinare saldezze dottrinali e magisteri. Col rischio di ritrovarsi un islamico docente di religione. Uno scontro che ha solleticato l’attenzione dei media di mezzo mondo (con la rete satellitare Al Jazeera pronta ad inviare una sua troupe alla cerimonia di martedì). «Paranoie, assurdità allo stato puro, figurarsi se andrei mai a insegnare religione cattolica», reagisce Al Zeqri, che spiega come la sua laurea rappresenti, in realtà, la prova che l’intolleranza di chi sbandiera rosari o inneggia a vanvera ad Allah si basa solo sull’ignoranza: «Io so cosa significhi sentire sulla pelle la polvere da sparo, e considero la pace il più alto dei valori», dice, «ma nessuna pace è garantita se non si conosce davvero l’altro, oltre gli equivoci del “sentito dire”». E studiarne una dimensione così profonda come la religione, sottolinea, «non significa rischiare di convertirsi» ma «riconoscere, in una dimensione di fraternità rispettosa, le profonde differenze teologiche che restano fra le fedi, al di fuori dell’ambiguo concetto di “tolleranza”». L’occasione che gli è stata offerta dalla Diocesi di Firenze, insomma, città dove non a caso il dialogo interreligioso ha una lunga e solida tradizione, non solo non nasconde secondi fini (Diocesi e Comunità islamica di Firenze, del resto, hanno esaminato e approvato insieme la richiesta di Al Zeqri), «ma è un contributo prezioso offerto alla costruzione della convivenza civile». Ad assistere martedì prossimo, nella sede dell’Issr in piazza Tasso, alla discussione della tesi (dedicata alla figura del ministro di culto islamico nelle carceri), ci sarà, insieme ai vertici della Facoltà, un vero parterre di autorità religiose islamiche: gli imam di Milano, Brescia, Verona, Trento, Perugia-Colle Val d’Elsa, e di Firenze Izzeddin Elzir, il presidente dell’associazione degli imam e delle guide religiose d’Italia, il segretario del consiglio islamico europeo in Italia, il presidente dell’Unione delle comunità islamiche italiane Yassine Lafram, i giovani della Gioventù musulmana italiana. E non è finita qui. Prossimo passo, per Al Zeqri, sarà la laurea specialistica, sempre con la “benedizione” di vescovo e imam.

Milioni di euro che ogni anno, dall’Italia, si muovono sotto traccia, vengono inghiottiti nelle stive degli aerei, imbarcati sulle navi, stipati sui treni. Per poi scomparire nel nulla. Evasione o riciclaggio, tutto questo denaro in un flusso costante, enorme e inarrestabile, riappare dall’altra parte del mondo, per lo più, spiegano gli investigatori, in Asia o nei Paesi arabi. E ieri un maxi-sequestro: tre milioni di euro trovati in mazzette tenute insieme da elastici, alcune avvolte in carta di giornale, in altrettante valigie imbarcate all’aeroporto di Fiumicino. Un milione di euro a bagaglio, ormai stivati sul volo con il rischio di smarrimento (o magari furto) nell’aeroporto di scalo, «con assoluta noncuranza nonostante l’ingente somma che forse denota dimestichezza con il tipo di operazione» spiegano gli investigatori. Un fiume di denaro in banconote da 500, 200, 100, 50 e anche 20 euro, imbarcato da tre cinesi — due viaggiavano in coppia, l’altro solo — di cui il fisco e la dogana non sapevano assolutamente niente. I cinesi stavano per raggiungere Hong Kong: due di loro con scalo a Dubai, l’altro con scalo a Istanbul. Guardia di Finanza e dogana controllano il traffico passeggeri soprattutto verso queste aree del mondo, ritenute a rischio, anche se è più facile che i “corrieri”, piuttosto che voli con fermate in cui le valigie rischiano appunto di perdersi, preferiscano voli diretti. I tre uomini erano finiti nel mirino per i viaggi sospetti, sempre sulle stesse tratte — tra Roma e numerose città della Cina come Shanghai, Pechino, Guangzhōu — dell’ultimo mese: quattro o cinque. Un po’ troppi per soggetti nullatenenti o quasi. Quando si sono accorti che le stesse persone stavano per volare a Hong Kong che è una regione amministrativa speciale della Cina, ma anche un paradiso per lo smistamento dei capitali stante l’alto numero di società e banche, molte delle quali americane, li hanno bloccati. Hanno chiesto spiegazioni sui continui voli: «Non so», è stata la lapidaria risposta. E così i tre sono stati denunciati a piede libero per sospetto riciclaggio — sono già ripartiti alla volta della Cina — mentre i tre milioni sono stati sequestrati. Il caso è seguito dal pm Mirko Piloni della procura di Civitavecchia: si cercherà di ricostruire la provenienza del “malloppo” e di legarlo a una qualche attività. Che potrebbe essere di “semplice” evasione fiscale o di più complessa criminalità organizzata: sfruttamento della manodopera, anche di minori, contraffazione, droga e prostituzione in testa. Che la criminalità cinese stia avvolgendo nelle sue tentacolari spire — dopo aver quasi soffocato il resto dei Paesi asiatici — anche l’Europa, oltre, per dire, l’Africa o gli Stati Uniti, non è certo una novità. Non a caso Piero Grasso quando ormai 10 anni fa era procuratore nazionale antimafia lanciò l’allarme: «La potenza economico-commerciale della Cina sta divenendo un fenomeno geopolitico che influenzerà la criminalità organizzata nei prossimi anni».

Un altro muro invalicabile non c’è più. Per lui, per noi, per tutti. Perché rimuovere un tabù, rompere una barriera, significa liberare l’umanità. E farla atterrare in un altro mondo. Eliud l’ha fatto. «Ho superato i limiti umani». Ha corso la maratona in 1h59’40”, abolendo la barriera delle 2 ore, impresa mai riuscita prima. Era una mission impossible: 42,195 km ad una velocità di 21 km e 110, una danza folle e leggera, un volo nella fantascienza. «Come Armstrong siamo tutti andati sulla luna e siamo ritornati sulla terra». Sì, ma senza razzi e in meno di 120 minuti. È il primo uomo della storia a dare una sberla al cronometro, a scendere “sub2”, ci aveva già provato due anni fa a Monza fallendo il tentativo per 25 secondi. Stavolta la sua media a chilometro è stata di 2’ e 50”, che equivale a correre 422 serie consecutive di 100 metri in 17 secondi, senza riposo. Provateci, lui ne è emerso senza fiatone, fresco come un grillo, cominciando a ridere a 200 metri dal traguardo, applaudendo il pubblico e sé stesso, battendosi il petto e accelerando, con l’aria di chi allunga il passo per non perdere l’ultimo tram. Affaticato? Quando mai. Oppresso? «Per niente, anzi la tensione se n’era andata». “Kingchoge”, chiamatelo così. Primo maratonauta. Perché a quasi 35 anni è il sovrano della strada, perché nel suo regno è imbattuto dal 2013, perché non esiste altro dio on the road così perfetto, 14 maratone corse senza mai un incidente, una gastrite, un crampo. Campione mondiale, olimpico, recordman. Perché si è preso sottobraccio un mondo riottoso, l’ha trascinato con sé, nell’inferno dei battiti cardiaci, nella paura dell’ignoto, e gli ha fatto capire che se siete disposti a farvi frullare il cuore si può molto, quasi tutto. «Sono l’uomo più felice del mondo, voglio ispirare altre persone». Perché Kipchoge, un figlio dell’altopiano di Eldoret, Kenya, tribù dei Nandi, più a nord de La mia Africa della baronessa Blixen, è un lettore di Coelho, di Aristotele, e magari gli piace anche Montaigne sul bisogno di imparare a sopportare quello che non si può evitare. «Voi oggi ancora vi ricordate di Bannister, da domani lo farete anche con me. Io sono la sua nuova versione». Già, Roger Bannister, inglese, aveva 25 anni quando il 6 maggio del ’54 da Londra prese il treno, seconda classe, per Oxford. Si stava laureando in Medicina e prima era passato in laboratorio per limare i chiodi delle scarpette, non usava nemmeno i calzini per pesare di meno. Quel giorno a Iffley Road si correva il miglio che equivale a 1.609 metri e 36 centimetri e che per i britannici è un brano di Shakespeare su pista. Solo che stavolta la tempesta era abbattere il limite dei 4 minuti. Quelle colonne d’Ercole erano invalicabili, la fisiologia diceva che per un uomo era un sogno vietato. Il record era dello svedese Haegg, 4’01”4, durava da 9 anni. Ma Bannister studiava neurologia e sapeva che per sconfinare l’organo più importante è il cervello. Gara vera, gli altri erano due amici, ma andavano troppo piano. Gli toccò correre un ultimo giro sotto i 60”. All’arrivo svenne. «Non ci vidi più, mi era passata la voglia di vivere». È l’unico record in cui nessuno sentì i secondi e nemmeno i decimi. Importava solo che l’annunciatore avesse pronunciato la parola tre (3’59”4). L’anno prima era stato conquistato l’Everest, Elisabetta era diventata regina. Quel confine abbattuto sembrò l’inizio di un nuovo mondo. In tanti gli scrissero: «Mi sono messo nella vasca a trattenere il respiro sotto l’acqua per 4 minuti, per capire meglio». Il record di Eliud invece non sarà omologato. Perché ottenuto in condizioni particolari, in pratica una procreazione assistita. Tre mesi e mezzo di preparazione, un asfalto senza imperfezioni, una curva al millimetro, una pista testata grazie a un software di simulazione, giorno e programma scelti in base a condizioni meteorologiche favorevoli (temperatura, umidità, qualità dell’aria, sotto controllo anche la caduta autunnale delle foglie), 35 atleti mondiali (non somari, ma il meglio di ogni continente e soprattutto Nike), in formazione da 7, a fare da scudieri e che cambiavano ogni giro, con lo schema quattro più uno davanti, poi Eliud, poi altri due a chiudere, una specie di V rovesciata per una questione di flussi d’aria. Raggio laser per terra che indicava il ritmo del record, macchina davanti con cronometro, folla vera ai lati, tanta e generosa. Rifornimenti dove veniva imboccato, con fluidi. Il via alle 8.15 locali, con una temperatura fresca (9 gradi), una leggera foschia, su un circuito piatto di 9,9 km da percorrere un poco più di 4 volte. Antidoping per tutti. Scarpe Vaporfly della Nike, ulteriormente modificate (le aveva solo lui) con il sistema Alphafly. Del resto con buona pace dello scalzo Bikila se le cinque migliori prestazioni mondiali sono state ottenute da quelle scarpe vuol dire che un aiuto lo danno. Tutto organizzato privatamente dal miliardario inglese Jim Ratcliffe, gruppo Ineos, con un budget di 20 milioni di dollari per un futuro degli eventi sportivi fuori dalle federazioni e che facciano sognare. E il tocco family life all’arrivo: Grace, la moglie di Eliud, la figlia Lymne, i figli Griffin e Gordon. Più grande sventolio della bandiera del Kenya. Si capisce lo scetticismo: troppi sponsor, troppa artificiosità, troppo laboratorio, troppe lepri. Ma anche nelle gare di Formula Uno, dove il motore non è umano, le gomme vengono cambiate quando si consumano, e comunque Eliud i suoi chilometri se li è ingoiati tutti, senza sconti. C’era chi diceva che a correre sotto le 2 ore si moriva. Bè non si muore, anzi si vive benissimo, e si fa vivere meglio anche gli altri. Perché da oggi si sa che un altro Everest è stato scalato, che ognuno ha le sue vette impossibili, che altri mondi possono essere reinventati. Eliud ha fatto rinascere la maratona, ha buttato giù una porta, dove passeranno altri, perché ormai i lucchetti sono saltati. Gli ultimi metri li ha fatti da solo, quasi saltellando, con la gioia di un bimbo che ha finito un girotondo. In quel momento lì c’era solo il suo grande cuore, non la tecnologia. Certi respiri puoi assisterli, ma il fuoco che ti brucia i polmoni è solo tuo. Aveva fallito nel 2017, ci ha riprovato dicendo che nella vita non bisogna avere paura di ritentare. Trovate un altro campione così: che si allena in un camp dove a turno anche lui pulisce il bagno (latrina), dove la stanza è una cella, dove tutti si sta insieme, perché come dice lui, è un detto africano: «Anche i grandi uomini per radersi la testa hanno bisogno degli altri». Quando Bob Beamon nel ’68 saltò nel lungo a 8,90 metri, facendo migliorare il record di 55 centimetri, a tutti sembrò appeso al cielo e che non venisse più giù. Oggi è come se Eliud avesse saltato un metro in più. Certo un po’ di nubi in testa le ha avute anche lui prima. «Dalle 5 alle 8.15 di mattina ho avuto pensieri. Poi correre mi ha aiutato a liberare la mente. Imparate anche voi a farlo». Freud qui a casa sua aveva altri metodi, ma chissà. E chissà se anche a lui come a Bannister arriveranno lettere con l’indirizzo: Kipchoge, maratoneta, Kenya.

Le gru vicino alla cattedrale sono ferme, solo ogni tanto s’intravedono gli operai muoversi intorno al cratere sul tetto coperto da un immenso lenzuolo di plastica. Sono passati sei mesi e l’impalcatura da cui è partito l’incendio è ancora lì, un groviglio di tubi sempre più pericolante, 250 tonnellate di ferro che potrebbero cadere da un momento all’altro e provocare nuovi danni. Dopo le fiamme, ora è la burocrazia che minaccia di uccidere Notre-Dame. «Siamo bloccati, tutto procede a rilento» dice sconsolato Didier Durant, titolare di una delle ditte appaltatrici. Doveva essere il cantiere dei record. «Ricostruiremo insieme questa cattedrale in cinque anni» aveva promesso Emmanuel Macron la notte del 15 aprile. I fondi non mancano, oltre 850 milioni di euro di donazioni di cui già un terzo stanziati. E invece i lavori di consolidamento hanno già accumulato tre mesi di ritardo. Della ricostruzione non si è neppure cominciato a parlare. «Prima dobbiamo ancora essere sicuri di aver salvato Notre-Dame» spiega Durant. Capelli bianchi, occhialini, un nonno italiano immigrato in Francia durante il fascismo, l’imprenditore ricorda l’emozione dei primi interventi fatti in urgenza qualche giorno dopo il crollo della guglia. Da allora le parti laterali della cattedrale sono state rinforzate con strutture in legno. Alcune delle preziose vetrate sono state smontate. «Abbiamo fatto tutto nello slancio iniziale» spiega Durant. «Poi sono cominciati i problemi». Il primo stop è arrivato a luglio quando il Prefetto ha ordinato di sospendere il cantiere. La guglia ottocentesca che si è fusa nell’incendio ha rilasciato trecento tonnellate di piombo nell’area. Anche se i primi prelievi erano rassicuranti, le autorità hanno improvvisamente deciso di effettuare nuovi accertamenti dopo che alcune associazioni hanno denunciato una sottovalutazione del pericolo sanitario. Le scuole dei dintorni sono state controllate, gli abitanti dell’Ile de la Cité hanno fatto esami del sangue, come tutti gli operai del cantiere. Non sono stati riscontrati livelli allarmanti e a metà agosto, il cantiere di Notre-Dame ha riaperto ma con procedure di sicurezza molto più rigide. Il perimetro dei lavori è stato diviso tra una “zona pulita” e una “zona contaminata” da cui si esce solo dopo aver fatto una doccia. Gli operai indossano maschere e scafandri con guanti che rendono molto più lunghi e complessi gli interventi. L’Ispettorato del Lavoro ha mandato una funzionaria che vigila su ogni dettaglio, in rotta con gli altri responsabili del cantiere, come l’architetto della Sovrintendenza, Philippe Villeneuve, che ha ripetuto come il piombo, diversamente dall’amianto, non si diffonde nell’aria ma si deposita. «Per essere contaminati bisogna leccare una zona coperta di piombo» ha spiegato Villeneuve. Alle nuove regole per la sicurezza, si sono aggiunte le lentezze burocratiche. Ogni intervento deve superare l’approvazione della Sovrintendenza, con pareri spesso contraddittori. I bandi seguono il normale iter senza tenere conto dell’urgenza della situazione. Lo smantellamento dell’impalcatura sul tetto non è cominciato perché da mesi si aspetta che arrivino i montacarichi. L’interno della cattedrale ormai è vuoto. La montagna di detriti nella navata centrale è stata finalmente portata via, le opere d’arte e reliquie sono al sicuro, anche i banchi per la preghiera sono stati rimossi. Ci sono ancora l’altare con il crocifisso in oro e la madonnina che il rettore, monsignor Chauvet, ha scoperto miracolosamente intatta dopo l’incendio. Ma non resta molto altro a testimoniare la vita in questo monumento ferito. «È triste no?» chiede André Finot, il portavoce di Notre-Dame, mostrando le immagini della cattedrale desolata. Monsignor Chauvet farà martedì una conferenza stampa per rilanciare l’appello a riaprire una parte del sagrato per installare una copia della madonnina in modo che i pellegrini possano raccogliersi in preghiera. «Ci avevano detto che sarebbe stato possibile già qualche mese fa» ricorda il portavoce di Notre-Dame. A tardare è anche l’insediamento del commissario straordinario nominato dal governo, il generale Georgelin. Tra un mese, forse, sarà finalmente operativo. Georgelin dovrà dimostrare che Notre-Dame potrà risorgere nei tempi promessi dal governo, anche se ormai molti dubitano che sarà così.

La nuova guerra fredda Usa-Cina sulle tecnologie incrocia la visita di Sergio Mattarella negli Stati Uniti, da martedì a venerdì. Proprio mentre sul fronte dei dazi si è registrata una prima schiarita tra le due superpotenze, un comunicato della Casa Bianca inserisce la delicata questione della “sicurezza nelle telecom” tra i temi dell’incontro bilaterale con Donald Trump. Nell’agenda dell’incontro fra i due presidenti, la mattina del 16 alla Casa Bianca, gli americani citano insieme a tanti temi prevedibili (Nato, Mediterraneo) anche “la quinta generazione della telefonia mobile”. Cioè il caso-Huawei, il campione cinese nelle tecnologie avanzate, contro il quale Washington ha decretato un vero e proprio embargo; oltre a volere l’estradizione della direttrice finanziaria dell’azienda arrestata quasi un anno fa in Canada. Dopo il bastone spunta la carota: oltre ad esercitare forti pressioni sugli europei perché chiudano le porte alla tecnologia cinese nel 5G, gli americani sembrano disposti a finanziare fornitori alternativi come Ericsson e Nokia. Venerdì sera i mercati finanziari e le multinazionali s’interrogavano sulla portata della tregua sul fronte dei dazi. Trump ha enfatizzato soprattutto le promesse cinesi di aumentare gli acquisti di derrate agricole: fino a 50 miliardi, che sarebbe il triplo del valore annuo medio nell’era pre-dazi. Non è chiaro però su quale periodo di tempo i cinesi “spalmeranno” quegli acquisti. Inoltre non si tratta di una vera concessione: in realtà la Cina ha bisogno d’importare derrate alimentari, e soffre per un’acuta penuria di carne suina in seguito ad un’epidemia che ne ha decimato gli allevamenti. Altri temi sui quali Trump ha vantato risultati positivi includono “il trasferimento di tecnologie; la valuta”. In virtù di questo accordo non ci sarà l’ulteriore aumento dei dazi americani che doveva scattare questo martedì, dal 25% al 30% su 250 miliardi di merci. È stato però escluso esplicitamente dall’accordo proprio il caso-Huawei. Il capo dei negoziatori americani, Robert Lighthizer, ha detto che non verranno allentate le restrizioni sul colosso cinese delle telecom. A tenere i fari accesi su Huawei c’è anche l’opposizione democratica. Il capogruppo democratico al Senato, Chuck Schumer, ha esortato la Casa Bianca a «non fare concessioni su Huawei». È da oltre un anno che l’Amministrazione Usa cerca di costruire un cordone sanitario attorno a Huawei. La ragione: l’azienda cinese ha conquistato il 28% del mercato mondiale nelle infrastrutture telecom (come i ripetitori della telefonia mobile, le centraline), ma ha una quota superiore nel 5G che è la tecnologia del futuro. Il 5G può arrivare a una velocità di collegamento e circolazione dati che sarà fino al centuplo rispetto agli standard del Wi fi nella quarta generazione. Apre enormi potenziali per gli usi di Internet. Ma consegnare il futuro nelle mani di un’azienda cinese – legata a doppio filo col governo di Pechino e perfino con le sue forze armate – è un errore fatale. Huawei viene visto come un cavallo di Troia per ogni sorta di attività spionistica. Questo allarme cominciò sotto l’Amministrazione Obama. Perciò non è solo Trump ma l’intero establishment americano che preme sugli alleati europei per fermare Huawei. Con alterni successi. L’Unione europea ancora non ha adottato una linea precisa né potrà necessariamente imporla a tutti gli Stati membri. L’Amministrazione Usa ha un punto debole nella sua campagna anti-Huawei: l’assenza di valide alternative. L’industria, un tempo numero uno, ha accumulato ritardi in questa tecnologia. Giganti della Silicon Valley come Oracle e Cisco si sono chiamati fuori. Perciò Washington sta pensando di finanziare le alternative europee, cioè Ericsson e Nokia. Le scelte sull’ammodernamento della rete telecom sono di competenza del governo italiano e la Casa Bianca dovrebbe sapere che non dipendono da Mattarella. Tuttavia approfitta della sua visita per ribadire che questo è un terreno minato. In particolare dopo la firma del Memorandum sulle Nuove Vie della Seta fra Xi Jinping e il primo governo Conte.

Il “Fondo salva casa”, in cantiere da mesi per mitigare le ricadute sociali per chi è soggetto a pignoramento, sta per partire. Opererà tra poco come investitore sulle case espropriate a debitori bisognosi e (s)vendute all’asta, dando loro la possibilità di affittarle, e in prospettiva ricomprarle, a prezzi equi. Sarà presentato lunedì 21 al Senato dal presidente della Commissione bilancio, Daniele Pesco (M5s). Ma si tratta di un fondo privato, pensato come «ammortizzatore sociale a rendimento» (si stima sul 5%), promosso dalle associazioni Acli e Favor Debitoris, e da Guber Banca che ne sarà anche sottoscrittore, insieme a soggetti più capienti come Cassa depositi e prestiti e un pugno di grandi Fondazioni ex bancarie, fondi pensione e Casse previdenziali. Nei preliminari gli investitori avrebbero opzionato quote per 50 milioni, anche se Giovanni Pastore di Favor Debitoris si pone «un obiettivo di raccolta di 500 milioni, per costituire una Società di gestione del risparmio (Sgr) con il compito di gestire i rapporti con gli ex proprietari». L’iniziativa è nata dalle tensioni createsi negli ultimi anni, dopo che la crisi finanziaria ha eroso il 40% dei valori immobiliari, le banche nostrane hanno accantonato 200 miliardi di perdite (in buona parte a fronte di garanzie in mattone), e il governo Renzi nel 2015-2016 ha riformato la legge per abbreviare i tempi di escussione delle garanzie – i più alti in Europa – e agevolare così lo smaltimento dei cattivi crediti. La coperta tuttavia è corta, e oggi nel Registro generale esecuzioni del Ministero della giustizia risultano 248 mila case da vendere in asta. Se si stima un nucleo familiare di 4 persone, c’è un milione di italiani che rischia di trovarsi senza un tetto. Il fatto è che prima della crisi essere “esecutati” era un trauma, ma molto meno di oggi. Quasi sempre il prezzo d’asta superava il debito, e al proprietario restava un gruzzolo per ripartire. Oggi alle aste, che sono lievitate (152.708 nei primi sei mesi 2019), la domanda ristagna, e il prezzo medio di vendita è il 56% del “valore libero di mercato”. «Oggi chi si trova la casa all’asta spesso con l’incasso non riesce a coprire il suo debito – racconta Francesco Guarneri, fondatore e ad di Guber Banca, attiva nel recupero crediti -. Qui non si tratta di cercare i buoni e i cattivi: cattiva è una congiuntura così sfavorevole che ha schiacciato in un angolo i più deboli. E chi ha risorse, idee e competenze deve impiegarle alla soluzione del problema». Il Fondo ha individuato una decina di parametri che ne delimitano l’intervento, e saranno condivisi sul territorio tramite la rete Acli e sul web con una piattaforma. Si riterranno eligibili i pignorati che hanno perso il lavoro o sono in Cig, i malati, chi ha figli e minori, gli imprenditori in crisi e così via. Il fondo interverrà in asta per quanti tra loro rischiano espropri a meno di metà del valore di mercato; per poi riaffittare, dando un’opzione incrociata a vendere e comprare a 5 anni, al prezzo d’asta maggiorato di interessi. Esempio (vero). Appartamento da 100 metri quadrati venduto a 21 mila euro a inizio 2019 nel Piacentino, quattro volte il costo iniziale. Il fondo potrebbe comprarlo e affittare a chi lo abitava attorno a 150 euro al mese, e dopo 5 anni rivenderlo a 26 mila, a tasso del 5% annuo. Si stima che due terzi dei proprietari, a fronte possibili miglioramenti della situazione, possano ricomprare. «Gli immobili che rientrano nella fattispecie del Fondo sono circa 13 mila – dice Michele Mariotto, presidente di Acli -. Questo meccanismo può attenuare un evento traumatico e destabilizzante per un numero crescente di famiglie».

Il centravanti si chiama Brianna e ha una fissazione per Giovanna d’Arco. Olivia gioca con il numero 2, la maglia dei terzini destri, e parla con le frasi degli altri: le rubacchia dai giornali perché suo padre ha un’edicola a Norton e lei può finanche ragionare sulla differenza tra una palla e un pallone. Berenice è la figlia di un pastore anglicano e pure Rosalyn è cresciuta fra litanie e preghiere, sentendosi dire più di una volta che lei con il pallone non ci sa giocare, così quando in casa ne vede uno lo afferra e scappa, nessuno ha mai capito bene dove. Sono loro — insieme a Justine, Penelope, Abigail, Haylie, Melanie e l’impacciata Sherill, l’invisibile — le Ladies Football Club del romanzo di Stefano Massini. Ah no, c’è anche Violet, Violet Chapman, il numero 8 della squadra, la ragazza che per prima assesta un calcio al pallone, genere maschile — o alla palla? genere femminile — durante la pausa pranzo in fabbrica, e che fabbrica, il 6 aprile del 1917. Non è un giorno uguale a tanti. Ne succedono di cose, al mondo. Gli Stati Uniti stanno entrando in guerra e Lenin progetta la rivoluzione. Eppure undici operaie della Doyle & Walker Munizioni iniziano a correre dietro un pallone. Il testo di Stefano Massini è un romanzo per teatro. Racconta la nascita del calcio femminile in Inghilterra in mezzo all’ostilità del maschio e delle sue istituzioni, scegliendo il momento giusto per parlarne con un approccio che è certamente e soprattutto politico, come politica è oggi la parabola del calcio femminile, diventato uno dei principali terreni per la denuncia della disparità di genere. Pochi altri temi sono così in luce nella narrazione attuale dello sport. I Mondiali di calcio dell’estate scorsa, con la partecipazione della Nazionale italiana a dodici mesi di distanza dall’assenza dei maschietti dal loro, ha amplificato la materia. Sembra ancora distante il giorno in cui si parlerà di calcio femminile per i gol, le parate, per uno strafalcione in area di rigore. La designazione di un’arbitra per una finale di Coppa europea maschile dell’estate scorsa era una notizia liquidata in una colonna di spalla sul quotidiano francese l’Équipe e un evento epocale qui da noi, dove non più tardi di qualche giorno fa un dirigente della Roma è andato in tv a dire che «il calcio non è un gioco per signorine», frase da inizio Novecento, frase da romanzo di Massini (La Roma — per inciso — ha una delle squadre femminili più forti d’Italia). Questo è il quadro, questo è il campo in cui gioca Massini. Il calcio femminile pare condannato (ancora) (sempre) a raccontare se stesso in termini di gap. L’ultima discriminazione venuta alla luce riguarda gli studi sui danni cerebrali alle atlete come conseguenza dei colpi di testa. È emerso che nel centro di Boston che se ne occupa, i ricercatori lavorano solo su un 5% di cervelli femminili. Ci sono più spesso assenze e mancanze da raccontare che gemme preziose come Megan Rapinoe, la campionessa Usa Pallone d’oro così schierata politicamente in modo aperto (contro Trump), una figura che il calcio maschio e conformista se la sogna. Eppure quanto gli farebbe bene averne una. Massini mette in scena le vite di donne allevate per essere figlie o al massimo madri, operaie senza prìncipi azzurri — qualcuno sta al fronte — ma capaci di trasformare una pausa pranzo in un atto politico. Leggono Marx (come forse Megan Rapinoe) e sfidano il mondo virile da cui sono circondate, perché se aspetti che sia il mondo del maschio ad aprirti la porta, hai voglia di restare con il dito attaccato sul citofono. Le porte si sfondano. Il potere si conquista. «A fregare le donne non è la debolezza: è la compassione». Ciascuna delle giocatrici di Massini ha un suo carattere. Rosalyn per esempio sta in porta ma vorrebbe istituire le rotazioni: perché lei non può far gol? Sono fragili, unite dalle loro debolezze e perciò fortissime, moderne, ironiche, commoventi, coi pensieri rivolti ai molti eroi che nelle pagine si affacciano: da Gengis Khan a Carlo Magno. Sister K è la bomba preparata per le simulazioni di lancio. È la metafora che Massini lancia tra i piedi delle sue eroine pronte a sfidare Ercole, i nemici che sono sempre più numerosi a bordo campo e le convenzioni. Undici ragazze pronte a prendersi il pallone e portarselo via per sempre. Nel nome di tutte le altre.