«Chi salva una vita salva il mondo intero», dice la sopravvissuta Liliana Segre. Gliel’hanno insegnato da piccola, l’ha appreso dal Talmud. E chissà quante volte questa massima gli è esplosa nella coscienza, da bambina perseguitata dai nazifascisti, da adolescente rinchiusa ad Auschwitz, da adulta che assiste alle ingiustizie del mondo. E poi da vecchia, in un’Italia «che non premia ma punisce chi salva vite», in un rovesciamento che annulla la tradizione dei Giusti. Solo un romanziere avrebbe potuto immaginare una coincidenza più simbolica: l’ottantanovesimo compleanno di una superstite del lager e il voto di fiducia al nuovo governo, nella speranza di chiudere per sempre con la stagione del razzismo e dell’odio.
Austera ed elegante nella sua veste chiara, la senatrice a vita Liliana Segre ha pronunciato il suo discorso di liberazione. È come un segnale di “pericolo scampato”, quasi a rimarcare “l’imbarbarimento” e “l’abisso” a cui rischiavamo di assuefarci. E allora è venuto il momento di chiudere con una classe politica «che tratta il razzismo con indulgenza, in modo empatico», che accetta la discriminazione come costume normale del nostro vivere civile, che «investe nell’odio, incendiando gli animi di chi vive con rabbia e disperazione il disagio provocato dalla crisi». È ora di chiudere «con il dileggio sistematico dell’avversario », con la strumentale esibizione di croci e rosari. Le sue parole cadono gravi, rese più forti da una storia personale che è anche tragedia del Novecento. E certo non può fermarla il borbottio leghista quando condanna l’utilizzo di simboli religiosi, «in un farsesco ma pericoloso revival del Gott mit uns». Si interrompe un momento, poi con la serenità di chi non può essere smentita: «A me fa questo effetto. Forse solo a me in questa aula».
Le sta seduta accanto Emma Bonino, che acconsente convinta. E forse non è un caso che il monito morale venga da una generazione di donne che ha attraversato le turbolenze del Secolo Breve. Bisogna costruire un nuovo clima pubblico, invoca la senatrice Segre. E per fare questo è necessaria la consapevolezza dei rischi corsi «sull’orlo dell’abisso»: non può essere solo un calcolo di convenienza politica. Al nuovo governo chiede «discontinuità» e quindi di ripristinare un terreno di valori condivisi, ispirato dalla Costituzione e dalla Resistenza. E servono anche iniziative concrete come «l’istituzione di una commissione di indirizzo e controllo sui fenomeno dell’hate speech, della violenza, dell’intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo»: proposta presentata già da tempo. «È un argomento che purtroppo conosco: ho vissuto sulla mia pelle come dalle parole dell’odio sia facile passare ai fatti».
Ma chi conosce la storia del XIX secolo, le persecuzioni, il lager, lo sterminio? E qui interviene la sua antica battaglia per lo studio della storia, perché «la disciplina sta sparendo non solo dagli esami di maturità ma dalla coscienza stessa delle persone. E senza memoria storica l’umanità è condannata a disumanizzarsi». E allora bisogna difenderla, dice rivolgendosi ai nuovi governanti: «Meditate, ma poi anche agite». Così come va bene inserire a scuola l’ora di educazione civica, ma è ancora più importante «che l’educazione civica giunga a tutti i cittadini con l’esempio che diamo noi». Il valore dell’esempio, anche questa un’eredità dimenticata.
L’applauso è scrosciante, battono le mani il premier Conte e la presidente del Senato, l’applaudono i tanti italiani a cui ha saputo dar voce, che vivono insieme a lei il sollievo di una quiete ritrovata. Il suo discorso se l’è preparato con cura, inclusa quell’ultima citazione di John Donne con cui prende commiato. «Non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te». Chissà se verrà ascoltata.
FABIO FRUSTACI/ANSA
Liliana Segre, 89 anni, durante il suo discorso al Senato
«Sull’immigrazione vedo troppe timidezze. Un’ambiguità di fondo che non riguarda solo Conte, bensì una parte rilevante del Pd: mi sembra stia prevalendo l’idea che la discontinuità sia una scelta impopolare. Ma una grande forza politica non rinuncia ai propri principi perché impopolari, semmai fa una battaglia per farli diventare popolari». Di fronte agli ultimi casi di navi Ong costrette a vagare nel Mediterraneo — la Alan Kurdi svuotata solo nel pomeriggio grazie a un’intesa con Malta, la Ocean Viking che continua navigare in area Sar libica con 84 profughi a bordo — Matteo Orfini ha deciso di non tacere. E di lanciare un allarme sulla vaghezza degli impegni assunti dai giallo-rossi, di cui non si conoscono né tempi né modalità di attuazione, per smontare «gli atti disumani» dell’ex ministro leghista. Segno di un malessere che, sotto la cenere del potere ritrovato, seguita a covare nell’ala sinistra della nuova maggioranza. Che il segretario Nicola Zingaretti cercherà di placare a sera: «La Ocean Viking per me deve entrare, senza se e senza ma» ha tagliato corto in tv il leader dem. «Cacciare Salvini e tenersi le sue politiche non mi pare geniale », aveva twittato al mattino Orfini, chiedendo al governo di aprire i porti e «correggere questo errore». Per nulla tranquillizzato dall’appello lanciato dal premier in Senato: «Chiedo a tutte le forze politiche di evitare di concentrarci ossessivamente sullo slogan porti aperti-porti chiusi», aveva esortato Conte, riepilogando la strategia messa a punto dai demo- stellati per sterilizzare le leggi salviniane. Ovvero, stringere accordi bilaterali con i paesi di origine e di transito per contrastare i flussi clandestini e rafforzare i rimpatri; modificare il trattato di Dublino per una più equa distribuzione dei nuovi arrivi; rivedere i decreti sicurezza in base ai rilievi del capo dello Stato. «Un elenco di buone intenzioni, per lo più generiche, e non si parla più di abrogazione», insiste però Orfini. «Dinnanzi alla barbarie degli ultimi 14 mesi sarebbe servito più coraggio. Dire la verità: non c’è nessuna invasione, salvare vite in mare è un dovere, le Ong non sono nemici».
Parole mai pronunciate dal premier. E nemmeno dai vertici dem. Pronti tuttavia a bollare la polemica come «prematura». Intanto «il governo deve ancora essere completato: solo dopo la nomina dei sottosegretari si potrà iniziare a lavorare all’attuazione del programma, di cui i migranti — proprio perché non c’è emergenza — sono solo uno dei punti. Prima vengono il lavoro, la manovra, la crescita », elencano al Nazareno. E poi adesso al Viminale non c’è più Salvini, bensì la prefetta Luciana Lamorgese: una garanzia per tutti. «Mi pare che siamo in buone mani», ha confermato non a caso ieri il neo-ministro grillino allo Sviluppo Stefano Patuanelli. «Il nostro obiettivo è modificare l’impostazione data finora alle politiche sull’immigrazione, ma va fatto un passo per volta». Abiurare, in fondo, richiede tempo.
E c’è pure dell’altro. «I decreti sicurezza non obbligano il ministro dell’Interno a chiudere i porti e a negare l’approdo dei profughi, glielo consentono soltanto, di concerto con i titolari di Trasporti e della Difesa », precisa Marina Sereni, responsabile migranti del Pd. «Una possibilità di cui Salvini ha abusato». Difficile da replicare con la nuova maggioranza: ora alla guida di quei ministeri-chiave ci sono Paola De Micheli e Lorenzo Guerini. Elisabetta Trenta è fuori, Danilo Toninelli “degradato” a senatore semplice. Conta perciò poco che lui non abbia cambiato idea: «Faremo rispettare le regole», ha più volte ribadito a m argine del dibattito sulla fiducia. Anzi. L’orizzonte indicato dal capogruppo dem alla Camera, Graziano Delrio, è ancora più ambizioso: «Mettere mano, come previsto dal programma, a una nuova legge quadro che superi la Bossi-Fini, persegua la lotta all’immigrazione clandestina e affronti i temi dell’integrazione ». Ma bisogna avere fede. Come diceva il vecchio saggio: chi vivrà vedrà.
Matteo Orfini e Graziano Delrio sulla Sea Watch 3
«Bibbiano!» «Bibbiano!». Il più acceso tra i leghisti è un senatore ligure, Paolo Ripamonti, 50 anni, che nella vita di tutti i giorni fa l’agente immobiliare. Ad intervalli regolari lancia il coro della torcida sovranista che scuote l’aula di Palazzo Madama. «Bibbiano! Bibbiano! ». Quando il dibattito ristagna risuona invece l’urlo «Dignità!», Dignità! » e, come allo stadio, i peones battono le mani sui banchi. L’ex ministro Gian Marco Centinaio ha l’aria di divertirsi un mondo. Alle 10 del mattino il premier Giuseppe Conte è accolto al grido di “traditore”. La presidente Casellati si sgola fino a perdere il filo e finisce per chiamare Salvini «senatore Casini ».
Fa impressione vedere i banchi del governo. Prima delle ferie vi stavano seduti Salvini e Toninelli, e ora Franceschini confabula con Di Maio, Conte parlotta con Speranza, che annuisce vistosamente, De Micheli scherza con Patuanelli. Ignazio La Russa guarda la scena e cita il film Good Bye Lenin!, che racconta la storia di quella cittadina della Ddr che va in coma poco prima della caduta del Muro e al risveglio i figli cercano di non dirle che è finita in un paese capitalista. «Chi l’avrebbe mai detto che ci saremmo trovati seduti così vicino?», dice ai grillini persino una vecchia volpe come Pier Ferdinando Casini. I leghisti lo coprono di buuu. E Casini: «Non abbiate crisi di gelosia. Le donne tradite sono sempre le peggiori».
Non inganni la foga leghista. Sembra dettata da una sorta di disperazione. Perciò urlano. Il pd Gianclaudio Bressa li descrive come i campioni del mondo di harakiri, «ma senza la dignità dei samurai ». Anche Matteo Salvini appare cambiato, ha smarrito l’aura d’invincibilità che lo aveva sorretto fino al Papeete.
«Professor Conte!». Il senatore di Fratelli d’Italia, Francesco Zaffini, si rifiuta di chiamarlo premier. «Siamo qui nuovamente per commentare le sue imprese, da avvocato lei è passato da un cliente all’altro, da un governo sovranista a un governoi post-comunista». Conte, vanitoso di suo, lo guarda gelido. L’aula del Senato è piena come un uovo. Le tribune dei giornalisti stipate al limite della capienza. Alla buvette la macedonia finisce a mezzogiorno. Nei corridoi la star è il sindaco di Benevento Clemente Mastella, che infila un aneddoto dietro l’altro da consumato attore. «Per me dureranno fino all’elezione del presidente della Repubblica» è la sua profezia. Poi ferma per un braccio Roberto Calderoli: «Non gli hai dato buoni consigli al tuo capo». Calderoli sembra colpito dal rimprovero.
Il pd Luigi Zanda non è entusiasta del governo, durante il suo intervento rimprovera Conte, che sta chiacchierando con il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, invece che ascoltarlo. Guerini deferente si scusa, e Zanda allora ricorda al premier che un anno fa si definiva populista e che ora farebbe bene a dirsi popolare. La parola che risuona continuamente è trasformismo. La cita mezza opposizione. Il senatore Andrea Cangini dice a Conte: «Vedremo se lei lo sarà alla Depretis o alla Fregoli». La berlusconiana Licia Ronzulli ha portato lucchetto, apriscatole, tonno, scotch e colla. «Non riuscirete a fermare il vento con le mani», urla Isabella Rauti. L’altra parola è inciucio. Il senatore forzista Dal Mas ricorda ai leghisti che il ribaltone lo fece Bossi con D’Alema, facendo cadere Berlusconi nel 1994, Bossi non c’è e i leghisti hanno l’aria non ricordarsene.
La paura che agita Pd e Cinquestelle sono le sei commissioni in mano a presidenti leghisti. «Dimetterci? Non ci pensiamo proprio. Li faremo impazzire fino alla fine», fa la faccia feroce il capogruppo Massimiliano Romeo. Affari Costituzionali, Giustizia, Difesa, Finanze, Istruzione e Agricoltura rischiano il Vietnam. Fino a giugno 2020, ovvero sino a metà legislatura, non si potrà toccare nulla a norma di regolamento. E c’è tutta una tecnica di guerriglia per cui i presidenti potrebbero accogliere una valanga di emendamenti di cui Calderoli è il mago assoluto: nessuno qui ha dimenticato gli 80milioni confezionati in una notte con l’algoritmo per fermare la riforma costituzionale di Renzi.
Matteo Renzi arriva solo quando parla Salvini, e Di Maio invece nemmeno c’è, ostentatamente. Infatti Salvini lo fa notare, piccato. Ma il bersaglio dell’ex ministro dell’Interno è Conte, che lui chiama Monti- Conte. E quando il premier nella sua stanca replica userà l’espressione best practices i leghisti scoppieranno in grasse risate, come degli scolari che ridono del vezzo di un primo della classe. «Oh, s’il-vous-plait», lo canzonano. La leghista Bergonzoni esibisce la maglietta “Parliamo di Bibbiano”, l’emiciclo della maggioranza si svuota per protesta. «Non hai argomenti » le urlano dal Pd, «col voto verrete spazzati via» replica lei.
Conte, a sera, ottiene la fiducia, con 169 sì, otto voti in più della maggioranza. Nel Pd si astiene Matteo Richetti e nel M5S Gianluigi Paragone. Votano sì i senatori a vita Monti, Cattaneo, Segre; Napolitano è assente per motivi di salute, ma esprime il suo assenso. Bonino vota no.
In aula urla e cori, la
Lega chiede elezioni e minaccia ritorsioni sui lavori. Il sì alla fiducia dei senatori a vita
Segre, Monti e Cattaneo
A chi gli invia l’immagine di un quadro di Frida Kahlo, che pare il suo ritratto, Luigi Di Maio risponde: “Mi aiuterà all’estero”. Riscoprendo l’ironia. Perché nei prossimi mesi il capo politico M5S abituato a grandi fatiche, il camaleonte reduce da cocenti sconfitte, ha davanti a sé un’impresa non da poco: mettersi nelle condizioni di incontrare il ministro degli Esteri russo Sergej Viktorovi? Lavrov (uno che, per dire, è stato in Sri Lanka e ha imparato il singalese), o il segretario di Stato americano Mike Pompeo (prima di essere nominato da Trump, aveva diretto la Cia), facendo dimenticare un curriculum con qualche inciampo di troppo sul fronte internazionale.
L’enfant prodige del Movimento, ministro degli Esteri a soli 33 anni, eterno aspirante premier, deve aver capito nelle ultime settimane che una delle ragioni per cui Giuseppe Conte ha vinto, e siede a Palazzo Chigi al posto suo, sono le relazioni internazionali che è stato in grado di tessere nell’ultimo anno. Per l’”avvocato del popolo”, soprannome coniato dalla macchina comunicativa M5S, si è speso il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, per lui Donald Trump ha twittato quel «Giuseppi » che resterà nella storia delle relazioni Italia-Stati Uniti. E mentre il premier andava in giro a convincere Angela Merkel della sua affidabilità, e rivelava i rapporti difficili nella maggioranza (il fuorionda trasmesso da Piazzapulita mandò allora su tutte le furie il vicepremier M5S), Di Maio veniva convinto dall’accoppiata Pietro Dettori-Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente del Parlamento europeo, a girare l’Unione passando dal più antisemita dei gilet gialli fino all’estrema destra dell’ex cantante rock polacco Pawel Kukic, non dimenticando i movimenti per la casa croati e gli allevatori greci.
Preistoria. Perché se c’è una cosa che Di Maio sa fare bene, una dote che gli ha consentito di passare nel giro di dieci anni dalla tribuna autorità dello stadio San Paolo dove faceva lo steward a quella della parata del 2 giugno, dalla battaglia antieuro tutti ad Atene con Varoufakis al sostegno a Ursula von der Leyen, è la capacità di rivestire prima un’idea, poi un’altra, infine se serve l’opposto della prima. A sceglierlo come futuro capo politico e guida del Movimento non è stato Beppe Grillo bensì Gianroberto Casaleggio. Che ai suoi diceva: «Potremmo ottenere i risultati cui aspiriamo anche dall’opposizione, ma al governo lo faremo più velocemente ». L’unico che riteneva capace di tentare l’impresa in quello che allora si chiamava direttorio, il solo capace non solo di tenere la cravatta in un pranzo di famiglia, ma di studiare dossier fino allo sfinimento e di fare quattro tappe al giorno in campagna elettorale, è stato — da subito — il ragazzo di Pomigliano. Che rivendica i lavori umili delle origini: viene da un territorio che raggiunge tassi di disoccupazione del 61 per cento. E l’unica cosa di cui davvero si rammarica è non essere andato avanti all’Università: Ingegneria prima, Giurisprudenza poi.
Che Di Maio studi, che leggesse di notte i discorsi di Ingrao e Pertini da vicepresidente della Camera, che stia studiando da anni anche l’inglese e che non intenda eguagliare Angelino Alfano quando disse “uaind” per dire “wind”, vento, davanti a una divertita commissaria europea, lo confermano i collaboratori di ogni epoca. Così come chi gli è stato accanto in politica conferma come la sua dedizione sia pari solo alla sua spregiudicatezza. E la lealtà con i fedelissimi, pari alla spietatezza con chi ritiene, in qualsiasi momento, un nemico della linea che ha deciso di seguire. Linea che negli ultimi anni lo ha portato inesorabilmente a destra, anzi, per dirla con chi ne ha curato i discorsi, «contro i salotti buoni della sinistra». Così oggi i nemici saranno coloro che tentano di mantenere il Movimento su una scia di terzomondismo rosso-bruno che va dal venezuelano Maduro al russo Putin, passando per Hamas e chiudendo con Bolsonaro. Di Maio lo ha detto in ognuno dei suoi viaggi internazionali ufficiali, spingendo anche oltre il mandato che gli era stato dato: il faro è la Nato. L’Italia ha dei partner storici come gli Stati Uniti, e delle “interlocuzioni” come quelle con la Russia. Ma non sono sullo stesso piano. Lo aveva spiegato, con in prima fila il segretario generale della Farnesina Elisabetta Belloni, anche a inizio 2018 in un incontro promosso dalla Link University dell’ex ministro Enzo Scotti. Adesso, una volta portato su posizioni di realpolitik perfino Manlio Di Stefano, dovrà solo convincere a cambiare radicalmente idea su tutto il presidente della commissione Esteri del Senato Vito Petrocelli, l’europarlamentare Castaldo (protagonista di un incontro con Assad) e, ultimo ma non meno importante, il battitore libero Alessandro Di Battista. «Non ci saranno più convegni M5S sull’ALBA bolivariana », promette in queste ore il neo ministro.
Perché il mondo gli creda, però, dopo le innumerevoli giravolte, dovrà crearsi uno staff all’altezza dell’impresa (la scelta del capo di gabinetto Ettore Sequi, ex ambasciatore a Pechino, pare andare in questa direzione, oltre che confermare l’interesse per i mercati asiatici). E dovrà ricucire prima di tutto con la Francia di Emmanuel Macron, la più colpita dalle uscite da campagna elettorale come quella, non dimenticata, sul franco coloniale ritenuto colpevole di ogni migrazione.
Sarà pure il “moviola” per dire con un soprannome che è scattante come un gesto al rallentatore, ma ha fatto un sacco di strada. Da direttore di Nuova Ecologia (1984), mensile di Legambiente, rivista non di nicchia ma di supernicchia (cioè la leggevano quattro gatti) dove Paolo Gentiloni dirigeva una redazione di sole e agguerrite donne a ministro degli Esteri, poi premier e infine commissario europeo col portafoglio più pensate: gli Affari economici. Simbolo, con David Sassoli, dell’Italia che conta in Europa. Si può dire che, insieme, i due incarichi pesino alla stregua di quello importantissimo svolto da Mario Draghi alla Bce. «Come Paese fondatore non potevamo accontentarci di stare in terza fila a borbottare», ha spiegato ieri sera il neocommissario al Tg1.
Gentiloni non borbotta. Per molto tempo è stato semmai l’uomo che sussurrava ai potenti, da Rutelli a Veltroni. Tessitore dietro le quinte, artefice delle carriere altrui prima di mettersi in proprio. Non è brillante, sembra venire da una scuola democristiana pur essendo cresciuto nei movimenti extraparlamentari di sinistra ma sempre con l’aplomb delle nobili origini (Paolo Gentiloni Silveri, conte di Macerata, Filottrano, Tolentino e Cingoli, sarebbe il nome araldico completo). Non è mite come sembra però. «Io raramente sono cedevole », scriveva in un sms qualche giorno fa. E provate a descriverlo appunto come “il mite Paolo”. Guai, Matteo Renzi spedisce subito un messaggino: «Mite un cavolo». I due non sono più amici da tempo.
Non perde le staffe, questo no. Non dà in escandescenze. Da ragazzo, negli anni ‘80, giocava a tennis con Francesco Rutelli, Ermete Realacci e Massimo Cacciari. Ogni volta che vede il filosofo sbraitare in televisione si ricorda i consigli del compagno di doppio. «Li devi odiare, Paolo. Li devi volere morti, stramazzati per terra», gli urlava Cacciari. E lui un po’ rideva un po’ cercava di eseguire.
Ha combattuto silenziosamente ma senza tregua anche per l’incarico assunto ieri. Per avere le deleghe piene ovvero quelle del predecessore Pierre Moscovici, per piegare le resistenze dei Paesi rigoristi del Nord Europa. Testardo e diplomatico. A differenza di Giuseppe Conte infatti non dice «cambiamo il patto di stabilità» che è impresa titanica e di anni, ma parla di «cambiamento delle politiche di sviluppo e di crescita». Insomma, prima di tutto bisogna interpretare le regole. «Avremo margini di flessibilità con un’Unione meno ostile. Saremo in grado di fare anche noi una manovra espansiva», è la sua promessa. Ha accettato senza fare drammi di avere il falco Dombrovskis vicepresidente con una delega all’economia. Troveranno il modo di andare d’accordo.
Gentiloni sa aspettare, è caparbio. Oggi fa il commissario europeo con i voti di Grillo, lo stesso Grillo che nel 2007 gli aizzava contro Piazza Maggiore a Bologna. «Gentiloni lo mandiamo affanc…» e la gente chiudeva la frase.
Romano di Roma, si trasferirà a Bruxelles con la moglie Manù, architetto. Nella capitale abita in un palazzo nobiliare in pieno centro, a pochi passi dal Quirinal e. Sul citofono c’è sempre lo stesso cognome: sono tutti zii, cugini, parenti. È scaramantico e fino a martedì continuava a scuotere la testa: «Vedrai, mi manderanno all’Industria, al Commercio, un portafoglio di poco peso». Ai colleghi deputati citava la frase dell’allenatore Boskov respingendo le felicitazioni: «Rigore è quando arbitro fischia». Un modo elegante per fare gli scongiuri.
«Sono uscito dal frigorifero», disse quando fu nominato ministro degli Esteri. L’esperienza che lo ha rilanciato, ne ha fatto un leader europeista e filo atlantico ma dialogante con Mosca. Del ministro degli Esteri Lavrov dice: «È l’uomo più intelligente che ho mai conosciuto ». Veniva dalla catastrofica corsa per diventare sindaco di Roma (arrivò terzo alle primarie del Pd), era finito nella nutrita schiera dei peones parlamentari. Con Renzi c’è stata una sintonia totale fino al cambio della guardia a Palazzo Chigi. Poi, è sceso il gelo. Lentamente, inesorabilmente. Era inevitabile, uno faceva ombra all’altro. Dopo il 4 marzo 2018 Renzi attaccò direttamente il neocommissario, ma anche in un audio rubato qualche giorno fa accusava Gentiloni di voler sabotare l’accordo con i 5 stelle. E invece su quell’accordo l’ex premier ha costruito la sua scalata a Bruxelles. Dove impareranno a conoscere il non mite Gentiloni. E la sua ironia caustica: a una manifestazione del Pd un militante arrabbiato continuava a gridare a lui e a Letta: «Tirate fuori le palle». Gentiloni si voltò di scatto: «Proprio adesso?».
Anche quando si trattò di abrogare le leggi razziali del regime fascista ci fu chi raccomandò gradualità e prudenza sostenendo che vi fossero buoni contenuti da salvaguardare.
Lo tenga a mente Giuseppe Conte che ieri al Senato ha ottenuto la fiducia definitiva del Parlamento per un governo di svolta: non gli basterà un generico elogio della mitezza per contrastare il clima d’odio codificato anche nei decreti sicurezza da lui precedentemente sottoscritti. Fatte le debite proporzioni, anche Badoglio, nel 1943, fu chiamato a fare i conti col gesuita Pietro Tacchi Venturi che in materia di legislazione sulla razza, gli suggeriva a nome del Vaticano di mantenere alcune “disposizioni meritevoli di conferma”. Per nostra fortuna il gesuita posto oggi alla guida della Chiesa di Roma non manifesta simili imbarazzanti esitazioni di fronte a una legislazione punitiva nei confronti di chi opera per salvare degli esseri umani; e che ha reso pressoché impossibile il riconoscimento della protezione umanitaria per gli immigrati.
Nell’aula di Palazzo Madama si è levata ieri al di sopra degli schiamazzi di bassa Lega una voce che ha nobilitato l’intera seduta: quella della senatrice Liliana Segre. Neanche una politica afflitta dal trasformismo più spregiudicato può illudersi di eluderla, cavillando e rinviando la scelta di civiltà che s’impone immediatamente: revocare, intanto nella prassi quotidiana delle istituzioni preposte all’ordine pubblico, e di seguito nei codici, quelle disposizioni obbrobriose peraltro già segnalate dal Quirinale.
Risuona come un imperativo morale senza deroghe l’affermazione di Liliana Segre: «Mi hanno insegnato che chi salva una vita salva il mondo intero, per questo un mondo in cui chi salva vite viene osteggiato mi pare proprio un mondo rovesciato».
Non solo i naufraghi vagabondi in mezzo al Mediterraneo debbono essere salvati. Anche l’Italia ha bisogno di salvarsi dalla perdizione in cui stava precipitando.
Subito. Lo stesso giorno in cui — coincidenza significativa — vedono la luce il nuovo governo italiano e il nuovo governo europeo, concepiti entrambi faticosamente come antidoto al sovranismo. Conte non può cavarsela con un colpo al cerchio e un colpo alla botte. È una furbizia meschina sostenere, come purtroppo ha fatto nella replica di ieri, che sarebbe necessario «evitare di concentrarci ossessivamente sullo slogan “porti aperti, porti chiusi”». Lasci pure a Salvini i demagogici richiami al buon senso. Né s’illuda che la pur necessaria legislazione contro l’hate speech basti a sanare i guasti procurati dalle discriminazioni approvate nel suo primo governo.
Non c’è richiamo alle buone maniere che possa sostituirsi ai valori su cui la Costituzione nata dalla Resistenza antifascista ha posto le basi della nostra dialettica democratica. Di nuovo ci giungono in soccorso le parole di Liliana Segre, quando denuncia «la festa del 25 aprile trasformata da alcuni in una sorta di faida», i casi di razzismo «trattati con indulgenza», la sottovalutazione dello studio scolastico della storia come «primo effetto collaterale della perdita del futuro». Non è certo un caso se da questi pilastri è solo l’estrema destra a prendere le distanze, promettendo anche ieri, nel discorso di Salvini, di assumere la fisionomia del cacciatore e lanciando la minaccia: “Non potete scappare all’infinito”.
Per rimanere in sella, il segretario leghista rinsalda così la sua alleanza non solo con Fratelli d’Italia, ma anche con CasaPound e Forza Nuova. Peccato che le nostre istituzioni si siano lasciate precedere da Facebook e Instagram nel perseguirne la propaganda dell’odio. Perfino Beppe Grillo, con ritardo imperdonabile, ha dovuto riconoscere lo spazio pericoloso concesso ai “barbari” con cui un anno fa aveva scelto di allearsi. Meglio tardi che mai. Domenica prossima al raduno di Pontida vedremo se il primo leader populista europeo che per eccesso di impulsività ha perduto le leve di governo che deteneva, vorrà ergersi a caporione di tale accolita estremista. Intanto, con il senno di poi, bisogna riconoscere che concedergli l’accesso al palcoscenico del Viminale fu un errore, rimediato solo dalla sua autolesionistica vanità personale.
L’elenco di buone intenzioni formulate nel discorso programmatico di Conte lunedì alla Camera, ha trovato ieri qualche utile precisazione riguardo alle priorità. In sintonia con le richieste formulate da Landini a nome dei sindacati, il premier si è impegnato per prima cosa a realizzare un cuneo fiscale «a totale vantaggio dei lavoratori». Questa, sì, è una scelta di campo tutt’altro che indolore.
Susciterà obiezioni anche all’interno della stessa maggioranza, nelle sue componenti più vicine alla parte imprenditoriale. E verrà esaminata con severità dalla Commissione di Bruxelles.
Inizia una vera corsa ad ostacoli per il nuovo esecutivo, figlio di un accordo rocambolesco e frettoloso, tutto da verificare. Nel quale le convenienze di singoli partiti, e al loro interno di fazioni contrapposte, rischiano di pregiudicare un equilibrio che resta precario. Ma proprio per questo è decisivo che non restino in sospeso le scelte di orientamento ideale. Concrete quanto e più di una manovra economica. Assumere una posizione netta e inequivocabile di superamento dei decreti sicurezza, è il presupposto per riconoscersi fondatori di un nuovo perimetro costituzionale.
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L’Italia ha ottenuto per Paolo Gentiloni il portafoglio degli affari economici. Un obiettivo per il quale si era battuta con determinazione. Ma é una vera vittoria? La risposta dipende in realtà dal confronto tra le motivazioni dell’ex premier, che ha fortemente voluto l’incarico, e quelle della presidente Ursula von der Leyen che glielo ha concesso. Motivazioni solo in parte coincidenti.
Gentiloni è arrivato a Bruxelles forte di un curriculum di altissimo livello e accompagnato dal sollievo europeo per lo scampato pericolo di un commissario leghista: avrebbe potuto chiedere, e probabilmente ottenere, qualsiasi poltrona. Ha scelto quella agli affari economici, che ha il compito di sorvegliare le politiche di bilancio degli Stati membri. Da molti anni, ormai, questo significa cercare di sbrogliare il nodo italiano, o quantomeno tenere a bada le pressioni del governo di Roma per allargare i cordoni della spesa e il livello del deficit pubblico.
Ma Gentiloni sarebbe un ingenuo se pensasse di utilizzare quella poltrona per incoraggiare le tendenze spendaccione della politica italiana. Se ha voluto quella carica con tanta determinazione è perché ottenerla significava dimostrare al mondo che l’Europa, e i mercati, hanno ritrovato la fiducia nell’Italia post-Salvini, e considerano il Pd un partito affidabile per condurre politiche di bilancio responsabili. Poiché in economia, in politica, e soprattutto in Europa la fiducia e l’immagine contano moltissimo, questa parte della scommessa dell’ex premier può considerarsi vinta.
Molto più difficile sarà portare a compimento la seconda parte della sua missione, cioè favorire una revisione del Patto di stabilità in senso espansivo, obiettivo che è nel programma del governo Conte, del Pd, e anche negli auspici del presidente della Repubblica. E la prima difficoltà, in questo caso, sta nel fatto che al di sopra di Gentiloni la von der Leyen ha messo il vicepresidente Valdis Dombrovskis, esponente del Nord Europa iper-rigorista, con competenze esecutive sulle politiche economiche e finanziarie della Ue. Parlare di allentamento dei vincoli di bilancio, o magari addirittura di eurobond, davanti a Dombrovskis, è come agitare un panno rosso davanti a un toro: non conviene.
Proprio questo spiega le motivazioni che hanno indotto von der Leyen ad accettare Gentiloni come commissario all’economia. L’Europa, e la stessa Germania, avranno bisogno nei prossimi anni di politiche espansive che sostengano la crescita. La presidente tedesca della Commissione si è ripetutamente detta favorevole a questa linea. Mettendo Gentiloni nel ruolo di responsabile dell’economia potrà contare su una personalità autorevole che spingerà in questo senso. Prendendo Dombrovskis come vicepresidente responsabile dell’euro, avrà qualcuno pronto a frenare gli entusiasmi dell’italiano.
Il risultato è che sarà proprio la presidente von der Leyen a diventare l’arbitro di questa partita e a decidere come, e fino a che punto, allargare le maglie della disciplina di bilancio per sostenere la crescita. E sarà ancora lei a pilotare qualsiasi riflessione sulla revisione del Patto di stabilità, una volta che Berlino e Parigi avranno trovato il punto di mediazione in materia.
Quello che è certo, invece, è che ponendo Gentiloni a guardia dei conti pubblici europei, la von der Leyen ha dato uno scacco preventivo ad ogni tentazione del governo italiano, e in particolare del M5S, di ingaggiare un braccio di ferro sulla spesa pubblica con Bruxelles, come hanno fatto ripetutamente in passato Salvini e Di Maio. Se vorrà cercare di avere voce in capitolo nella revisione delle regole finanziarie della Ue, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dovrà infatti dimostrare che l’Italia ha davvero imboccato la via della serietà di bilancio. Solo riconquistando la fiducia degli altri europei potremo infatti indurli ad ammorbidire regole contabili che sono state concepite e indurite proprio per cercare di tenere sotto controllo l’Italia spendacciona e il suo mostruoso debito pubblico. Von der Leyen, dunque, ha già vinto la sua scommessa. Gualtieri e Gentiloni non ancora.
Con il delicato compito al presidente Pd, von der Leyen vuole frenare le tentazioni di Roma di ingaggiare un braccio di ferro sulla spesa pubblica con Bruxelles

Ieri è suonato un nuovo campanello d’allarme. La rilevazione Istat sulla produzione industriale di luglio ha fatto segnare -0,7% sul mese precedente e fa seguito al -0,3% di giugno. La frenata riguarda tutti i comparti tranne l’energia — favorita dalle alte temperature — e colpisce in particolare i beni strumentali (-1,6% mese su mese e -3 anno su anno) e la meccanica (addirittura -6,9% anno su anno). La caduta della manifattura non è compensata dai servizi che restano deboli e incapaci di dar vita a una vera staffetta. Se poi affianchiamo i dati Anfia a quelli Istat veniamo a sapere che a luglio la produzione di auto in Italia è crollata del 19%. Allargando la visuale all’intero settore automotive la frenata è del 7,5%. I dati Istat e Anfia sono peggiori delle attese e riflettono in pieno le incertezze del quadro internazionale legate alla querelle sui dazi e alle ombre della Brexit che compromettono l’efficienza delle grandi catene del valore. Ma è anche vero che le aziende italiane non stanno investendo come dovrebbero, che questo rallentamento mette a rischio la trasformazione digitale e, infine, che si prospetta una vera crisi di settore perché il mercato delle 4 ruote è davanti a una lunga «traversata nel deserto». Le conseguenze a livello di Pil sono ovviamente negative. In sostanza nei prossimi due trimestri difficilmente ci schioderemo da quota zero e chiuderemo il 2019 negli stessi termini. Per aspettare qualche decimale di ripresa bisognerà attendere il 2020 che, secondo le previsioni che circolano, dovrebbe regalarci un +0,3%. Detto che agricoltura, servizi e costruzioni non riescono a salvare il Pil perché quando va bene portano a casa, sommati, qualche decimale, secondo Ref Ricerche ne risentiremo anche in termini di occupazione. Se il part time volontario ha tenuto su i numeri almeno a livello di teste (e non di ore lavorate) si fa avanti un grosso problema di bassa produttività del lavoro.

Il nuovo governo dovrà quindi confrontarsi con un quadro economico che è in peggioramento come del resto dimostrano le segnalazioni su nuove crisi aziendali e le ore di cassa integrazione. Ma il banco di prova per le politiche manifatturiere della compagine giallorossa sarà rappresentato proprio dalla crisi dell’auto. La Confindustria ha messo a punto, già nelle settimane a cavallo dell’estate, un documento che si conclude con la richiesta dell’apertura di un tavolo di concertazione. L’elaborato dovrebbe arrivare ad ore al ministero dello Sviluppo economico all’attenzione del neo-ministro Stefano Patuanelli, che avrà così il suo primo stress test. Vista però la complessità del settore automotive e le implicazioni dirette sul Pil è facile che quella che si prospetta come una «vertenza» finisca in tempi brevi tra le carte della presidenza del Consiglio. Una richiesta esplicita in questa direzione è venuta ieri dal segretario nazionale della Fiom-Cgil Michele De Palma con l’idea di costituire una task force a palazzo Chigi per l’individuazione delle strategie «per l’occupazione e l’innovazione ecologica nella produzione di auto».

Il comune di Piove di Sacco, in provincia di Padova, ci tiene a dimostrare che spende i soldi dei cittadini con oculatezza. Chiamato dunque a pagare a un assessore un rimborso spese, il responsabile dell’Area Ragioneria e Tributi Dott. Paolo Bojan, cui va la solidarietà nostra e di tutte le Vi.Bu.De. (Vittime Burocrazia Demente), ha firmato una «Determina» che spiega da sola cos’è il girone infernale dei passacarte.

Dice che «RICHIAMATO l’art. 84, comma 1 del D. Lgs. 267/2000, come modificato dall’art. 5 comma 9 del D.L. 78/2010, convertito dalla legge 122/2010…» e «VISTO il decreto dei Ministri dell’Interno e dell’Economia e delle Finanze del 04.08.2011…» e «VISTA la Delibera n. 191 del 14.10.2014 della Corte dei Conti – Sezione Regionale di controllo per la Toscana, contenente il parere in merito alla richiesta formulata dal Comune di Collesalvetti…» e «VISTA la richiesta di “rimborso spese di parcheggio” per missione effettuata in data 18.02.2019, presentata dall’Assessore Comunale Sig. Boischio Romano…».

Di più: «RICHIAMATE la Deliberazione di Consiglio Comunale n. 11 del 28.02.2019…» e «la Deliberazione di Consiglio Comunale n. 12 del 28.02.2019 avente a oggetto: “Approvazione del Bilancio…» e «la Deliberazione di Giunta Comunale n. 25 del 05.03.2019…» Nonché «VISTO il decreto n. 6 del 02.05.2019…» e «RITENUTO di rimborsare la suddetta spesa di viaggio…» e «RICHIAMATO il D. L. 7 maggio 2012 n. 52, convertito nella legge 6 luglio 2012, n. 94, contenente norme di razionalizzazione della spesa pubblica ed il D. L. 6 luglio 2012, n. 95, convertito…» e «VISTO il vigente Regolamento Comunale di Contabilità» e «VISTO il D.Lgs. n. 267/2000 “Testo unico delle Leggi sull’ordinamento degli enti locali”» DETERMINA di «rimborsare la spesa di viaggio, come da richiesta presentata dall’Assessore Comunale Sig. Boischio Romano ed indicata in premessa, sostenuta per un importo complessivo di €. 6,00». È uno scherzo? Sei euro!? Dodici leggi e leggine, 65 righe per un totale di 699 parole di delibera per 4.713 caratteri complessivi, con tutto il tempo perso a preparare quella brodaglia burocratica, per sei euro di rimborso di un parcheggio!? Poi leggi il discorso programmatico del nuovo governo (non è che i vecchi fossero diversi…) e non trovi un cenno al tema della burocrazia. Auguri.

«Quella nave deve entrare in porto senza se e senza ma». É passata appena un’ora dal discorso del premier, Giuseppe Conte, contro l’«ossessione dei porti-aperti porti- chiusi», e dal voto di fiducia, quando Nicola Zingaretti riapre il caso migranti. La Ocean Viking, l’imbarcazione di Medici Senza Frontiere e Sos mediterranee, che ha soccorso 84 migranti, deve sbarcare in un porto italiano, dice a Dimartedí (La7) il leader del Pd. Una posizione destinata a reincendiare il dibattito sull’immigrazione. Facendo ritrovare i Cinque Stelle, come in una sorta di contrappasso politico, nel ruolo del «poliziotto cattivo» finora svolto da Matteo Salvini.

La Ocean Viking, partita domenica dalla Libia aveva salvato 50 persone e poi aveva fatto salire a bordo altre 34 persone, tra cui una donna incinta e un bambino di un anno, salvate in mare da un veliero tedesco che prende il nome da una donna soccorsa in mare allo stremo e con l’orrore negli occhi, dopo giorni alla deriva su una zattera accanto a tre morti, divenuta un simbolo: Josefa. Alla richiesta di sbarco della Ocean Viking aveva risposto subito Tripoli. Proposta rifiutata dalla nave perchè non considerata un porto sicuro. Quindi la richiesta era stata reiterata e si attendeva una risposta.

La Ocean Viking per me deve entrare in un porto italiano,

senza se e senza ma

Nicola Zingaretti

segretario Partito democratico

A Dimartedí Luigi Di Maio aveva detto ieri sera: sui migranti serve «fermare le partenze», anche «con politiche di sviluppo» in Africa, mentre «quando arrivano bisogna avviare un meccanismo europeo per la redistribuzione, che già esiste ma deve essere più veloce». Zingaretti però rompe gli indugi. E pone il problema immigrazione di nuovo al centro dello scontro politico. Giá arroventato dalla nave Alan Kurdi. Lunedí sera il Viminale aveva negato il porto alla nave della Ong tedesca. La decisione era stata stigmatizzata dal dem Matteo Orfini: «Il primo atto del nuovo governo è chiudere i porti alla Alan Kurdi che è ancora in mare con solo 5 naufraghi a bordo. Così non va bene, per niente. Cacciare Salvini e tenersi le sue politiche non mi pare geniale. Chiedo al governo di correggere subito questo errore».

Ieri la soluzione per la Alan Kurdi si è trovata. Gli ultimi cinque migranti verranno fatti sbarcare a Malta e di lí trasferiti in altri paesi europei, ha fatto sapere il governo della Valletta. Mentre alla Ocean Viking non è arrivata alcuna risposta nè da Malta nè dal nostro Paese. L’accelerata di Zingaretti costringe ora il governo ad affrontare da subito uno dei temi più spinosi della nuova alleanza.