S orpasso. Cultura batte intrattenimento. Leonardo da Vinci batte Filippo Bisciglia, così va il mondo, Alberto Angela batte Maria De Filippi e Rai1 batte Canale 5. E tutte e due, Rai1 e Canale 5, hanno dimostrato l’altra sera quanto ancora possa essere diversa la loro missione, quanto pluralistica l’offerta e stimolante la concorrenza. Ecco qualche cifra: 3 milioni 614 mila spettatori per Ulisse: il piacere della scoperta, 20 di share, la percentuale di ascolto, 3 milioni 66 mila per Amici Celebreties, 19,45 di share. Una vittoria non schiacciante, ma certo significativa. La tv generalista non ottiene più i risultati assoluti di una volta: ma adesso che tutto è cambiato, compresi i numeri, quelli di sabato 28 settembre restano importanti. Perché ricordano che magari, alla parola cultura, non conviene por mano alla pistola; che con la cultura forse si mangia; che divulgazione non è una parolaccia; che Benigni lo seguono anche se descrive Leonardo, «pacifista, bello e invidiato» e che Gigi Proietti lo stanno a sentire pur se parla come il Vasari. «Alberto Angela ha il dono di rendere semplici le cose complicate», dice Lucia Madia, curatrice insieme con Caterina Del Papa. E’ vero che poi noi spettatori rischiamo di abituarci a una semplicità inesistente nella realtà. Però la semplificazione cartesiana di arti, scienze e letteratura è un rischio che vale la pena correre. Le reazioni Lui, Alberto Angela, è lieto, certo: portare Ulisse da Rai3 a Rai1 faceva un po’ paura. «È un risultato magnifico – dice – il giusto riconoscimento del lavoro di un gruppo straordinario e di un’azienda che ha creduto che l’impossibile fosse possibile: la cultura in prima serata di sabato su Rai1. Ma di questo gruppo di lavoro fa parte anche il pubblico. In effetti è solo assieme ai telespettatori che si può parlare di Arte del Rinascimento e vincere un prime time del sabato. Perché? La risposta è attorno a voi: la ricchezza del nostro paese, in tutte le città e in tutti i secoli. In Italia si è sviluppata una diffusa cultura… della cultura. Che spiega (in buona parte) i risultati di ieri. È un valore che bisogna a tutti i costi proteggere». I numeri Contento Angela, contento il ministro Franceschini: «Questo è il servizio pubblico che ci aspettiamo»; contento l’amministratore delegato Rai Fabrizio Salini: «Ulisse riempie l’intera Rai di orgoglio e soddisfazione». Senza dimenticare che fu Antonio Campo Dall’Orto, quando era lui dg, a portare Angela in prima serata su Rai1 con Stanotte a San Pietro, uno speciale dedicato al Vaticano, dorato sfoggio di Cappella Sistina e gran successo anche allora. Ma la particolarità dell’altra sera è la sconfitta, peraltro di misura, subita da quella corazzata che è Amici, dedicata adesso alle Celebrities, terreno, questo delle celebrità, alquanto scivoloso. Infatti dal programma ridimensionano i risultati: «Nonostante la forza del racconto su Leonardo, Amici Celebrities conquista la grande platea tv e si conferma lo show di prima serata più visto di Canale 5. Sul target commerciale 15-34 anni, il talent conquista il 19,61% di share mentre Rai1 si ferma al 13,25%. Amici Celebrities spopola tra i giovanissimi (15-19 anni) dove raggiunge uno share del 22,54%. Sui social si aggiudica la prima posizione ed è il programma più discusso della giornata». Ecco, i numeri si possono interpretare, la matematica è un’opinione e la statistica un elastico. Però, siamo di fronte a un paradosso: rischiano di diventare programmi di nicchia proprio i talent, i reality, tutte quelle gare di vip non più tali e «gente comune» che accetta la gogna. Il pubblico si sfarina, chi vuole rilassarsi davanti al video ha spesso altri canali e i giovani, oh, i giovani, difficile schiodarli da tablet e telefoni dove trovano cosa vogliono, quando vogliono. Le liti in tv, e lo dimostrano i talk show, stanno venendo a noia, soprattutto se realizzate per spettacolo. Perché spettacolo per spettacolo, lo fanno meglio Benigni, o Proietti, con le Gioconde e le Dame dall’ermellino al braccio di Alberto Angela, che cammina sempre perché così cattura l’attenzione: è scienza.

Sui contenuti della Nota d’aggiornamento al Def che verrà presentata oggi, il ministro Gualtieri ha gettato acqua sul fuoco. Il successore di Tria ha annunciato una “componente di revisione della spesa” ed escluso un ritocco dell’Iva. Scongiurare l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto è la ragion d’essere di questo esecutivo, perlomeno così l’ha battezzato Matteo Renzi. Ma per evitare che scattino le clausole di salvaguardia qualcosa andrà pur fatto. Per ora, si sente parlare di una ridda di provvedimenti il cui esito principale sarà ingarbugliare ancora di più l’indistricabile matassa del fisco italiano. Pd e M5S cercano l’intesa su misure che tocchino tasti cari all’elettore di sinistra. Si pensi ai tanti squilli di tromba che annunciano iniziative finalmente efficaci per la lotta all’evasione. La lotta all’evasione fa parte del catalogo di buone intenzioni di qualsiasi governo italiano, da un quarto di secolo a questa parte. La novità giallo-rossa consisterebbe in rocamboleschi aggravi selettivi dell’Iva, per settori ritenuti “a rischio evasione”, ma esclusivamente per i pagamenti in contanti, a cui si accompagnerebbe un bonus per gli acquisti con carta di credito. Non è difficile prevedere che gli esiti potrebbero essere ben diversi da quelli auspicati. In linea generale, tassare i prelievi o i pagamenti in contanti avrebbe con tutta probabilità l’effetto di disincentivare i depositi, di contante. C ol bel risultato che chi, per qualsiasi motivo, disponga di cartamoneta preferirà tenersi i suoi bei biglietti, e tenderà a scambiarli con beni e prestazioni non gravati da Iva. Se si offre uno sconto a chi già usa la carta, il primo effetto sarà un ammanco di gettito, che andrà compensato in qualche altro modo. Come? Verosimilmente con altre tasse. Non a caso, di nuove tasse è fatto il dibattito di queste settimane: a cominciare dalle imposte “etiche” su voli aerei e merendine. L’obiettivo dichiarato è quello di riorientare i comportamenti individuali, allineandoli alle aspirazioni della generazione Greta. L’obiettivo reale è più prosaicamente quello di rastrellare quattrini senza destare scandalo e irritazione, come farebbe l’aumento dell’Iva. Il nostro è già un fisco enormemente complicato, oltre che esoso, e da anni non c’è esecutivo che non prometta una qualche semplificazione. E invece sembra che ancora una volta siamo a destinati a prendere la direzione opposta. La speranza della maggioranza è che, disinnescato almeno per un po’ il problema Salvini, l’Europa possa dimostrarsi più tollerante con la nostra spesa in deficit. Prevale ormai l’idea che affinché l’economia riparta serva spendere quattrini in più. Ma i grandi problemi italiani stanno “sul lato dell’offerta”: la crescita asfittica deriva da anni di bassi incrementi di produttività, che qualcosa hanno a che fare con la persistenza di bardature corporative e con un’intermediazione pubblica che sfiora la metà del Pil. Il governo dovrebbe rispondere a una semplice domanda: perché l’Italia dovrebbe crescere di più, se è lo Stato e non il singolo contribuente a decidere che fare con i suoi soldi? La necessità del Pd e del Movimento Cinque Stelle di trovare un punto d’accordo “a sinistra” (ma che dirà e che farà il partito di Renzi?) rischia di regalarci una manovra con scarse ambizioni, ma con una chiara direzione di marcia. E’ lo statalismo dei piccoli passi, un aiuto lì, una tassa lì. Nulla di nuovo sotto il sole: la politica italiana negli anni Settanta e Ottanta era grosso modo questo. Solo che all’epoca c’era l’eredità del boom da dissipare, e quella ormai si è esaurita da un pezzo.

Qualche giorno fa, in visita a Roma, Emmanuel Macron ha fatto conoscere la sua opinione su un argomento attorno al quale non era tenuto a pronunciarsi. Il presidente francese lo ha fatto comunque: a suo avviso, ha osservato, l’ultimo pacchetto di misure espansive della Banca centrale europea voluto dal presidente uscente Mario Draghi è corretto. Non era scontato che Macron appoggiasse Draghi. Non da quando i suoi connazionali in seno alla Bce vi si erano opposti, facendo conoscere all’esterno il loro dissenso. Sia il governatore della Banque de France François Villeroy de Galhau che Benoît Cœuré, il brillante economista da otto anni nel comitato esecutivo di Francoforte, stavolta si erano schierati contro il nuovo ciclo di «quantitative easing» (acquisto di titoli) e al fianco delle banche centrali di Germania e Olanda. Supporto Il sostegno offerto da Macron alle scelte della Bce assume dunque un significato particolare, soprattutto per ciò che aspetta la banca centrale: da novembre un’altra francese, Christine Lagarde, prenderà il posto di Draghi; e nessuna rassicurazione sull’indipendenza dell’istituto di Francoforte può cancellare il curriculumdella futurapresidente edel suovicepresidente. Tanto Lagarde che il numero due spagnolo Luis de Guindos, entrambimolto apprezzati,nonsononé economisti né banchieri centrali; devono entrambi la loro posizione auna carrierapoliticaprecedente:tutti edue conunpassato daministri delle Finanze; entrambi con l’onere di aver dovuto gestire deficit pubblici fra i più altidell’area euro, sottoposti aunaproceduraper violazione delle regole. Evoluzioni Già solo il fatto che i capi di Stato e di governo dell’Unione europea abbiano affidato la Bce a Lagarde e De Guindos suggerisce che i tempi sono cambiati. Il paradigma del governo economico dell’euro sta evolvendo in qualcosa di diverso. Quando fu nominato l’olandese Wim Duisenberg come primo presidente della Bce nel 1998, quando gli subentrò il francese Jean-Claude Trichet cinque anni dopo e in fondo anche quando toccò a Draghi nel 2011, una simile squadra a Francoforte era semplicemente inconcepibile. L’esperienza di Lagarde come direttore generale del Fondo monetario internazionale se fa semmai una figura ancora più politica. Non è questo il solo paradigma che sta cambiando. Come osserva Ángel Ubide, un economista vicino al Peterson Institute di Washington, quando furono nominati alla Bce Duisenberg o Trichet «i tassi d’interesse negativi erano una curiosità teorica, l’inflazione elevata era un rischio da combattere, l’indipendenza delle banche centrali era sacrosanta e si credeva che i governi avrebbero fatto più deficit se le stesse banche centrali avessero comprato i loro titoli di Stato». Invece, continua Ubide, «il mondo del 2019 è irriconoscibile».Unterzodelleobbligazioni suimercatimondiali rendono meno di zero; la Bce ha già comprato titoli di Stato e privati per 2.500 miliardi eppure l’inflazione è scomparsa, mentreideficit pubblici sono scesi. In Giappone itassi zerostannoentrandonelterzodecennio, negli Stati Uniti la Federal Reserve ha ripreso ad allargare il bilancio e tagliare i tassi a livelli bassissimi mentre l’economia è ancora in espansione. Prospettive Se in questi dieci anni è accaduto tanto che prima si riteneva impossibile,nonresta cheunadomanda: cosa puòaccadereneiprossimidieci?Una recente risposta è in un paper peril BlackRock Investment Istitute co-firmato da due vere e proprie star del mondo delle banche centrali: l’ex vicepresidente della Fed Stanley Fischer e l’ex presidente della Banca nazionale svizzera Philipp Hildebrand. Per la prima volta, i due liberano daltabùl’ideadi quello cheBenBernanke -unexpresidentedella Fed-ha chiamato«helicoptermoney»:una banca centrale che crea denaro e lo passa ai cittadini, come se lo gettasse da un elicottero. Fischer e Hildebrand, due pensatori da sempre ortodossi, osservano che le banche centrali non hanno quasi più margini per rispondere a una caduta «significativa, o magari drammatica» dell’economia. I tassi d’interesse non possono scendere molto più sotto zero perincoraggiare i consumi e gli investimenti. E un’espansione di bilancio da sola, con politiche dei governi in deficit, rischia semmai di far salire i tassi di mercato. Per questo Fischer e Hildebrand propongono di accettare l’idea di «andare diretti», se necessario: un finanziamento monetario esplicitoepermanente di un’espansione del bilancio pubblico, magari per investire in tecnologie verdi,ricerca, educazione, infrastrutture o altri posti di lavoro. I due citano lo «helicopter money» ed è emblematico che Vítor Constâncio, vicepresidente della Bce negli anni di Draghi, abbia rilanciato sui social network la loro proposta senza prenderne le distanze. Dunque la Bce potrebbe avanzare come un rompighiaccio in acque nuove, nei prossimi anni. Resta da capire cosa deve succedere perché ciò accada. Resta soprattutto da capire se lo stesso «quantitative easing» e i tassi zero l’hanno portata in una trappola da cui non è possibile tornare alla normalità di prima: si può solo procedere sulla stessa strada. Due fattori potrebbero spingere Lagarde verso qualche forma, camuffata, di «helicopter money». Il primo lo cita un analista critico dell’euro come Russel Napier: i tassi d’interesse sotto zero, scrive, «stanno distruggendo la stabilità del sistema finanziario europeo» che non trova più rendimenti da titoli sicuri. Le banche soffrono; le assicurazioni vita e ifondi pensione a benefici definiti, diffusi in Germania e in Olanda,rischianodinonpoterfarfronte alle promesse verso i sottoscrittori. Poi c’è il secondo ingrediente che potrebbe spingere auna svoltadellebanche centrali: Stati e aziende molto indebitati, dalla Spagna all’Italia alla Francia,rischiano di non avereimezzi oggi per gestire un’eventuale recessione. Siamo in terra inesplorata e non è una buona notizia. Ma non è neanche una ragione per negare l’evidenza.

L’ Italia è un Paese ancora fortemente (troppo) dipendente dal contante, in cui solamente il 23% delle transazioni avviene con strumenti di pagamento cashless. Inoltre, la cash intensity misurata da The European House – Ambrosetti come l’incidenza del contante sul Pil nazionale ha addirittura registrato un peggioramento nell’ultimo anno (da 11,8% a 11,6%), confermando la posizione del nostro Paese nella top 35 dei peggiori al mondo, con compagni di viaggio come il Gambia, il Pakistan, il Kirghizistan e il Guatemala. I costi Il contante in circolazione genera un costo significativo per l’economia italiana: circa 10 miliardi di euro, come misurato dalla Banca d’Italia, distribuito tra tutti i cittadini. Siamo uno dei peggiori Paesi tra i 28 dell’Unione europea e di questo fatto c’è poca, quasi nessuna, consapevolezza.Ma c’èunaltro indicatore che merita la nostra massima attenzione: il Vat gap – ovvero l’Iva che non viene riscossa a causa dell’evasione fiscale – che in Italia ammonta a 35,9 miliardi di euro. A causa dell’evasione, negli ultimi 10 anni, l’Italia ha perso qualcosa come 390 miliardi di euro di gettito Iva, pari a circa il17%del debito pubblico attuale. Questi numeri devono richiamare all’attenzione l’urgenza assoluta di intervenireafavore della transizione cashless del nostro Paese, a partire dalla Legge di bilancio di quest’anno. Le analisi della Community Cashless Society, la piattaforma di confronto per la diffusione dei pagamenti elettronici in Italia lanciata da The European House-Ambrosetti nel 2015 e che coinvolge i principali attori della filiera, dimostrano che se le transazioni elettroniche in Italia (46 pro-capite) si allineassero all’attuale media dell’Ue (135 pro-capite), il Paese potrebbe ridurre il Vat gap di 12,5 miliardi di euro all’anno. Questo riporterebbe l’Italia quantomeno in linea conivalori di evasione Ivadi economie comparabili, quali la Francia e la Germania. È evidente che un Paese avanzato, soprattutto se ha un debito pubblico mostruoso come il nostro, non può permettersi di dimenticare una fetta così importante di gettito che può essere recuperata incentivando la diffusione dei pagamenti elettronici. Con la prossima legge di Bilancio, il nuovo governo ha l’occasione di cogliere questa sfida ed è importante che ancheirappresentanti del mondo produttivo — come testimonia da ultima la proposta di Confindustria — si posizionino chiaramente dalla parte della «cashless revolution» e dei suoi effetti benefici per l’economia italiana. Nel Rapporto 2019 la Community Cashless Society ha formulato una serie di proposte di policy funzionali a ridurre il sommerso in Italia. La prima riguarda l’entrata in vigore di misure sanzionatorie per esercenti e professionisti che non accettano pagamenti con carte di credito o di debito. Si tratta di una misura attesa da anni e che è stata incredibilmente messa in standby dalla decisione del Consiglio di Stato dello scorso 1° giugno. La seconda misura riguarda l’introduzione di un sistema di detrazioni e deduzioni condizionato,inlogicaprogressiva, a una percentuale minima di spese sostenute con strumenti tracciabili. È anche grazie a queste misure che la Grecia nel 2014-2016 ha recuperato un gettito Iva di circa 400 milioni, che in proporzione alla più piccola economia è come se noi in Italia avessimo recuperato 2,4 miliardi di euro. Il terzo ambito prioritario riguarda la pubblica amministrazione che necessita di un’azione pro-cashless sia sul canale fisico che su quello digitale. Per il primo è importante avere una visione e fissare una data entro cui la pubblica amministrazione si impegni a non accettare più contante ai propri sportelli. Peril canale digitale è invece necessario sfruttare il volano di pagoPA, che ha raggiunto un volume di transato di 7,8 miliardi. Si dovrebbe infatti garantire che tutti i Comuni attivino i pagamenti su pagoPA, perlomeno sulle tasse di ammontare complessivo maggiore (ad esempio Tari, multe e tasse scolastiche). Laboratorio Milano Il caso di maggior successo in Italia sull’usodipagoPAèMilano.Imotividi questo primato sono legati alfatto che Milano ha attivato su pagoPA, già nel 2017, il tributo principale in termini di entrate per il Comune, la tassa sui rifiuti(Tari). Si sono aggiunte,nell’anno successivo, le tasse d’iscrizione alle scuole d’infanzia e i bolli Suev (Sportello unico eventi)/Suap (Sportello unico attività produttive). A breve sono inoltre attese le rette dell’educazione scolastica, lemulte e gli altritributi. La Community Cashless Society ha calcolato che se tutti i Comuni italiani si allineassero alle performance del ComunediMilanoperilpagamentodi Tari e multe, i benefici ammonterebbero a 375 milioni all’anno. L’assessora allaTrasformazionedigitale e Servizi civici, Roberta Cocco, ci dimostra quindi che èpossibile conpiccoli costi operativi e tanta visione, leadership e determinazione ottenere risultati. Queste azioni rafforzerebbero anche la filiera italiana dei pagamenti elettronici che, secondo le stime di The European House-Ambrosetti (ma è poco risaputo), comprende 1.600 imprese che generano un fatturato di11,7 miliardi e un valore aggiunto di 8,2 miliardi con 21 mila occupati. La strada verso la modernità dei sistemi di pagamento è segnata dai Paesi benchmark internazionali che, come nel caso svedese o estone, stanno addirittura programmando di eliminare del tutto l’uso del contante nei prossimi anni. L’Italia ha l’occasione di accelerare, la lotta per la trasparenza non può più essere rimandata.

L’ impegno a ridurre l’evasione fiscale, non solo a parole, è un segno di discontinuità da apprezzare. Se solo si mettesse fine alla lunga teoria di condoni, concordati, scudi, saldi e stralci – che ha rappresentato negli anni una gigantesca lezione di diseducazione civica – si realizzerebbe una piccola rivoluzione. Un serio cambio di paradigma civico. Basterebbe, dunque, riporre definitivamente in soffitta la stagione del perdonismo fiscale. Un’attitudine italiana, certo,ma ancheun’inclinazione furbastra della politica. Ovvero la necessità di reperire fondi «pochi, maledetti e subito», unita alla tentazione di guadagnare o non perdere voti. Ma anche nella lotta all’evasione fiscale il meglio (apparente) può essere nemico del bene (reale). In due modi. Primo: lasciarsi prendere da quell’istinto rivendicativo e giustizialista che si annida a sinistra e nutre molte delle pulsioni grilline. Condensato, per esempio, nell’enfasi con la quale si parla delle cosiddette «manette agli evasori». Uno slogan populista più che una seria promozione della cosiddetta compliance. Non si risolve tutto scatenando i controlli della Guardia di Finanza – ammesso che si possano estendere a tappeto – e nemmeno sventolando il deterrente del carcere che già in passato ha dimostrato di essere inefficace. Quanto sarebbe credibile uno Stato occhiuto e arcigno dopo anni di lassismo e complicità con diverse categorie? E come potrebbe conciliarsi questo ipotetico sussulto di severità – che alla fine sarebbe di pura facciata – con la necessità di accompagnare il contribuente, comprendendone le difficoltà, strappandolo dal «nero»? In sintesi, mostrando il volto di quel Fisco «amico» di cui si parla da anni? Il secondo modo riguarda l’impiego dei proventi della lotta all’evasione. Se non dovessero andare, ancora una volta, ad alleggerire il peso fiscale dei contribuenti onesti e regolari, cioè di coloro che pagano più del dovuto (in particolare dipendenti e pensionati) si perderebbe un’altra occasione di equità sociale. E non si premierebbero – passaggio fondamentale affinché la compliance fiscale diventi un risvolto ineludibile della cittadinanza – quegli italiani che hanno fatto sempre fino in fondo,regolarmente, anche attraverso sacrifici personali, il loro dovere di contribuenti. Le nuove statistiche In attesa di conoscere oggi la Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza (Nadef)- che molto dirà sugli orientamenti di politica economica del governo giallorosso – è utile dare uno sguardo a un paper di Prometeia in via di pubblicazione. L’associazione di studi economici bolognese confronta l’evasione fiscale italiana con quella di altri Paesi. Lo studio segnala innanzitutto la difficoltà di stimare il fenomeno. Secondo i dati ufficiali (che verranno aggiornati dal Nadef) il tax gap, ovvero la differenza tra le tasse dovute e quelle pagate, è di109 miliardi l’anno, in media nel periodo, il 6,4 per cento del Pil, il Prodotto interno lordo. Circa il doppio dell’ammontare di interessi pagati ogni anno sul debito pubblico. Ma per altre ricerche, la nostra evasione – che cipone alprimoposto tra i Paesi europei – è ancora maggiore. Prometeia cita una rapporto del Parlamento europeo che stima un ammontare di evasione delle tasse domestiche, nell’intera Unione, oscillante tra i 750 e i 900 miliardi di euro all’anno. In media si evaderebbe il 5,5 per cento del Pil comunitario. In questo caso, per una diversa valutazione della nostra economia sommersa, il tax gap italiano salirebbe addirittura al 12 per cento del Pil. L’Iva è la tassa più evasa. Secondo la Commissione europea (dati relativi al 2017), gli Stati membri avrebbero perso 137 miliardi di gettito Iva, di cui 33 miliardi in Italia, 25 in Germania, 12 in Francia. Sostanzialmente un quarto dell’Iva italiana sarebbe regolarmente elusa. Questo fenomeno avrebbe, secondo Prometeia, una stretta relazione con l’evasione da redditi di lavoro autonomo e piccole imprese che in Italia – particolare da non sottovalutare per non fare di ogni erba un fascio – è molto più sviluppato che negli altri Paesi. Coinvolge il 23,8 per cento degli occupati contro il 14,9 nella media europea. Per questiredditi il tax gap, è cresciuto dal 64,2 per cento del 2011 al 67,8 del 2016 mentre, nel corrispondente periodo, il tasso di evasione dell’Iva si è seppur di poco contratto, dal 27,5 al 26,4 per cento. Come se ci fossero due vasi comunicanti: riduco il livello di evasione da una parte, si accresce dall’altra. «Il grosso dell’evasione sta qui – commenta Lorenzo Forni, segretario generale di Prometeia – e dunque una seria lotta alneropassadall’Iva, anchedauna eventuale rimodulazione delle aliquote e soprattutto da strumenti che incentivino la tracciabilità delle transazioni, come la fatturazione elettronica – che secondo le stime dà un gettito di 2 miliardi superiore alle attese – e dai pagamenti digitali. Ma non mi aspetterei miracoli. L’ipotesi di un credito di imposta sui pagamenti con carte, lo stesso scontrino fiscale, in vigore dall’inizio del prossimo anno, compresa la lotteria come in Portogallo, comportano non poche complicazioni. I pagamenti vanno certificati, devono essere nominativi, con l’indicazione forse del codice fiscale. E poi ci sono dei rischi: da una parte che si finisca paradossalmente per incentivare il nero (ad esempio per chi non vuole lasciare traccia ditutte le sue spese perché magari non coerenti con le entrate che dichiara), dall’altra che gli scontrini diventino una sorta di moneta parallela». Le proposte Ma la strada non può essere che questa. Forni ha dei dubbi anche sulla tassazione del contante. «Potrebbe aumentare la liquidità tenuta a casa o fuori dal sistema bancario». Ma il prelievo del contante in Italia, seppur di poco, sta diminuendo. Nel circuito Bancomat (34 milioni di carte in circolazione) nei primi otto mesi del 2019 ci sono state 131 milioni di operazioni per un corrispettivo di 18 miliardi. Nel corrispondente periodo dell’anno scorso le transazioni avevano superato i132milioni per18,3miliardi. «Ilnostro è uncircuito deltutto italiano – spiega il presidente di Bancomat FrancoDalla Sega – e paghiamo le tasse in Italia a differenza di alcuni concorrenti. Anche per Bancomat si sta diffondendo sempre di più la tecnologia contactless e sarà possibile acquistare biglietti di treni e fare la spesa online con dispositivi mobili. Bisogna agire sul rapporto tra consumatore ed esercente consentendo anche a quest’ultimo di avereunincentivoall’accettazionedeipagamentidigitali (nei primi otto mesi del 2019 le transazioni sul circuito Pagobancomat hanno superato i 793milioni per più di 45miliardi). Un esempio: accertamenti fiscali semplificati se si usa la carta. Un vantaggio tangibile, una novità concreta».

Se ne è andato, a novant’anni, Guido Carandini. Chi spara a zero sulle élite, di cui Guido è stato sicuramente parte, farebbe bene a riflettere un po’ sulla sua vita. Sua madre era Elena Albertini, nipote di Giuseppe Giacosa, figlia di Luigi, senatore, antifascista, direttore e socio del «Corriere» che, estromesso per volere di Benito Mussolini dalla proprietà del giornale, con la lauta buonuscita acquistò, alla metà degli anni Venti, il grande possedimento di Torrimpietra, alle porte di Roma. Suo padre, Nicolò, se possibile ancora più elegante di lui nel trattoenel portamento, prima bonificò con il cognato Leonardo la tenuta, poi ne fece un allevamento modello. Ma sempre portandosi appresso una grande passione intellettuale e politica. Nicolò Carandini fece parte, per i liberali, del Cln di Roma, poi fu ministro nel secondo governo Bonomi, artefice principale dell’accordo De Gasperi-Gruber sull’Alto Adige, leader dei liberali di sinistra, fondatore, con Bruno Villabruna, del Partito radicale e del Movimento federalista europeo, ambasciatore a Londra, e pure, per un decennio, presidente dell’Alitalia. Guido seguì le sue orme nella passione per l’azienda, di cui cominciò ad occuparsi in prima persona a 23 anni, ma anche nella passione per la politica. Solo che, a differenza della schiatta di liberali non tutti di sinistra da cui proveniva (il salotto di casa Carandini, a due passi dal Quirinale, era stato frequentato assiduamente da Benedetto Croce, Carlo Sforza, Alessandro Casati, Alberto Tarchiani, Mario Pannunzio; e vi si erano tenute le ultime riunioni di redazione del «Mondo», del quale Nicolò era stato assiduo collaboratore) fu marxista, prima ortodosso, poi sempre più critico, sì, ma sempre rifiutandosi di liquidare, con il Marx utopista, anche lo scienziato sociale, come spiegò dettagliatamente nel suo libro Un altro Marx, pubblicato da Laterza. E fu, a lungo, comunista (un comunista piuttosto di frontiera, e non troppo disciplinato), e per il Pci venne eletto deputato nel 1976 e nel 1979. Sul finire degli anni Ottanta, e soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino, quello del cambiamento del nome e della natura stessa del Pci sarebbe diventato il tormentone per eccellenza della politica italiana. Ma, nel 1985, il tema, almeno ufficialmente, era ancora un tabù. Fu lui, Carandini, il primo a mettereipiedi nel piatto, in un articolo su «Repubblica». Aldo Schiavone aveva appena pubblicato per Laterza un libro molto critico, Per il nuovo Pci, che però non lo aveva proprio convinto: «Per il nuovo Pci? Ma non sarebbe invece ormai maturo il tempo di abbandonare, almeno in questa parte del mondo, lo stesso vocabolo “comunista”? (…) Per noi, nel bel mezzo di questa vecchia Europa, è un vocabolo ormai insensato, quanto lo è l’alchimia per descrivere il compito di far avanzare la chimica e la fisica nell’era atomica». Meglio, molto meglio, almeno per chi ambiva «a respirare un’aria diversa da quella che spira nel Pcienel Psi», chiedere «un congresso straordinario per decretare la fine dell’era eurocomunista», e dar vita, anche a costo di una scissione degli ortodossi, a un partito «veramente nuovo». Che a Carandini sarebbe piaciuto si chiamasse Partito democratico del lavoro. Nel distratto silenzio degli stati maggiori comunisti e socialisti, la cosa sarebbe finita lì, se a Giancarlo Pajetta non fosse saltata la mosca al naso. In una durissima intervista all’«Espresso», sostenne che non avrebbe avallato la chiusura del partito in cui militava da una vita, e per il quale era stato 12 anni in galera, per dar retta a un «proprietario fondiario», a un «padrone». E a Carandini, che gli aveva scritto piccato che l’uso stesso di questi termini era infondato scientificamente, perché in ogni epoca storica avevano assunto significati diversi, rispose più piccato ancora: era certo, Pajetta, che gli oppressi — fossero schiavi, servi della gleba, braccianti, operai salariati — i loro sfruttatori li avevano sempre chiamati così. Non aveva obiezioni sul fatto che non pochi dei loro discendenti, per una scelta anzitutto morale, militassero nel Pci. Ma, quanto a lui, poche chiacchiere: «Monotono, e con una cocciuta e non scientifica coerenza, con i padroni non sono stato mai».

Occorre tornare a Marx, non al Marx politico, ma al Marx osservatore e analista acuto della società capitalistica. È questa la strada che deve percorrere una sinistra riformista. Può drasticamente sintetizzarsi così il senso di Un altro Marx. Lo scienziato liberato dall’utopia, il saggio che Guido Carandini pubblicò nel 2006 da Laterza e che suscitò non poco clamore a sinistra. Storico dell’economia, docente universitario, imprenditore agricolo, parlamentare del Pci fra il 1976 e il 1982, candidato con il centrosinistra nel 2001, Carandini si è spento ieri. Intellettuale poliedrico, conversatore raffinato, a giugno aveva compiuto novant’anni. Il ritorno al Marx scienziato non era un auspicio estemporaneo. Carandini intendeva rimettere al centro del dibattito un pensiero che si voleva travolto dalla dissoluzione degli ideali comunisti e dell’Urss, ma che invece rifioriva per le sue capacità di interpretare anche il mondo contemporaneo. Un pensiero liberato dagli esiti politici, disastrosi e autoritari, realizzati nel corso del Novecento. Detto in altri termini: buttata l’acqua sporca, restava integro e sano il bambino. Inoltre quello di Carandini era il prodotto di una riflessione di lungo periodo che lo aveva portato, per esempio, a schierarsi nel 1985, con un articolo rimasto celebre pubblicato a tutta pagina su Repubblica, a favore del cambio di nome da parte del Pci, quattro anni prima che lo decidesse Achille Occhetto. Carandini, che nel 1982 si era dimesso da parlamentare in anticipo sulla scadenza del mandato, invocava «un esercizio di fantasia», chiedeva che un congresso «superstraordinario» decretasse la fine dell’eurocomunismo e avviasse la riunificazione «delle sparse forze della sinistra italiana» in un «partito democratico del lavoro». Carandini approdava al Pci, come altri alla metà degli anni Settanta, provenendo dalla più schietta tradizione liberale italiana. E questo non è un dettaglio secondario per comprendere il profilo della sua militanza a sinistra. Era il primo figlio del conte Nicolò Carandini, figura di assoluto spicco dell’antifascismo liberale, poi ministro del governo Bonomi, quindi ambasciatore a Londra. Legatissimo a Benedetto Croce, Nicolò Carandini aveva sposato Elena Albertini, la figlia di Luigi, direttore del Corriere della Sera fino al 1925, quando fu estromesso dal fascismo. Con il fratello della moglie, Leonardo, Nicolò Carandini prese a occuparsi della grande azienda agricola di Torrimpietra, acquistata da Luigi Albertini e dove il giornalista si era ritirato. Torrimpietra è poco fuori Roma, non distante dal mare e dalla grande tenuta di Maccarese. Originariamente aveva un’estensione di 1.500 ettari. Carandini si preoccupò di completarne la bonifica — paludosa e malsana era tutta quella zona — e di introdurvi tecniche agricole assai avanzate, in particolare per l’allevamento del bestiame. Contemporaneamente era attivo sul fronte politico, prima nel Partito liberale (e come esponente del Pli era stato membro del Cln, subito dopo l’8 settembre), poi, quando alla guida di quella formazione venne eletto Giovanni Malagodi, fu tra gli artefici del Partito radicale (con lui, fra gli altri, Eugenio Scalfari, Leo Valiani e Bruno Villabruna). La formazione di Guido Carandini è dentro questo ambiente politico-culturale, l’ambiente liberale che guarda a sinistra, non rinunciando però ai pilastri di una società di mercato. E non si può dimenticare l’esperienza di Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, del quale Nicolò Carandini era collaboratore e sostenitore. Accanto all’attività di docente, di saggista e di militante, di opinionista sulle colonne di Repubblica, Guido Carandini (il cui fratello minore è l’archeologo Andrea) ha svolto quella di imprenditore agricolo. Anzi, ha cominciato come imprenditore agricolo e tale è rimasto lungo l’intera vita. A 22 anni, mentre si laureava in giurisprudenza, era già impegnato a lavorare con suo padre e a sperimentare nuove procedure, i cui modelli apprendeva viaggiando in Europa e negli Stati Uniti. Ereditata una porzione dell’azienda, Carandini ha messo in piedi una delle più moderne aziende zootecniche. «Si può dire», affermava con signorile e garbato orgoglio, «che la moderna zootecnia italiana sia nata a Torrimpietra». Carandini non ha mai smesso di aggiornare le pratiche zootecniche, ha frequentato i laboratori della Cornell University di Ithaca, negli Usa, e si è tenuto in contatto con allevatori di diverse aree del mondo. È stato anche critico nei confronti delle politiche agricole italiane ed europee. Fra il 1996 e il 1997 era alla testa della protesta degli allevatori contro le multe comminate ai produttori di latte, accusati di aver sforato le quote fissate dall’Unione europea. Partecipò alle manifestazioni, ai blocchi stradali sulla via Aurelia. In molti lo ricordano aggirarsi fra i trattori con un cappello a larghe falde e un megafono. Comunque riuscì a spiegare all’allora premier Romano Prodi che il problema non erano le quote, ma il modo in cui l’Italia non aveva battuto ciglio in sede europea, accettando di diventare importatore di latte prodotto altrove. Aveva anche dimostrato quanto errata fosse l’applicazione di quelle norme. Lo definirono “il conte rosso”. Ma lui replicava: nessuno della nostra generazione di Carandini ha mai fatto sfoggio di titoli nobiliari.

Un milione di ragazzi, in 180 piazze d’Italia. A urlare «un solo grido, un solo allarme, pianeta in fiamme, pianeta in fiamme». Possibile che la veduta corta sulle prossime elezioni impedisca alla politica di cogliere l’enorme capitale sociale racchiuso nella protesta delle nuove generazioni? Amitav Ghosh la chiama “la Grande Cecità”: le classi dirigenti non vedono che il cambiamento climatico mette in crisi l’idea di libertà. Per questo non colgono il potenziale dirompente del Fridays4future. Non capiscono che la domanda di futuro gridata da quei ragazzi non può essere irrisa o delusa. Non fanno l’unica cosa che avrebbe senso: dare risposte, qui e ora.

Non per lucrare un’altra manciata di voti, mettendo il cappello su un movimento che finora ha giustamente rifiutato di farsi imprigionare nella gabbia dei partiti. Ma per dare forma e sostanza a quella volontà di cambiamento, in nome di un semplice principio di responsabilità condivisa: la vostra battaglia è la nostra battaglia, e d’ora in poi la combatteremo insieme. C’è chi rievoca il ’68 o il ’77, la Pantera o la Gilda. Ma stavolta è diverso. Non c’è il vecchio riflesso della cultura protestataria dei nonni, e nemmeno del generico disagio adolescenziale dei padri. Le istanze da cui muovono gli scioperi in difesa dell’ambiente sono maledettamente reali. Supportate dalle rilevazioni degli scienziati, non dalle allucinazioni dei terrapiattisti. Fermare l’Apocalisse è possibile, ma per farlo occorre quella radicalità delle scelte di fronte alla quale i politici non sanno come reagire. Alle Nazioni Unite Greta Thunberg ha osato l’inosabile: sfidare l’establishment. «How dare you?», «Come vi permettete?», ha chiesto ai potenti della Terra, che hanno risposto nell’unico modo che conoscono: come si permette lei, la ragazzina? In Italia è andata allo stesso modo. Dall’opposizione, la destra negazionista ha un solo incubo: demolire la figura di Greta, la marionetta manovrata dal solito Soros, e insieme a lei liquidare con la pernacchia del cinismo “adulto” tutti i “gretini” che le vanno dietro (salvo poi piagnucolare, da sedicenti moderati per talk show, perché signora mia, questi giovani non hanno più valori). Dal governo, la sinistra riformista ha un solo sogno: promettere un velleitario “Green New Deal” che purtroppo non può garantire (infatti il maxi decreto-clima da 19 miliardi è già diventato mini, ridimensionato nelle risorse e osteggiato dalle corporazioni). Nel frattempo intellettuali pensosi e opinionisti d’accatto discutono su cosa implichi la giustificazione scolastica per chi ha scioperato (come fa inopinatamente anche Massimo Cacciari), non su cosa significhi quel milione di ragazzi che scendono in strada senza seguire nessun pifferaio magico, ma semplicemente ascoltando l’appello di una coetanea (come osserva giustamente Marco Revelli). Invece è proprio qui che è custodito quel formidabile “deposito di democrazia” cui i partiti dovrebbero attingere. Quelle 180 piazze sono il “luogo” materiale e morale nel quale le famose élite possono provare a riempire l’abisso che hanno scavato in questi anni tra loro stesse e la società civile. L’abisso che ha consentito al populismo grillino e al sovranismo salviniano di prosperare e poi congiungersi al governo del Paese, all’insegna del comune furore anti-politico. Di fronte al vuoto, riempito dalle prediche futili dei profeti dell’odio contro “il sistema”, i giovani sono stati i primi a ritrarsi nella loro ridotta demografica (in Europa gli elettori con meno di 25 anni sono solo 39 milioni). A rifugiarsi nei loro mondi nascosti (un giovane su due non ha votato alle elezioni 2018), o a fuggire in altri mondi lontani (250 mila cervelli sono emigrati all’estero in dieci anni). Ora, quel milione che ha cantato in coro “su Marte vacci tu” racconta tutt’altro. Certo, in quel magma ci saranno anche quelli che approfittano per saltare la scuola e se ne fregano del clima. Ma al fondo di quella rabbia composta c’è un avvertimento, oltre che un allarme: noi stavolta ci siamo, vogliamo partecipare alla vita pubblica, vogliamo contare nelle vostre decisioni, e chiedere conto di ciò che fate e farete. Se nella politica, e soprattutto nella sinistra, ci fossero leader all’altezza del compito, non lascerebbero cadere nel nulla questo bisogno di partecipazione. Ripartirebbero da qui, da questa straordinaria occasione che gli piove dal cielo intossicato dal CO2 , per riallacciare i fili strappati della rappresentanza. Non lasciando Greta da sola, come ha scritto ieri Eugenio Scalfari. Prendendo finalmente sul serio quei ragazzi, che marciano disorganizzati e spontanei per una causa giusta. Non abbandonando gli studenti delle università e dei licei in balia di CasaPound, di Forza Nuova o delle reti dell’ultrasinistra antagonista. Vale lo stesso concetto che ha usato qualche giorno fa Pierluigi Bersani, in un’intervista a Repubblica in cui parlava di tutt’altro: «Credili migliori, diventeranno migliori». Ma forse loro lo sono già. Al contrario di noi.

Cosa insegna all’Italia il risultato del voto austriaco? Intanto che il cancelliere Kurz, un democristiano conservatore ben strutturato, l’ha avuta vinta sull’estrema destra, grazie anche al noto scandalo che ha stroncato il leader di questa formazione, mentre i Socialdemocratici proseguono nel loro declino, come a Berlino. Chi trae vantaggio dal sommovimento è il partito ecologista e in misura minore i Liberali. Non a caso, al 9 per cento perso dalla destra nazionalista fa riscontro l’8 per cento circa guadagnato dai Verdi. Proprio come in Germania: quando l’estrema destra va male — in quel caso l’AfD — e la socialdemocrazia si spegne, si affermano gli ecologisti. Nel mondo di lingua tedesca è questo il dato di fondo che le elezioni hanno confermato. Si tratta di tendenze parallele: da un lato la caduta delle destre radicali e dei Socialdemocratici (in misura e per ragioni ovviamente diverse); dall’altro la tenuta o l’avanzata dei Popolari e la crescita sorprendente dei Verdi. Si ridisegna la geografia politica, ma la sinistra classica è comunque sconfitta: sul piano elettorale prevalgono i conservatori, depurati dell’ultradestra, mentre il tramonto della socialdemocrazia è compensato solo in parte dall’ecologismo, la cui natura trasversale resta ancora da decifrare. L’Italia sfugge a tale logica. Da noi non esiste un movimento “verde” in grado di presentarsi con successo alle elezioni: il partitino che un tempo vivacchiava si è estinto nelle manovre di palazzo. Gli stessi scioperi contro il riscaldamento climatico non sembrano preludere per ora a un’iniziativa politica ispirata all’ecologia. Il fenomeno dei Cinquestelle è stato invece tipicamente italiano, ma non c’entra nulla con l’ondata verde nell’Europa del nord. Per cui, alla fine del 2019 e alla luce di quello che sta avvenendo, si possono fissare alcuni punti. In primo luogo, l’Austria dimostra che le elezioni sono salutari e si dimostrano in grado di sciogliere nodi altrimenti insolubili. Al passo falso del partito nazionalista non si è risposto a Vienna con una coalizione tra centrodestra e centrosinistra, bensì con il ritorno alle urne. E i risultati sono chiari. Secondo punto, in Italia manca un partito popolarconservatore sul modello di Kurz o Angela Merkel. I Popolari nostrani sono minoranza rispetto alla destra “sovranista” di Salvini-Meloni. Berlusconi insiste nel considerarsi il garante europeo di questa coalizione, ma i rapporti di forza dicono altro. Terzo, la sconfitta dei nazionalisti austriaci dovrebbe suggerire qualcosa a Salvini: almeno una revisione del messaggio e dei temi prediletti. Peraltro la Lega è di estrema destra nella visione ideologica del suo capo, non lo è nel pragmatismo con cui amministra numerose regioni del nord, a cominciare dal Veneto di Zaia: una contraddizione che prima o poi dovrà essere sanata. Da ultimo, la crisi dei socialdemocratici assomiglia a quella del Pd. Qui la risposta è l’alleanza con i 5S, un movimento massimalista (giustizia, taglio dei parlamentari, eccetera) che rischia di imporre le sue priorità. La scissione di Renzi è un’incognita: perché prenda forma un movimento liberale come in Germania e Austria occorrono condizioni che non si vedono. Intanto andrà verificato se “Italia Viva” è in grado di strappare un po’ di elettori a Forza Italia: al momento anche questo è dubbio.

È stato molto incoraggiante vedere gli afgani mettersi in fila per votare alle elezioni presidenziali sabato, eppure temo che questo voto risolverà pochi dei problemi che affliggono il Paese. La lista di ciò che il voto non cambierà, purtroppo, è lunga: non risolverà la questione del dialogo fra Kabul e i talebani, perché questi ultimi non hanno riconosciuto la legittimità delle elezioni. Non risolverà la questione di un governo troppo spesso accusato di corruzione. Non risolverà i tanti problemi che l’Afghanistan ha in sospeso con i suoi vicini, dalla Russia al Pakistan: ma soprattutto, non toccherà la questione che è centrale nella vita di ogni afgano oggi, quella della sicurezza, del cessate il fuoco che tutti desiderano. Questo voto è il risultato dell’insistenza del presidente uscente, Ashraf Ghani, che ha voluto a tutti i costi andare alle urne alla ricerca di un nuovo mandato: in tanti, compresi gli americani, gli avevano consigliato di posticipare le elezioni e di dare priorità al dialogo con i talebani, facendo partire una trattativa vera prima di andare a votare. Ma così non è stato. In questo quadro però c’è una buona notizia. L’affluenza alle urne è stata bassa, soprattutto in alcune zone del Paese, ma la gente è andata comunque a votare, dimostrando che i talebani non sono riusciti nell’intento di diffondere la paura al punto tale di fermare il processo elettorale, come pure avrebbero voluto. Di fronte al coraggio di chi ha rischiato per mettere la sua scheda nell’urna, dispiace dire che poco cambierà quando arriveranno i risultati definitivi. L’unica cosa che potrebbe portare a un cambiamento vero in Afghanistan oggi sarebbe un dialogo fra il governo e i talebani, ma questi ultimi non hanno mai riconosciuto Ghani come legittimo presidente, e temo che se anche vincesse di nuovo non lo faranno ora. La priorità per i talebani è parlare con gli americani e ottenere il ritiro dei loro soldati da tutto il Paese: fino a quando non ci sarà un accordo con gli Stati Uniti, l’idea di una trattativa diretta con Kabul non tornerà in agenda. E dunque? E dunque l’Afghanistan è oggi al punto in cui si trovava tre mesi fa, prima che la trattativa fra i talebani e Washington naufragasse: di fronte al sacrificio di tanti afgani nulla è cambiato. Della popolazione civile, degli uomini e delle donne afgane, in questi mesi si è parlato poco. Eppure al centro di questa partita diplomatica ci sono loro, che al sogno della pace hanno sacrificato moltissimo. La gente in Afghanistan vuole che cessi la violenza quotidiana che ogni giorno mette a rischio le loro vite: da inizio anno invece gli attentati sono aumentati, così come il numero dei morti. Questo sta rendendo molto impopolari i talebani. Ma anche gli americani non godono di sostegno: la campagna di bombardamenti con i droni negli ultimi mesi è cresciuta di intensità. Il risultato è che invece della pacificazione in cui speravano, gli afgani si sono trovati di fronte a una escalation di violenza. Tutta sulla loro pelle. Sfortunatamente, nonostante il coraggio dei tanti che hanno votato sabato, non ci sono segni di rapido cambiamento in questo quadro. Ci vorrà tempo perché arrivino i risultati definitivi del voto. Poi verrà il tempo delle valutazioni e delle strategie. L’America dovrà decidere se e quando tornare nella partita. E i talebani quanto sono disposti a cedere. Per gli afgani è ancora una volta il tempo dell’attesa. (Testo raccolto da Francesca Caferri)